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Acque reflue: cosa stabilisce il Testo Unico dell’Ambiente?

Obiettivi e modalità di tutela delle acque dall’inquinamento e di gestione delle risorse idriche del Testo Unico dell’Ambiente

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Il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (c.d. “Testo Unico dell’Ambiente stabilisce come obiettivo primario la promozione dei livelli di qualità della vita umana, la salvaguardia delle condizioni dell’ambiente e l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali. In questo articolo, estratto dal 5° capitolo del Manuale Ambiente 2018, edito da Wolters Kluwer e disponibile per l’acquisto su Shop.Wki.it, la biologa Paola Guccione esamina quanto stabilisce il Testo Unico dell’Ambiente in materia di tutela delle acque dall’inquinamento e di gestione delle risorse idriche. Per maggiori dettagli sui contenuti clicca il box di seguito.

Alcune considerazioni preliminari devono riguardare il Testo Unico dell’ambiente e degli obiettivi che si prefigge.
Il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (c.d. “Testo Unico dell’Ambiente”) ha come obiettivo primario la promozione dei livelli di qualità della vita umana, da realizzare attraverso la salvaguardia ed il miglioramento delle condizioni dell’ambiente e l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali (art. 2, c. 1). Esso recepisce le direttive europee in ordine alla tutela ambientale ed in particolare, nella Parte Terza affronta: “la difesa del suolo e la lotta alla desertificazione, la tutela delle acque dall’inquinamento e la gestione delle risorse idriche”.
La Parte Terza del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 riguarda la normativa circa la tutela delle acque dall’inquinamento e la gestione delle risorse idriche.
E’ suddivisa in quattro sezioni:
– Sezione I: Norme in materia di difesa del suolo e lotta alla desertificazione (artt. da 53 a 72);
– Sezione II: Tutela delle acque dall’inquinamento (artt. da 73 a 140);
– Sezione III: Gestione delle risorse idriche (artt. da 141 a 169);
– Sezione IV: Disposizioni transitorie e finali (artt. da 170 a 176).
La normativa in vigore non solo recepisce le normative comunitarie in materia di protezione delle acque dall’inquinamento di origine agricola e dagli scarichi di agglomerati urbani, ma pone le basi per una nuova politica di tutela delle acque attraverso varie linee direttrici volte alla prevenzione dell’inquinamento e al risanamento delle acque.

Tra le finalità della normativa vi è anche quella di mantenere la capacità naturale di autodepurazione dei corpi idrici, in tale contesto diventa pertanto essenziale non solo la tutela qualitativa delle acque ma anche l’applicazione di misure atte alla tutela quantitativa delle stesse.
La tutela qualitativa delle acque si basa sul raggiungimento o mantenimento di obiettivi di qualità per i corpi idrici. Gli obiettivi di qualità si riferiscono alle caratteristiche qualitative dei corpi idrici che consentono determinati usi ovvero allo stato ambientale corrispondente alla capacità di mantenere i processi naturali di autodepurazione e di supportare comunità animali e vegetali ampie e ben diversificate.
La normativa in vigore pone quale strumento essenziale per tale finalità una adeguata disciplina degli scarichi. In particolare, pone l’obbligo dell’applicazione di valori limite di emissione definiti anche in relazione alle caratteristiche dei corpi idrici recettori e del relativo obiettivo di qualità.

Le acque reflue

La norma distingue tre tipi di acque reflue: domestiche, urbane e industriali che presentano caratteristiche qualitative differenti in relazione alla provenienza (insediamento residenziale, agglomerato urbano o stabilimento industriale).

Le acque reflue domestiche

Le acque reflue domestiche sono costituite da reflui provenienti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi e derivanti essenzialmente dal metabolismo umano e da attività domestiche. Gli scarichi di acque reflue domestiche possono quindi essere considerati equivalenti agli scarichi civili della pregressa normativa, identificati come tali qualora provenienti da insediamenti civili. Sono assimilate alle acque reflue domestiche le acque reflue che presentano caratteristiche ad esse equivalenti e indicate dalle normative regionali. Inoltre, il D.Lgs. n. 152/2006 identifica alcune attività produttive, di minor impatto sull’ambiente (specifiche tipologie di imprese agricole e allevamenti ittici) i cui reflui sono assimilabili alle acque reflue domestiche (vedi definizione di acque reflue industriali).

Le acque reflue urbane

La nozione di acque reflue urbane costituisce parte del recepimento della direttiva 91/271/CEE e le acque reflue urbane sono: “acque reflue domestiche o il miscuglio di acque reflue domestiche, di acque reflue industriali ovvero meteoriche di dilavamento convogliate in reti fognarie, anche separate e provenienti da agglomerato”. Le acque reflue urbane possono avere caratteristiche diverse, se costituite esclusivamente da reflui provenienti da insediamenti di tipo abitativo (acque reflue domestiche), derivano essenzialmente dal metabolismo umano o da attività domestiche ovvero, se costituite dal miscuglio di reflui domestici e industriali, provenienti da attività produttive, e/o da acque meteoriche di dilavamento. Appare quindi chiaro che le caratteristiche delle acque reflue urbane possono essere estremamente variabili e riflettono la composizione dell’agglomerato di provenienza (esclusivamente residenziale o con presenza di attività produttive) in quanto sono il risultato delle acque di scarico che confluiscono nella rete fognaria che serve l’agglomerato stesso. In considerazione di quanto sopra detto, gli scarichi di acque reflue urbane sono sottoposti a prescrizioni diverse, volte ad evitare un inquinamento dell’ambiente.

