50 anni dopo la frana di via Digione, Genova ricorda | Ingegneri.info

50 anni dopo la frana di via Digione, Genova ricorda

Genova ricorda la frana di Via Digione avvenuta 50 anni fa, ma con caratteristiche che rievocano eventi recenti.

Le immagini della frana di via Digione del 21  marzo 1968
Le immagini della frana di via Digione del 21 marzo 1968
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La frana di Erice avvenuta lo scorso 27 marzo, rievoca la frana verificatasi a Genova 50 anni fa, più precisamente il 21 marzo 1968: la frana di via Digione. Anche in quel caso la zona di accumulo della frana furono i palazzi posti alle pendici del versante dell’ex cava Sivori. Lo scorso 21 marzo 2018, Genova ha ricordato uno degli eventi geo-idrogeologici più disastrosi che l’abbiano colpita, di cui da testimonianza un video dell’Ordine dei Geologi della Liguria.

Ad organizzare l’evento l’Ordine dei Geologi della Liguria, la Società di Geologia Ambientale (Sigea) ed il Centro Studi Sotterranei di Genova (CSS) con una location quanto mai curiosa, ma al contempo rappresentativa e segno di una cultura formativa ed informativa che si sta diffondendo, con non poche difficoltà.

Il convegno si è svolto nell’aula magna dell’Istituto Einaudi-Casaregis-Galilei, a Genova, alla presenza di studenti oltre che dei professionisti, segno appunto di una formazione che deve rivolgersi anche ai non addetti ai lavori, a favore di una conoscenza del territorio e delle sue fragilità.

Fragilità che si trovano a pochi metri dall’Istituto: la collina degli Angeli, teatro cinquant’anni fa di una frana che investì il civico n. 8 di Via Digione a Genova.

Guarda il video:

È il geologo Vittorio Bonaria a descrivere l’evento: il 21 marzo 1968, dopo oltre 18 ore consecutive di forti precipitazioni, qualche condomino, messo in allerta dal perdurare della pioggia, notò che sulla parete di roccia e sulle murature dei terrazzamenti iniziavano ad aprirsi fessure via via sempre più larghe, e ciò indusse alcuni alla fuga. Pochi minuti dopo una lastra di roccia delle dimensioni di circa 50x60x5 metri, pari ad un volume di circa 15.000 metri cubi, si staccò dalla parete e colpì la base del palazzo, provocando in pochi secondi il crollo di un’intera ala composta da 34 appartamenti. Nella sciagura persero la vita 19 persone, e numerose altre rimasero ferite (fonte www.molare.net).

La collina degli Angeli, oggi

Figura 1 – La collina degli Angeli, oggi

Breve cronistoria dell’area: Genova città verticale

Genova città verticale che nei secoli ha costruito in aree non propriamente edificabili. Attraverso le diverse presentazioni che si sono succedute fa impressione come l’uomo si sia impossessato del territorio. In merito alla collina degli Angeli, teatro del tragico evento del 1968, questa ha subito nei secoli una serie pesante di trasformazioni. Nell’800 l’area ospitava una cava di roccia calcarea; l’impiego e la richiesta di questo materiale in virtù della nuova fase espansiva urbana erano cresciuti sensibilmente.

Figura 2 - Sezione A della Collina degli Angeli

Figura 2 – Sezione A della Collina degli Angeli

Figura 3 - Sezione D

Figura 3 – Sezione D della Collina degli Angeli

Ripercorrendo la storia della Collina degli Angeli, è possibile individuare le seguenti fasi storiche:

Dal ‘700 sino a primissimi del ‘900 è attiva la «Cava Sivori».

Fine ‘800: costruzione di nuovi complessi abitativi e lungo il piede della “Cava Sivori” fu costruito il quartiere di San Teodoro di cui fa parte Via Digione;

Nel 1903 il prefetto limita e poi vieta definitivamente lo sfruttamento della cava per ragioni di sicurezza. Anche la Cava della Chiappella cessa l’attività nel primo decennio del XX secolo.

Nel 1929 l’autorità municipale di Genova vieta la costruzione “…di edifici sul ciglio ed al piede degli appicchi… salvo il caso che le fondazioni appoggino su roccia viva e compatta

Tra il 1930-1931 viene realizzato il condominio alla base del fronte di cava previo asportazione di materiale da Gianmaria Cabillera.

Nel 1936 viene fatta una prima istanza alla Pretura evidenziando continui localizzati crolli di detrito dal fronte (vengono realizzate delle piccole opere di contenimento alla base).

Nel 1937-1938 i Fratelli Firpo impiantano sul ciglio del fronte di cava un vivaio.

Nel 1943 il Ministero degli Interni fece costruire alla base della collina una galleria–rifugio.

Il 16 ottobre 1944 a seguito dell’esplosione della galleria di S. Benigno (giorno 10) avviene un crollo di alcune centinaia di metri cubi.

Nel 1950 e negli anni successivi avvengono ripetuti limitati crolli di detrito dalla parete. Il Genio Civile e la prefettura intimano i Fratelli Firpo a predisporre idonee opere di contenimento.

Nel 1961 l’Amm. del condominio fa ricorso contro i Fratelli Firpo per danno temuto e Pretura e Tribunale ordinano ai Fratelli Firpo l’esecuzione di opere di contenimento. I Fratelli Firpo “cedono” il vivaio ad un nullatenente.

Nel 1961 e nel 1963 due crolli sfondano il muro alla base e una parete di un appartamento. Il Comune intima i condomini a predisporre opere di messa in sicurezza.

Nel 1968 le opere sistemazione sono ancora in corso di svolgimento ed il 21 marzo alle 18.40 avviene la tragedia.

