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Conto alla rovescia verso Copenaghen

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Il ‘protocollo di Copenaghen’ dovrà sostituire quello di Kyoto a partire dalla fine del 2012. Per questo dal 7 al 18 dicembre si terrà nella capitale danese la più importante conferenza mondiale sul clima degli ultimi anni. Questa settimana un gruppo di deputati si trova a Washington per incontrare i propri omologhi del Congresso, e nei prossimi giorni il Consiglio europeo deve decidere quanti soldi l’Europa mette sul tavolo per aiutare i Paesi in via di sviluppo.
Mancano solo 40 giorni all’inizio della Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP15), ma restano molti punti di domanda sulle posizioni dei principali attori internazionali. L’Unione europea, dopo aver adottato il pacchetto ‘clima ed energia’, sta impiegando tutte le sue energie per mettere a punto una posizione comune da portare al vertice di Copenaghen, per stabilire quale aiuto offrire ai Paesi in via di sviluppo e per convincere i Paesi partner che un “new Deal” verde è quanto mai necessario.
Se i primi due punti competono principalmente al summit europeo dei Capi di Stato e di governo del 29-30 ottobre, il Parlamento sta facendo la sua parte per persuadere i partner mondiali a presentare una posizione ambiziosa.

Bene il Giappone, gli USA devono mantenere le promesse
Apprezzamento per l’impegno del Giappone di ridurre le emissioni del 25% entro il 2020, pressione su Obama perché mantenga le promesse elettorali e su Cina, India e Brasile perché, anche loro, si sottomettano a obiettivi quantificabili e vincolanti.
Questa settimana una delegazione parlamentare è a Washington per parlare di clima con i rappresentanti del Congresso e con le ONG americane. Un gruppo di 15 parlamentari (più altri 55, che si recheranno a Copenaghen a titolo personale o del loro partito) parteciperà alle riunioni della COP15 anche se con lo status di osservatore.

Impegni vincolanti per tutti
Il Parlamento vuole che l’UE mantenga la sua leadership mondiale con una posizione ambiziosa nei negoziati. Obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni per i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, impegni concreti sull’aiuto ai Paesi poveri, e sanzioni per chi non raggiunge gli obiettivi: è quello che il Parlamento si aspetta dal vertice.
Taglio delle emissioni del 25-40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020 per i paesi avanzati, e del 15-30% per i Paesi in via di sviluppo, propone la risoluzione adottata dalla commissione Ambiente del Parlamento in vista del vertice di Copenaghen, che verrà votata dall’aula in novembre.
I deputati chiedono anche la revisione degli obiettivi ogni 5 anni, per adattarli alle nuove acquisizioni scientifiche, e chiedono di includere nell’accordo anche i settori dell’aviazione e del trasporto via mare, che devono avere obiettivi di riduzione obbligatori.
Aiuti “sufficienti, affidabili e prevedibili” sono imprescindibili per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare e adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici. La commissione Ambiente propone che l’Europa metta sul tavolo dei negoziati a Copenaghen almeno 30 miliardi di euro all’anno a partire dal 2020 per i Paesi terzi.

Le sfide di Copenaghen

  • Il successo del vertice dipenderà molto da USA, Cina e Russia, primi produttori di CO2 al mondo
  • L’obiettivo è stabilire target vincolanti di riduzione per il primo mondo
  • Limitare la crescita di emissioni nei paesi in via di sviluppo
  • Finanziare l’adattamento e la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici sui Paesi poveri

Evitare il disastro
Il mondo ha bisogno di un patto globale basato sulla solidarietà contro i cambiamenti climatici”, ha detto il presidente della commissione Ambiente Jo Leinen (Germania, S&D) durante una discussione su clima e sviluppo in Aula, aggiungendo che “sarebbe un disastro se l’Europa arrivasse a Copenaghen senza una posizione unitaria sulla suddivisione del peso e l’aiuto ai Paesi poveri”.
Ma la soluzione non è semplice, perché diversi Paesi dell’est, capitanati dalla Polonia, hanno già fatto sapere di non aver nessuna intenzione di sobbarcarsi il peso dei Paesi in via di sviluppo in modo sproporzionato rispetto alle loro capacità, e hanno bloccato un accordo in seno al Consiglio dei Ministri dell’Economia, per rimandarlo all’incontro fra Primi ministri alla fine di questa settimana.

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