Le acque reflue industriali

Il D.Lgs. n. 4/2008 modifica così la definizione di acque reflue industriali: qualsiasi tipo di acque reflue scaricate da edifici od impianti in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, diverse dalle acque reflue domestiche e dalle acque meteoriche di dilavamento. Tale definizione sostituisce la precedente: “qualsiasi tipo di acque reflue provenienti da edifici od installazioni in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, differenti qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento, intendendosi per tali anche quelle venute in contatto con sostanze o materiali anche inquinanti non connessi con le attività esercitate nello stabilimento”. Le acque reflue industriali non sono più quindi quelle semplicemente provenienti da edifici o impianti industriali, ma sono esclusivamente quelle scaricate tramite sistema di collettamento. È da notare che rispetto alla definizione precedente non è più segnalata la “differenza qualitativa” da acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento. Le acque reflue industriali sono associate al fatto che provengono da attività di tipo produttivo e non derivanti piuttosto dal metabolismo umano come invece sono quelle domestiche.

Le acque reflue assimilabili alle acque reflue urbane

Fanno eccezione alla regola, per la quale le acque reflue industriali sono tali in quanto derivanti da attività di tipo produttivo e non piuttosto dal metabolismo umano come invece sono quelle domestiche, sia le acque reflue provenienti da attività produttive di tipo agrozootecnico, sia le acque reflue delle attività produttive indicate nel D.P.R. 19 ottobre 2011, n. 227. Per le attività produttive di tipo agrozootecnico, con minor impatto sull’ambiente, il decreto n. 152/2006 riprende in parte quanto già stabilito dall’abrogata “legge Merli”, e più precisamente dalle delibere del Comitato interministeriale per la tutela delle acque dall’inquinamento 8 maggio 1980 e 28 gennaio 1983, identificando specifiche tipologie di imprese agricole e allevamenti ittici (vedi schema di seguito riportato) sulla base dell’attuale politica europea in materia di tutela delle acque dall’inquinamento di nitrati di origine agricola (Dir. n. 91/676/CEE). Infatti, la classificazione del refluo, derivante da allevamenti zootecnici, come industriale o assimilabile al domestico, non viene stabilita secondo il criterio della normativa pregressa, ossia in base ai quintali di peso vivo di bestiame per ettaro, ma piuttosto in base ai chilogrammi di azoto presente negli effluenti di allevamento prodotti in un anno, da computare secondo precise modalità riportate alla seguente Tabella 6 dell’Allegato 5 del D.Lgs. n. 152/2006. In tal modo diventa determinante l’effettiva potenzialità di inquinamento nel tempo dell’allevamento, in termini di chilogrammi di azoto per ettaro, in rapporto al diverso grado di impatto ambientale dovuto alle diverse specie animali.

Criteri generali di assimilazione alle acque reflue domestiche per le aziende agrozootecniche

D.Lgs.3 aprile 2006, n. 152
Acque reflue provenienti da attività produttive
Assimilabili alle acque reflue domestiche
Art. 101, comma 7 “… sono assimilate alle acque reflue domestiche le acque reflue:
a) provenienti da imprese dedite esclusivamente alla coltivazione del terreno e/o alla silvicoltura;
b) provenienti da imprese dedite ad allevamento di bestiame;
c) provenienti da imprese dedite alle attività di cui alle lettere a) e b) che esercitano anche attività di trasformazione o di valorizzazione della produzione agricola inserita con carattere di normalità e complementarietà funzionale nel ciclo produttivo aziendale e con materia prima lavorata proveniente in misura prevalente dall’attività di coltivazione dei terreni di cui si abbia a qualunque titolo la disponibilità;
d) provenienti da impianti di acquacoltura e di piscicoltura che diano luogo a scarico e che si caratterizzino per una densità di allevamento pari o inferiore a 1 Kg per metro quadrato di specchio d’acqua o in cui venga utilizzata una portata d’acqua pari o inferiore a 50 litri al minuto secondo.”

Le altre attività produttive, da cui derivano acque reflue che possono essere assimilate alle acque reflue domestiche, sono quelle del D.P.R. 19 ottobre 2011, n. 227.
Tale D.P.R. infatti, all’art. 2, Criteri di assimilazione alle acque reflue domestiche, riporta al c. 1: “Fermo restando quanto previsto dall’articolo 101 e dall’Allegato 5 alla Parte terza del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, sono assimilate alle acque reflue domestiche:
a) le acque che prima di ogni trattamento depurativo presentano le caratteristiche qualitative e quantitativa di cui alla Tabella 1 dell’Allegato A;
b) le acque reflue provenienti da insediamenti in cui si svolgono attività di produzione di beni e prestazione di servizi i cui scarichi terminali provengono esclusivamente da servizi igienici, cucine e mense;
c) le acque reflue provenienti dalle categorie di attività elencate nella tabella 2 dell’Allegato A, con le limitazioni indicate nella stessa tabella.”
E al c. 2 riporta: “Fermo restando quanto previsto dall’art. 101, c. 7, lett. e), del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, in assenza di disciplina regionale si applicano i criteri di assimilazione di cui al c. 1.”.

