Analisi quantitativa del rischio frana: intervista al professore Leonardo Cascini | Ingegneri.info

Analisi quantitativa del rischio frana: intervista al professore Leonardo Cascini

In queste settimane l'Italia è stata nuovamente teatro di alluvioni e frane. Come eseguire un'analisi quantitativa del rischio frana e quale scala di rappresentazione usare per definire gli interventi sul territorio?

Belluno maltempo ottobre 2018
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In queste settimane l’Italia è stata nuovamente vittima del maltempo, portando ad evidenziare ancora una volta le fragilità del nostro Paese nei confronti del dissesto idrogeologico. Frane, allagamenti e crolli sono i fenomeni macroscopici riscontrati e spesso accompagnati da vittime e danni. Quest’ultimi elementi concorrono alla definizione della grandezza denominata ‘esposizione’, fattore utile alla definizione del rischio.

A questo proposito abbiamo contattato e intervistato il Professore Ordinario di Geotecnica all’Università degli Studi di Salerno, Leonardo Cascini nonché Direttore e coordinatore del Comitato Scientifico internazionale della Scuola Internazionale sul Rischio da Frana.

 Cosa si intende con Criterio di accettabilità del rischio per la società?

I criteri di accettabilità del rischio altro non sono che procedure con le quali valutare il livello di rischio che un singolo cittadino e/o la società sono disposti ad accettare. Queste procedure possono essere molteplici al pari dei valori di rischio accettabile che dipendono da una molteplicità di fattori (Figura 1). Senza entrare molto del dettaglio credo sia sufficiente un semplice esempio facendo riferimento al rischio per la vita umana. In particolare, con riferimento agli incidenti stradali, probabilmente del tutto inconsciamente, il singolo e la società ritengono accettabile un rischio di gran lunga più alto di quello che lo stesso singolo e la stessa società sono disposti ad accettare per altri tipo di eventi quali quelli aerei. Questa differente sensibilità è legata ad una molteplicità di fattori e tra questi la percezione, spesso sbagliata, di avere il controllo assoluto di certi eventi e non di altri per i quali si vuole, quindi, la protezione totale.

Figura 1 - Rischio per l'individuo e per la società

Figura 1 – Rischio per l’individuo e per la società

Al fine di ridurre il rischio è possibile optare per interventi strutturali e non strutturali. Nel caso di questi ultimi, quali fattori, che concorrono a definire il rischio, in quale modo è mitigato il rischio?

Più che di fattori parlerei di beni esposti al rischio che si possono tutelare con interventi non strutturali (Figura 2). Per esempio, nel caso di frane pluvio indotte dalle conseguenze catastrofiche, si pensi agli eventi del maggio 1998 nella regione Campania, gli interventi non strutturali possono consistere nel monitoraggio delle piogge che una volta raggiunti certi livelli fanno scattare l’evacuazione della popolazione e, quindi, la mitigazione del rischio per la vita umana.

Figura 2 - Distinzione tra interventi strutturali e non strutturali

Figura 2 – Distinzione tra interventi strutturali e non strutturali

In quale modo la scala di rappresentazione del rischio incide sul tipo di intervento da operare?

La scala è fondamentale quando si pensa agli Enti gestori del territorio ed alle finalità degli interventi. Per esempio, laddove si faccia riferimento ad Enti responsabili della pianificazione degli interventi e, quindi, del finanziamento degli interventi strutturali di mitigazione del rischio, può essere sufficiente una scala medio-piccola che consente di discernere quali realmente siano, all’interno di un ampio territorio, le aree a rischio più elevato. Una volta compreso dove intervenire bisogna passare al dimensionamento degli interventi e, quindi, necessariamente si deve passare ad una scala di dettaglio. In definitiva, grandi aree si possono proficuamente analizzare a piccola-media scala a fini pianificatori, mentre le piccole aree nelle quali eseguire gli interventi prioritari di mitigazione del rischio devono essere analizzate a scala grande o di dettaglio, vale a dire quelle tipiche della progettazione.

Nel caso di un versante in cui è presente una frana attiva, quale tipo di monitoraggio può essere intrapreso? Qual è lo stadio iniziale di riferimento e quali elementi territoriali e fisici devono essere considerati?

Immagino che lei si riferisca ad una frana che periodicamente si muove con una certa velocità. In casi del genere si devono comprendere le cause innescanti i fenomeni e monitorare quelle alla base dell’andamento degli spostamenti nel tempo del corpo di frana.  Per esempio, nelle frane in terreni argillosi che si muovono nella stagione delle piogge con una determinata velocità che decresce nei periodi asciutti andranno monitorate le pressioni neutre responsabili di questo comportamento. Quindi, installazione di piezometri che devono essere accompagnati da altri strumenti che forniscono una misura accurata sia delle piogge e sia degli spostamenti. Le finalità del monitoraggio sono quelle di mettere in stretta correlazione tra loro le cause innescanti il fenomeno e le grandezze che ne testimoniamo l’evoluzione.  Lo stadio iniziale è quello in cui inizia lo studio.

