Delega di funzioni in materia ambientale: la Cassazione aggiorna i requisiti | Ingegneri.info

Delega di funzioni in materia ambientale: la Cassazione aggiorna i requisiti

In materia ambientale, al pari di quanto avviene in ambito prevenzionistico, la delega di funzioni è applicabile anche ad aziende di modeste dimensioni ed entità organizzativa

Cass Pen 27862-2015
Cass Pen 27862-2015
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In materia ambientale, per attribuire rilevanza penale all’istituto della delega di funzioni, tra i requisiti, di cui è necessaria la compresenza, non è più richiesto che il trasferimento delle funzioni delegate debba essere giustificato in base alle dimensioni dell’impresa o, quantomeno, alle esigenze organizzative della stessa.

 

A stabilirlo è una sentenza della Corte di Cassazione, analizzata di seguito, che appare rilevante poiché fa un confronto con le regole nel campo della sicurezza, avvalendosi dell’affinità tra i due ambiti.

 

Il fatto

Il caso prende avvio dal procedimento penale, instauratosi innanzi al Tribunale di Cuneo, nei confronti del Presidente del Consiglio di Amministrazione e di  tre consiglieri di una società che si occupava della gestione dei rifiuti. A questi soggetti veniva contestata l’inosservanza delle prescrizioni relative alla AIA  (Autorizzazione Integrata Ambientale ai sensi del d.lgs n. 152 del 2006, art. 29-quattuordecies), in quanto – si legge nel capo di imputazione – “consapevoli della disordinata conservazione dei rifiuti, abbiano perciò stesso omesso di intervenire, colposamente”.

Il Tribunale condannava solo uno dei consiglieri e assolveva il Presidente del Consiglio di Amministratore e gli altri due amministratori. Risulta dagli atti che il tribunale era pervenuto a giudizio assolutorio nei confronti dei tre imputati , dopo aver dato atto dell’intervenuta definizione del processo da parte del terzo coamministratore, che, in base a quanto emerso nell’istruttoria dibattimentale era risultato dotato di deleghe specifiche; si legge, peraltro, nella motivazione dell’impugnata sentenza che l’accusa mossa agli attuali imputati si fondava sul presupposto che gli stessi, consapevoli della disordinata conservazione dei rifiuti, avessero per ciò stesso omesso di intervenire, colposamente; detta ipotesi accusatoria, motiva il giudice, contrastava con il dato positivo per il quale esisteva un soggetto munito di specifica delega a curare gli adempimenti in azienda in materia ambientale e, dall’altro, dall’operatività in settori diversi (commerciale ed amministrativo) degli altri imputati, come dichiarato dai medesimi in sede di esame, e dal teste indotto dalla difesa, donde l’insussistenza di elementi probatori a loro carico in ordine alla posizione di garanzia o specifico concorso attribuita agli imputati, sfociandosi diversamente in un’ipotesi di responsabilità oggettiva.

 

Il ricorso

Avverso la predetta decisione, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cuneo proponeva direttamente ricorso in Cassazione, deducendo che il giudice di merito, per assolvere gli imputati, aveva ritenuto efficace la delega di funzioni convenuta tra gli amministratori della società

Secondo il Pubblico Ministero, la delega in materia ambientale sarebbe giustificata solo nell’ambito di strutture plurisoggettive, invece nel caso in esame si trattava di una struttura estremamente semplice, in quanto uno solo era lo stabilimento ed unica era la sede aziendale; perciò, l’aver attribuito efficacia scriminante ad un accordo convenzionale tra soggetti che hanno scelto di svolgere l’attività di amministratori equivaleva a riconoscere efficacia ad un accordo privatistico sull’attribuzione di responsabilità penale.

Inoltre, per il Pubblico Ministero l’esistenza di una posizione di garanzia cumulativa, pur in presenza di un soggetto espressamente delegato alla cura degli adempimenti in materia, e la presenza di carenze gestionali ed organizzative di macroscopica evidenza, rendeva necessario l’intervento degli imputati, a prescindere dalla delega ad un solo amministratore.

Il ricorso è stato rigettato.

