Consumo di suolo: ancora dati allarmanti nel rapporto Ispra 2016 | Ingegneri.info

Consumo di suolo: ancora dati allarmanti nel rapporto Ispra 2016

In Italia, dal 2013 al 2015, si sono realizzati 250 km2 di nuove coperture, 35 ettari al giorno. L’impatto ambientale della trasformazione costa quasi un miliardo all’anno

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Il Rapporto Ispra 2016 su “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” evidenzia un consumo di suolo in Italia in continua crescita, seppur rallentata negli ultimi anni: tra il 2013 e il 2015 le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 250 chilometri quadrati di territorio, ovvero, in media, circa 35 ettari al giorno, circa 4 metri quadrati di suolo irreversibilmente persi ogni secondo.

La trasformazione del suolo ha inciso prevalentemente sulle aree agricole e, in particolare, quasi il 60%, tra il 2008 e il 2013 è avvenuto a scapito di aree coltivate (in gran parte seminativi). Il 22% ha riguardato aree aperte urbane e il 19% del consumo di suolo ha distrutto, per sempre, aree naturali, vegetate o non, intaccando ormai circa 21.100 chilometri quadrati, il 7% del nostro territorio.

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Regioni, Province, Comuni
In Lombardia, Veneto e Campania, si supera il 10% di suolo consumato, con il valore percentuale più elevato. In Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Puglia, Piemonte, Toscana, Marche troviamo valori compresi tra il 7 e il 10%. La regione più virtuosa è la Valle d’Aosta (3%).

In metà dei comuni italiani (51%), l’aumento del consumo di suolo coincide con l’incremento della popolazione, mentre l’altra metà (49%) ha consumato ‘a perdere’, ovvero nonostante la popolazione non crescesse. I piccoli comuni (con meno di 5.000 abitanti) sono i più inefficienti, avendo i valori più alti di consumo marginale di suolo: per ogni nuovo abitante divorano mediamente tra i 500 e i 700 m2 di suolo contro i 100 m2 dei comuni con più di 50.000 abitanti.

La provincia di Monza e della Brianza si conferma quella con la percentuale più alta di suolo consumato rispetto al territorio amministrato, con una crescita ulteriore, tra il 2012 e il 2015, dello 0,5%. Seguono Napoli e Milano, con percentuali che superano il 30%. Ma, mentre Napoli ha un incremento del suolo consumato simile a quello di Monza e Brianza (0,5% in più rispetto al 2012), a Milano, nello stesso periodo, la crescita è stata dell’1,2%. Al quarto e quinto posto troviamo Trieste e Varese, che superano il 20% di suolo consumato al 2015.
In termini assoluti, la provincia di Roma è l’unica a oltrepassare la soglia dei 70.000 ettari, seguita da quella di Torino (oltre 67.000 ettari). Brescia e Milano hanno valori compresi tra i 50.000 e i 55.000 ettari, mentre Cuneo, Salerno, Verona, Treviso e Padova hanno valori che superano i 40.000 ettari.

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L’impatto territoriale
Una corretta valutazione dell’impatto del consumo del suolo non può prescindere dall’esaminare gli effetti dello stesso nell’intorno della superficie direttamente coperta artificialmente. Sebbene una quota importante degli effetti possa essere considerata diretta, e valutabile attraverso gli impatti diretti sugli ecosistemi e sulla biodiversità, non sono da trascurare gli effetti indiretti e di disturbo, che interessano alcuni importanti servizi ecosistemici di regolazione climatica ed idrogeologica.

Il territorio sigillato (nella maggior parte, di buona qualità e con maggiore potenzialità produttiva) interessa fiumi e laghi (+0,5%), coste (+0,3%) ed aree protette (+0,3%), avanzando anche in zone a pericolosità sismica (+0,8%), da frana (+0,3%) e idraulica (+0,6%). Gli effetti, le perdita di parte delle funzioni fondamentali, si ripercuotono sul suolo fino a 100 metri di distanza. In altri termini, oltre la metà del territorio nazionale (56%) risulta compromesso. L’area di impatto a 100 metri, in percentuale, sfiora in Puglia, Emilia Romagna, e Campania il 70%. L’area di impatto a 200 metri arriva quasi al 90% dell’intero territorio regionale in Puglia, Emilia Romagna e Marche.