Attraverso quale procedura è possibile intraprendere un’analisi quantitativa del rischio e attraverso quali parametri?

Un tale tipo di analisi richiede una profonda conoscenza delle caratteristiche cinematiche del fenomeno franoso, degli elementi minacciati dal fenomeno e della loro vulnerabilità. Con questi presupposti è possibile intraprendere il percorso dell’analisi quantitativa del rischio (Figura 3) che richiede, tuttavia, sensibilità ad una molteplicità di aspetti. In altre parole, più l’analisi del rischio è sofisticata più bisogna essere esperti. Pensi, per esempio, al rischio legato alla fluttuazione della borsa. Il semplice cittadino può avere reazioni umorali non supportate da alcuna valutazione critica mentre l’esperto può considerare favorevole una situazione che ai più appare drammatica e viceversa. Consiglio, in definitiva, di intraprendere un importante processo di conoscenza, sicuramente accessibile agli ingegneri, prima di addentrarsi da neofiti in un campo che richiede conoscenza, sensibilità e consapevolezza.

Figura 3 - Analisi quantitativa del rischio

Figura 3 – Analisi quantitativa del rischio

Il caso di Nocera Inferiore: perché è un caso studio da tenere in debita considerazione?

Semplicemente perché a Nocera Inferiore si è compiuto un serio percorso di conoscenza che ha portato per la prima volta in Italia ad una valutazione quantitativa del rischio che, a sua volta, ha consentito di proporre alla popolazione, nel corso di un processo partecipato, una serie di soluzioni ponderate in base alle quali si è poi giunti alla cosiddetta soluzione di compromesso. Tutto l’intero percorso è descritto in numerose pubblicazioni a stampa e negli atti del progetto Safeland, ancora consultabili sul sito del Norvegian Geotechnical Institute che ha coordinato più di 20 unità di ricerca in Europa selezionando proprio Nocera Inferiore quale sito campione per sviluppare le attività che ho in precedenza citato.

Regione Campania ed i presidi territoriali: possono considerarsi se attivati, una buona misura di monitoraggio?

Nel corso della gestione scientifica dell’emergenza del 1998 nella regione Campania furono istituiti presidi territoriali che, secondo protocolli ben definiti, presidiavano con sistematicità i territori.  L’esperienza svolta fu estremamente proficua dal punto di vista tecnico e sociale. Tecnicamente basta ricordare l’enorme bagaglio di conoscenze che si acquisì con un’azione sistematica di rilievi in sito che per ben due volte fece prendere la decisione di non evacuare la popolazione pur in presenza di eventi pluviometrici critici che, in effetti, erano tali per i pluviometri ma non per il territorio dove non si osservò alcun indizio di dissesto. Da un punto di vista sociale tutte le popolazioni acquisirono una tale fiducia nei presidianti e nell’intera struttura di presidio da sentirsi orfani quando qualcuno decise che questa attività doveva terminare.  Attenzione, però, in quanto ottimi risultati si acquisiscono solo con chiarezza di idee, grande organizzazione, protocolli chiari di acquisizione dei dati, competenza, sensibilità e spirito di sacrificio dell’intera struttura di presidio.

Chi è Leonardo Cascini?

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Leonardo Cascini è professore ordinario di Geotecnica presso l’Università di Salerno. Negli anni ha prestato servizio presso le Facoltà di Ingegneria dell’Università della Calabria, dell’Università di Trieste, dell’Università della Basilicata e dell’Università di Salerno. I risultati della sua intensa attività scientifica sono testimoniati da numerose monografie e pubblicazioni scientifiche su riviste e atti di convegni, unitamente al coordinamento/partecipazione a progetti di ricerca nazionali ed internazionali. Nel 1998 il Dipartimento di Protezione Civile Nazionale lo ha incaricato della gestione scientifica dell’emergenza causata dai tragici eventi del 1998 nella regione Campania. Nel 2007 è stato indicato dal JTC1 della ISSMGE quale estensore, con altri cinque esperti di chiara fama internazionale, della redazione delle “Guidelines for Landslide Susceptibility, Hazard and Risk Zoning for Land Use Planning”. Si è occupato, tra l’altro, di attività gestionale per le seguenti iniziative: il Consorzio Inter-Universitario per la Previsione e Prevenzione dei Grandi Rischi (C.U.G.Ri.), di cui è stato direttore dal 1999 al 2005; il Centro di Eccellenza sul Rischio Idrogeologico, finanziato dal MIUR nel 2001; la Scuola Internazionale sul Rischio da Frana (www.laram.unisa.it), fondata nel 2005 e della quale è, da allora, Direttore e coordinatore del Comitato Scientifico internazionale.

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