 

Cosa dice la Cassazione

La Cassazione ha rievocato i passaggi della motivazione impugnata: il Tribunale aveva assolto tre imputati (due dei quali coamministratori della società e il terzo presidente del Consiglio di Amministrazione) dopo aver dato atto dell’intervenuta definizione del processo da parte del terzo coamministratore, che, in base a quanto emerso nell’istruttoria dibattimentale, era risultato dotato di deleghe specifiche in materia ambientale. Lo stesso Tribunale aveva osservato, quanto al fatto che l’accusa mossa agli imputati si fondava sul presupposto che gli stessi, consapevoli della disordinata conservazione dei rifiuti, avevano omesso di intervenire, che detta ipotesi accusatoria contrastava con il dato positivo per il quale esisteva un soggetto munito di specifica delega a curare gli adempimenti in azienda in materia ambientale.

Ciò posto, la Cassazione ha ammesso che il requisito della “necessità” della delega è richiesto dalla giurisprudenza di legittimità con riferimento alle fattispecie di reati ambientali (v., ad es., Cass. 7 novembre 2007, Girolimetto, Ced Cass., rv. 238980, che subordina la rilevanza della delega di funzioni alla compresenza di precisi requisiti, tra cui, in particolare, il fatto che il trasferimento delle funzioni delegate sia giustificato in base alle dimensioni dell’impresa o, quantomeno, alle esigenze organizzative della stessa).

Senonché, così opinando, secondo il supremo Collegio era evidente l’asimmetria con l’omologo istituto della delega di funzioni in materia prevenzionistica. Infatti, a seguito della normativizzazione dell’istituto della delega nel D.Lgs. n. 81/2008 (Testo unico sulla sicurezza), l’attuale art. 16 non contempla più tra i requisiti richiesti per attribuire efficacia all’atto di delega quello della sua “necessità”, essendo oggi pacificamente ammissibile l’attribuzione delle funzioni delegate anche in realtà di modesta entità organizzativa.

Ciò significa, pertanto, che il c.d. requisito dimensionale, per espressa volontà legislativa (ove il legislatore avesse voluto, infatti, avrebbe espressamente incluso il requisito dimensionale tra quelli necessari, come ha fatto cristallizzando in previsioni di diritto positivo i principi giurisprudenziali elaborati in materia) non costituisce più condizione o requisito di efficacia di una delega di funzioni nella materia della prevenzione infortuni sul lavoro.


La Cassazione, pertanto, ha riconosciuto come la presenza di una volontà legislativa ben determinata nell’affine materia prevenzionistica, non poteva non esplicare i suoi effetti anche nella materia ambientale, considerando, del resto, gli inevitabili e naturali punti di contatto tra l’esercizio delle funzioni e gli adempimenti delegati nei due settori.


La sentenza ha infatti osservato che il mantenimento del requisito dimensionale quale condicio sine qua non dell’efficacia della delega di funzioni in materia ambientale, determinerebbe un’illogica ed ingiustificabile disparità di trattamento tra chi è delegato agli adempimenti ambientali e chi è delegato agli adempimenti in materia antinfortunistica, con la paradossale conseguenza, ove le deleghe confluiscano nel medesimo soggetto, che l’osservanza della legge consentirebbe di ritenere efficace l’atto di delega in materia prevenzionistica, ma non quello conferito in materia ambientale.

Proseguendo nel discorso, la Corte ha osservato che il necessario rispetto del principio di non contraddizione imponeva di rivisitare l’orientamento giurisprudenziale di legittimità formatosi con riferimento alla materia ambientale e ritenere, pertanto, non necessario anche in tale settore il requisito della necessità della delega.

Quanto, poi, all’obiezione del PM ricorrente, secondo cui sarebbe illegittima l’attribuzione di efficacia scriminante ad un accordo convenzionale tra soggetti che hanno scelto di svolgere l’attività di amministratori o tra costoro ed un dipendente, la Corte ha sostenuto che, normalmente, un’impresa organizzata – specie se a struttura associata – richiede, per la produzione di beni materiali, una ripartizione dei compiti e delle relative responsabilità tra coloro che collaborano con l’imprenditore, in virtù di attribuzioni preventivamente conferite nell’organizzazione tecnica dell’impresa; pertanto, ha proseguito la Corte, nelle società di capitali la responsabilità penale per l’inosservanza delle norme ambientali e per le relative conseguenze dannose non può essere fatta risalire alle persone (amministratori, consigliere o amministratore delegato) preposte ai vertici dell’organizzazione, della gestione e dell’amministrazione della impresa, ma deve essere individuata con riferimento ai compiti attribuiti ed alle mansioni svolte in concreto nella gestione dell’impresa, limitatamente ai settori di specifica competenza.