Il consumo di suolo nella fascia costiera
A livello nazionale più di un quinto della fascia compresa entro i 300 metri dal mare è ormai consumato. Tra le regioni con valori più alti entro i 300 metri dalla linea di costa si evidenziano Marche e Liguria con oltre il 45% di suolo consumato, Abruzzo, Campania, Emilia Romagna e Lazio con valori compresi tra il 30 e il 40%. Tra i 300 e i 1000 metri si segnalano invece Abruzzo, Emilia-Romagna, Campania e Liguria con oltre il 30% di consumato. Nella fascia tra 1 e 10 chilometri troviamo ancora la Campania con circa il 18% di consumato.

Il consumo di suolo nelle aree protette
Al livello nazionale oltre 32.400 ettari sono suolo consumato all’interno di aree protette e tra il 2012 e il 2015 sono stati consumati ulteriori 85 ettari (+0,3%). La Riserva naturale del Litorale romano, secondo le stime preliminari del 2015, sarebbe quella dove è avvenuto il maggiore consumo di suolo tra il 2012 e il 2015 (circa 20 ettari), seguita dal Parco naturale lombardo della Valle del Ticino (8 ettari).

Il consumo di suolo nelle aree a rischio
Sul totale di suolo consumato in Italia, l’11,7% ricade all’interno di aree classificate a pericolosità da frana, il 16,2% in aree a pericolosità idraulica e il restante 72,1% al di fuori di aree a pericolosità idrogeologica.Il 2,8% (quasi 25.000 ettari) delle aree a pericolosità da frana molto elevata, il 3,2% (oltre 48.000 ettari) di quelle a pericolosità elevata e il 10,5% (oltre 255.000 ettari) delle aree a pericolosità idraulica è occupato da superfici artificiali realizzate fino al 2015.
All’interno delle zone a pericolosità sismica alta, le aree costruite toccano i valori massimi in Lombardia (14,3%) e in Veneto (12,5%); nelle zone a pericolosità molto alta, il picco è del 6,5% in Campania.

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Cosa si costruisce
Le infrastrutture di trasporto rappresentano, nel 2013, circa il 41% del totale del suolo consumato. Di queste, il contributo più significativo viene dalle strade asfaltate (10% in ambito urbano, 11,6% in ambito rurale e 2,9% in ambito naturale) e dalle strade sterrate (15,5%, prevalentemente in aree agricole). Le aree coperte da edifici costituiscono il 30% del totale del suolo consumato e si collocano prevalentemente in aree urbane a bassa densità (11,5%) e in ambito rurale (11,1%). Gli edifici in zone residenziali compatte rappresentano solo il 2,5% del totale del suolo consumato. Le altre superfici risultano asfaltate, impermeabilizzate o fortemente compattate o scavate, come parcheggi, piazzali, cantieri, discariche.

I costi della trasformazione
I costi occulti prevedono una spesa media che può arrivare anche a 55mila euro all’anno per ogni ettaro di terreno consumato e cambiano a seconda del servizio ecosistemico che il suolo non può più fornire per via della trasformazione subita:
• produzione agricola: oltre 400 milioni di euro,
• stoccaggio del carbonio: circa 150 milioni,
• protezione dell’ erosione: oltre 120 milioni,
• mancata infiltrazione dell’acqua: quasi 100 milioni,
• assenza di impollinatori: quasi 3 milioni,
• regolazione del microclima urbano: 10 milioni all’anno.

Complessivamente, sfiora il miliardo di euro (oltre 800 milioni) il prezzo massimo annuale che gli italiani potrebbero pagare dal 2016 in poi per fronteggiare le conseguenze della trasformazione forzata del territorio. Milano (45 milioni), Roma (39 milioni di euro), e Venezia (27 milioni) sono le città metropolitane con i costi annuali più alti.
Il rapporto è disponibile in forma Open Data sul sito dell’Ispra o in download gratuito a questo link.

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