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Consumo di suolo, in Italia una crescita esponenziale

Presentati i dati del II° Rapporto sul capitale naturale nel nostro Paese: in meno di 70 anni l’artificializzazione del territorio è aumentata del 184%

Facciamo spazio alla Terra
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Il consumo di suolo in Italia continua a crescere. Nel periodo compreso tra novembre 2015 e maggio 2016 le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 50 km quadrati di territorio; si tratta, in media, di 30 ettari al giorno, più di 3 metri quadrati di suolo persi ogni secondo. Secondo i dati della nuova cartografia SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) risulta che il consumo di suolo ha intaccato ormai 23.039 km quadrati del nostro Paese, pari alla dimensione di Campania, Molise e Liguria messi insieme. Questo è uno dei dati più significativi – e allo stesso tempo preoccupanti – che emerge dal Secondo rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia – 2018, redatto dal Ministero dell’Ambiente.

Consumo di suolo: cosa deve preoccuparci

Il Rapporto offre numeri allarmanti: dagli anni ’50 al 2016 il consumo di suolo in Italia è passato dal 2,7 % al 7,6%, con una crescita del 184%.

Gli scenari per il futuro al 2050 realizzati dall’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale, fanno presente che si potrebbe verificare una perdita, nel migliore dei casi (grazie a provvedimenti normativi significativi e applicazioni conseguenti) di 1.635 km quadrati, di 3.270 km quadrati nel caso di un consumo ancora ridotto mantenendosi una situazione di crisi economica o di 8.326 km quadrati nel caso di una ripresa economica che conduca la velocità del consumo di nuovo sugli 8 metri quadrati al secondo. Da sottolineare che l’obiettivo dell’azzeramento del consumo di suolo è stato definito a livello europeo già con la strategia tematica per la protezione del suolo del 2006, che ha rimarcato la necessità di porre in essere buone pratiche per ridurre gli effetti negativi del consumo di suolo e, in particolare, della sua forma più evidente e irreversibile: l’impermeabilizzazione (soil sealing). Entro il 2020 le politiche comunitarie dovranno, perciò, tenere conto dei loro impatti diretti e indiretti sull’uso del territorio e questo obiettivo generale è stato ulteriormente richiamato nel 2011, con la tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse, nella quale si propone il traguardo di un incremento dell’occupazione netta di terreno pari a zero da raggiungere, in Europa, entro il 2050. Obiettivo rafforzato recentemente dal Parlamento Europeo con l’approvazione del Settimo Programma di Azione Ambientale.

Un lavoro di artificializzazione sistematico del suolo

Una ricerca nazionale condotta sulla conversione urbana dei suoli dal 2006 al 2015 dal gruppo dell’Università de L’Aquila, Dipartimento Ingegneria Civile, Edile Architettura e Ambientale (DICEAA), mette in luce una serie di aspetti interessanti.  Analizzando le carte di uso del suolo regionali aggiornate in media dopo il 2000, la superficie urbanizzata in Italia può oggi attendibilmente essere stimata in 2 milioni di ettari. Se si aggiungono strade ed infrastrutture varie, si sale ad un tasso medio di artificializzazione dei suoli italiani attuale intorno al 10%.  Per comprendere meglio gli effetti a carico dei paesaggi italiani prodotti dall’artificializzazione sistematica, soprattutto per quelli con matrice agraria, è utile osservare i dati di densità media comunale: i comuni con il proprio territorio urbanizzato al di sotto del 2% erano negli anni ’50 quasi 4.600 e occupavano il 73% dell’intero territorio nazionale, mentre i casi con quota superiore al 50% erano solamente 10 e interessavano una superficie irrilevante del penisola. Il quadro cambia drasticamente dopo il 2000: infatti, al di sotto del 2% troviamo solo 1.747 comuni che rappresentano meno di un terzo del territorio nazionale, mentre il numero delle municipalità con oltre la metà del proprio territorio sostituito da strati artificiali diventa 20 volte più alto e copre quasi l’1% d’Italia, dato accompagnato da quasi 1.000 comuni urbanizzati per oltre un quarto della propria superficie. Un modello che induce una crescita caotica del reticolo viario che impone maggiori oneri per i trasporti, per la mobilità e per l’erogazione di molti servizi urbani, oltre a provocare un forte incremento dell’impronta energetica urbana, una elevata frammentazione degli ecosistemi.

Metodi di interventi a livello regionale sul consumo di suolo

La lettura del dato a livello regionale mostra un’artificializzazione mediamente molto elevata (superiore al 10%) in Lombardia e Veneto, seguite dalla Campania. Inoltre, superano la media nazionale il Friuli Venezia Giulia, la Liguria, l’Emilia-Romagna, il Lazio e la Puglia. Le regioni meno artificializzate sono la Valle d’Aosta e la Basilicata. Secondo il Ministero dell’Ambiente, dunque, si ritiene necessario intervenire prioritariamente secondo le seguenti linee direttrici:

  • Tutelare e recuperare gli ecosistemi della pianura padana, piuttosto degradati e residuali, soprattutto le foreste planiziali e le zone umide in Lombardia e Veneto;
  • Ridurre le pressioni sugli ecosistemi costieri nord-adriatici, in particolare in Emilia-Romagna;
  • Ridurre l’artificializzazione dei corsi d’acqua nella provincia di Bolzano;
  • Ridurre la frammentazione degli ecosistemi planiziali e collinari delle regioni peninsulari, in particolare Toscana, Umbria, Campania e Abruzzo;
  • Recuperare gli ecosistemi costieri di Liguria, Toscana, Lazio, Marche, Abruzzo e Campania;
  • Ridurre la frammentazione dei querceti caducifogli a dominanza di roverella/quercia virgiliana nelle regioni peninsulari centro-meridionali;
  • Recuperare, in generale, tutti gli ecosistemi della Puglia.

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