Solo ove tale ripartizione manchi (circostanza esclusa nel caso in esame, essendo emersa l’attribuzione di una delega ad uno degli amministratori ed essendo provato che gli altri amministratori ed il Presidente del C.d.A. si occupavano di incombenze diverse), gli amministratori di una società non possono esonerarsi dalla responsabilità penale assumendo di non svolgere mansioni tecniche in seno alla società giacché, per la loro qualità di organi preposti alla gestione ed all’amministrazione della società, e, quindi, quali persone fisiche rappresentative della società imprenditrice, si identificano con i soggetti primari destinatari delle norme poste a garanzia del bene ambiente, penalmente responsabili in conseguenza della loro violazione.

La sentenza è condivisibile anche se, forse, trascura altri profili, connessi tra loro, messi in luce dalla giurisprudenza che si è occupata della delega nel campo prevenzionistico.

Infatti, si è sempre affermato che il delegante, come garante primario dell’obbligo penalmente sanzionato di cui resta il titolare, anche se è autorizzato a trasferire ad altri l’adempimento dei suoi doveri ed a creare posizioni di garanzia, non è esonerato totalmente da responsabilità penale in quanto l’obbligo primario trasferito ad altri si trasforma in dovere di controllo rilevante ai sensi dell’art. 40, comma 2, cod. pen.: si è perciò sostenuto che l’efficacia liberatoria della delega si basa sul principio dell’affidamento, nel senso che sussiste la responsabilità residuale del delegante per violazione dell’obbligo giuridico di impedire la commissione di illeciti se è consapevole o, comunque, se è a conoscenza dell’incapacità o inadeguatezza del preposto con conseguente necessità del suo intervento per garantire il rispetto della legge.

Inoltre, proprio sul tema dell’individuazione delle responsabilità penali all’interno delle strutture complesse, la giurisprudenza ha puntualizzato (v. tra le prime Cass. 11 luglio 2002, Macola, Ced Cass., rv. 226999) che gli obblighi concernenti l’igiene e la sicurezza del lavoro gravano su tutti i componenti del consiglio di amministrazione e che la delega di gestione in proposito conferita ad uno o più amministratori, se specifica e comprensiva dei poteri di deliberazione e spesa, può ridurre la portata della posizione di garanzia attribuita agli ulteriori componenti del consiglio, ma non escluderla interamente, poiché non possono comunque essere trasferiti i doveri di controllo sul generale andamento della gestione e di intervento sostitutivo nel caso di mancato esercizio della delega.

In questa stessa scia, è stato spiegato (Cass. 4 novembre 2010, Quaglierini, n. 38991) che «l’art. 2392 c.c. in tema di s.p.a., nel prevedere che gli amministratori nella gestione della società devono adempiere i doveri ad essi imposti dalla legge e dall’atto costitutivo, stabilisce che anche se taluni compiti sono attribuiti ad uno o più amministratori, gli altri componenti ‘‘sono solidalmente responsabili se non hanno vigilato sul generale andamento della gestione …’’».

Tenuto conto di questi principi (che vanno applicati nel settore dei reati ambientali al pari di quelli espressamente menzionati dalla sentenza in rassegna), si osserva che nella fattispecie, anche in presenza di una delega di funzioni conferita ad un amministratore, la posizione di garanzia degli altri componenti del consiglio di amministrazione era ugualmente ravvisabile atteso che la presenza di carenze gestionali ed organizzative nella gestione dell’impresa era di macroscopica evidenza.

 

 

Articolo tratto da Ambiente & Sviluppo, Wolters Kluwer, n. 11-12/2015, p. 663-664.

 

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