Il 22 novembre 1970 il procedimento penale contro ignoti viene archiviato in fase di istruttoria affermando che si è trattato di “un evento anomalo e atipico, eccezionale, completamente imprevedibile e quasi impensabile”.

Anni ’80: rientro nelle abitazioni di Via Digione (Ge).

La frana di Via Digione (GE): il contesto territoriale

Oltre alla pioggia che insistette sul versante, l’aspetto da non sottovalutare e da mettere a fuoco è il contesto territoriale in cui si verificò la frana.

“Il fronte dell’ex cava degradava verso est con inclinazioni comprese tra 50-70°, ovvero esattamente corrispondenti a quelle della stratificazione dell’ammasso roccioso (assetto “a franapoggio”). La Formazione del Monte Antola è caratterizzata da bancate di calcare marnoso compatto di spessore anche plurimetrico con interposti livelli di argilloscisto solitamente di spessore decimetrico. Quest’ultimi orizzonti, di colorazione grigio scuro e fogliettati, hanno caratteristiche litotecniche molto scadenti, specie se vengono a contatto con l’acqua. Sull’ammasso roccioso di Via Digione si infiltrava non solo l’acqua piovana ma anche quella degli impianti di irrigazione del vivaio posizionato sul ciglio della scarpata. Queste acque irrigue, penetravano lentamente ed inesorabilmente il sottile manto terroso che costituiva le fasce coltivate raggiungendo la roccia. Poco alla volta, nel corso degli anni, esse si erano insinuate profondamente negli interstizi e nelle fratture saturando l’orizzonte di argilloscisto compromettendone progressivamente le già scadenti caratteristiche di resistenza ed aumentadone il volume (rigonfiamento) generando pressioni agenti verso l’esterno ovvero alla base della dello strato calcareo. La presenza di più giunti di discontinuità all’interno degli strati calcareo-marnosi determinavano la formazione di prismi di roccia aggettanti. Fu proprio uno di questi prismi, posizionato a circa 10-15 m dalla base del fronte, che precipitò dalla parete poco dopo le ore 18:00 del tragico giorno 21 marzo. Tale crollo rese totalmente instabile l’intera parete e dopo circa 30 minuti scivolò travolgendo il palazzo di Via Digione” – afferma il geologo Bonaria.

Alla base delle bancate calcaree che sono state interessate dagli eventi franosi, è presente un rifugio antiaereo, approntato nel 1943 per dare un ricovero sicuro alla popolazione del quartiere di San Teodoro. “Tale struttura ipogea è stata realizzata scavando il pendio per ricavare un’ampia galleria – di sezione 5 x 4 metri – che misura circa 230 metri di sviluppo complessivo e che presenta tre differenti ingressi che si aprono proprio sul fronte della ex cava. Lo schema planimetrico è quello di un semi anello. Durante le fasi di scavo, i minatori hanno utilizzato sistematicamente anche cariche esplosive. Bisognava procedere con celerità e lo smarino da estrarre era consistente: poco meno di 35.000 metri cubi di roccia, più del doppio della massa lapidea che franò 50 anni fa. Non si hanno certezze o evidenze scientifiche al proposito, ma è comunque intuitivo che gli shock esplosivi, numerosi e prolungati nel tempo, abbiano comunque in qualche modo contribuito ad alterare l’equilibrio statico e morfologico dell’ammasso roccioso, già di per sé instabile a giudizio degli esperti” – afferma l’architetto Stefano Saj del Centro Studi Sotterranei di Genova.

Sotto le strade, le piazze ed i palazzi di Genova si estende una fitta rete di condotti, gallerie, cisterne e ambienti ipogei che si ramifica per decine e decine di chilometri ed occupa svariati ettari di sottosuolo. Si può parlare di una sorta di “città in negativo”, invisibile ma comunque in connessione con quella di superficie. Non è ammissibile ignorare questa complessa realtà di architetture ipogee e la conoscenza di un territorio urbano e non può prescindere dall’osservazione e dallo studio del suo sottosuolo e delle sue preesistenze antropizzate, cioè di ciò che l’uomo ha costruito e lasciato sotto terra nel corso di secoli di storia. Genova infatti non è solo quello che vediamo tutti i giorni con i nostri occhi.

Al di sotto dello spazio urbano si nasconde un’altra città, sconosciuta ai più, insospettabile fino a quando, negli anni Ottanta, il Centro Studi Sotterranei ne ha intrapreso l’esplorazione, la ricerca e la documentazione. La conoscenza di questa città nascosta è uno strumento importante per aiutare ed integrare la pianificazione urbana rispetto alla costruzione delle infrastrutture e all’assetto idrogeologico del territorio.

È ormai tempo di far “emergere” tale patrimonio costruito ipogeo. Un patrimonio ricco e unico nel suo genere che necessita di essere indagato ancora e soprattutto valorizzato. Queste strutture sotterranee possono essere una risorsa per la loro importanza storica, culturale e antropologica, possono rappresentare un’occasione economica. Al contempo, però, possono essere anche un elemento di rischio in quanto abbandonate e dimenticate da decenni, a volte da diversi secoli, sotto il tramato urbano dell’abitato. Non c’è da meravigliarsi quindi, se si verificano sinkhole, mentre ignari percorriamo un bel viale alberato della nostra città.

Anche per questo, da molti anni, Centro Studi Sotterranei auspica, ed è attivo, perché la città di Genova si doti di uno strumento urbanistico dedicato: un Piano Regolatore del sottosuolo come già hanno fatto altri centri europei (ad esempio Helsinki – Underground Master Plan). Uno strumento tecnico che sarebbe fondamentale anche per una nuova pianificazione urbana sostenibile e resiliente, realmente smart”.

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