Allegato A del D.P.R. 19 ottobre 2011, n. 227 – Tabella 1 – Criteri di assimilazione alle acque reflue domestiche

Parametro/Sostanza Unità di misura Valore limite di emissione
1 Portata mc/giorno ≤ 15
2 pH 5,5-9,5
3 Temperatura ≤ 30
4 Colore Non percettibile con diluizione 1:40
5 Materiali grossolani Assenti
6 Solidi Sospesi Totali mg/l ≤ 700
7 BOD5 (come ossigeno) mg/l ≤ 300
8 COD (come ossigeno) mg/l ≤ 700
9 Rapporto COD/BOD5 ≤ 2,2
10 Fosforo totale (come P) mg/l ≤ 30
11 Azoto ammoniacale (come NH4) mg/l ≤ 50
12 Azoto nitroso (come N) mg/l ≤ 0,6
13 Azoto nitrico (come N) mg/l ≤ 30
14 Grassi e oli animali/vegetali mg/l ≤ 40
15 Tensioattivi mg/l ≤ 20
Nota: Per i restanti parametrio sostanze, qualora siano presenti, valgono i valori limite previsti alla Tabella 3 dell’Allegato 5 alla Parte Terza del D.Lgs. 4 aprile 2006, n. 152 per le emissioni in acque superficiali.

Tabella 2 –  Attività che generano acque reflue assimilate alle acque reflue domestiche

Attività
1 Attività alberghiera, rifugi montani, villaggi turistici, residence, agriturismi, campeggi, locande e simili.
2  Attività di ristorazione (anche self-service), mense, trattorie, rosticcerie, friggitorie, pizzerie, osterie e birrerie con cucina.
3 Attività ricreativa.
4 Attività turistica non ricettiva.
5 Attività sportiva.
6 Attività culturale.
7 Servizi di intermediazione monetaria, finanziaria, e immobiliare.
8 Attività informatica.
9 Laboratori di parrucchiera, barbiere e istituti di bellezza con un consumo idrico giornaliero inferiore a 1 m3 al momento di massima attività.
10 Lavanderie e stirerie con impiego di lavatrici ad acqua analoghe a quelle di uso domestico e che effettivamente trattino non più di 100 kg di biancheria al giorno.
11 Attività di vendita al dettaglio di generi alimentari, bevande e tabacco o altro commercio al dettaglio.
12 Laboratori artigianali per la produzione di dolciumi, gelati, pane, biscotti e prodotti alimentari freschi, con un consumo idrico giornaliero inferiore a 5 mc nel periodo di massima attività.
13 Grandi magazzini, solamente se avviene la vendita di beni con esclusione di lavorazione di carni, pesce o di pasticceria, attività di lavanderia e in assenza di grandi aree di parcheggio.
14 Bar, caffè, gelaterie (anche con intrattenimento spettacolo), enoteche bottiglierie con somministrazione.
15 Asili nido, istruzione primaria e secondaria di primo e secondo grado, istruzione universitaria.
16 Discoteche, sale da ballo, night pubs, sale giochi e biliardi e simili.
17 Stabilimenti balneari (marittimi, lacuali e fluviali).
18 Servizi dei centri e stabilimenti per il benessere fisico e l’igiene della persona.
19 Piscine – Stabilimenti idropinici ed idrotermali, escluse le acque di contro lavaggio dei filtri non preventivamente trattate.
20 Vendita al minuto di generi di cura della persona.
21 Palestre.
22 Piccole aziende agroalimentari appartenenti ai settori lattiero-caseario,vitivinicolo e ortofrutticolo, che producano quantitativi di acque reflue non superiori a 4000 m3/anno e quantitativi di azoto, contenuti in dette acque a monte della fase di stoccaggio, non superiori a 1000 kg/anno.
23 Ambulatori medici studi veterinari o simili, purché sprovvisti di laboratori dì analisi e ricerca.
24 Ospedali, case o istituti di cura, residenze socio-assistenziali e riabilitative con un numero di posti letto inferiore a 50, purché sprovvisti di laboratori di analisi e ricerca.
25 Conservazione, lavaggio, confezionamento, di prodotti agricoli e altre attività dei servizi connessi alla agricoltura svolti per conto terzi esclusa trasformazione.
26 Macellerie sprovviste del reparto di macellazione.
27 Agenzie di viaggio.
28 Call center.
29 Attività di intermediazione assicurativa.
30 Esercizi commerciali di oreficeria, argenteria, orologeria.
31 Riparazione di beni di consumo.
32 Ottici.
33 Studi audio video registrazioni.
34 Laboratori artigianali di sartoria e abbigliamento senza attività di lavaggi, tintura e finissaggio.
35 Liuteria.

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