Digestato e reflui agro-zootecnici: l’utilizzo agronomico ha una nuova disciplina | Ingegneri.info

Digestato e reflui agro-zootecnici: l’utilizzo agronomico ha una nuova disciplina

La norma ha importanti riflessi di carattere ambientale per quanto riguarda sia la qualificazione giuridica del digestato (sottoprodotto nel caso di utilizzo agronomico), sia la natura dell’impianto che lo produce

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In vigore dal 18 aprile 2016, il D.M. 25 febbraio 2016 – nuova disciplina dell’utilizzo agronomico degli effluenti zootecnici, delle acque reflue e del digestato –  va a sostituire quella prevista dal precedente D.M. del 7 aprile 2006. La norma ha importanti riflessi di carattere ambientale per quanto riguarda sia la qualificazione giuridica del digestato (sottoprodotto nel caso di utilizzo agronomico), sia la natura dell’impianto che lo produce. Contenendo una disciplina specifica su produzione, caratteristiche di qualità e utilizzazione agronomica del digestato, ovvero di tutto quel materiale che deriva dalla produzione di energia da impianti di biogas, il decreto è di particolare importanza per le imprese che trasformano del prodotto conferito.

 

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Sulla disciplina dell’utilizzazione agronomica dei reflui si sono susseguite, sovrapposte, integrate normative di diverso livello. Solo considerando il perido successivo al 2000, la materia è stata interessata dagli interventi relativi:

  • all’istituzione di un quadro comunitario per l’azione in materia di acque;
  • alla registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche (REACH) e l’istituzione dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche;
  • alla nuova disciplina comunitaria sui rifiuti;
  • alle norme sanitarie relative ai sottoprodotti di origine animale e ai prodotti derivati non destinati al consumo umano;
  • alla disciplina relativa al sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR);
  • ai metodi ufficiali di analisi chimica dei suoli;
  • all’approvazione del codice di buona pratica agricola;
  • le specifiche relative al digestato “ottenuto in impianti aziendali o interaziendali dalla digestione anaerobica […] di effluenti di allevamento o residui di origine vegetale […]”;
  • le “Nuove norme in materia di utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione e di scarichi dei frantoi oleari”, di cui alla Legge n. 574/1996, e i “Criteri e le norme tecniche generali per la disciplina regionale dell’utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione e degli scarichi dei frantoi oleari”, di cui al D.M. 6 luglio 2005;
  • all’interno del “Testo Unico ambientale”, una norma (art. 112) che, nel riprendere sostanzialmente quanto già affermato sette anni prima (D.Lgs. n. 152/1999), ha disciplinato in termini generali l’utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento, delle acque di vegetazione dei frantoi oleari, delle acque reflue provenienti da determinate aziende, rinviando ad un futuro decreto – che il MiPAAF avrebbe dovuto emanare di lì (siamo nell’aprile del 2006) a 180 giorni – la disciplina relativa ai criteri e alle norme tecniche generali (allora parzialmente regolamentati dal quasi coevo D.M. 7 aprile 2006), “garantendo nel contempo la tutela dei corpi idrici potenzialmente interessati ed in particolare il raggiungimento o il mantenimento degli obiettivi di qualità di cui alla parte terza del presente Decreto”.
    A distanza di quasi dieci anni, il MiPAAF ha finalmente adottato tale decreto che, nel mandare in pensione il vecchio D.M. 7 aprile 2006, ridefinisce la normativa o, per meglio dire, la integra qua e là.

 

Le novità della  disciplina

Il Decreto 25 febbraio 2016 disciplina i criteri e le norme tecniche generali per:

  1. l’utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento e delle acque reflue;
  2. la produzione, le caratteristiche di qualità, e l’utilizzazione agronomica del digestato, al fine di consentire alle sostanze nutritive ed ammendanti ivi contenuti di svolgere un ruolo utile al suolo agricolo, realizzando un effetto concimante, ammendante, irriguo, fertirriguo o correttivo sul terreno oggetto di utilizzazione agronomica, in conformità ai fabbisogni quantitativi e temporali delle colture. In particolare il  MiPAAF:
  • fa un rinvio – esattamente come nell’abrogato D.M. 7 aprile 2007 – alla disciplina di “dettaglio” delle Regioni, che entro fine estate dovranno disciplinare tali attività di utilizzazione agronomica, o in ogni caso adeguare le discipline esistenti (anche prevedendo discipline più restrittive, in ragione di particolari situazioni locali e sulla base delle indicazioni delle Autorità di bacino competenti), garantendo la tutela dei corpi idrici e del suolo, ai sensi della normativa vigente;
  • ribadisce che l’utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento, delle acque reflue e del digestato è esclusa dall’ambito di applicazione delle disposizioni relative alla gestione dei rifiuti, ma solo “qualora siano rispettati i criteri generali e le norme tecniche di utilizzazione agronomica disciplinati” nel Decreto;
  • fa salva la normativa concernente l’utilizzazione agronomica delle acque di vegetazione dei frantoi oleari, “per quanto non previsto nel presente decreto, resta disciplinata dalla Legge 11 novembre 1996, n. 574, e dal Decreto del Ministro delle politiche agricole e forestali del 6 luglio 2005”;
  • accorpa nelle disposizioni generali le discipline relative alla comunicazione – che le aziende che producono e/o utilizzano effluenti di allevamento, acque reflue e digestato destinati all’utilizzazione agronomica devono presentare all’Autorità competente – e al Piano di utilizzazione agronomica, che nel D.M. 7 aprile 2006 erano duplicate (a seconda della vulnerabilità o meno delle zone prese in considerazione), disciplinandole un po’ più nel dettaglio ( Tabella 1 in allegato);
  • definisce la documentazione di accompagnamento al trasporto e disciplina le regole sull’utilizzazione agronomica in zone vulnerabili da nitrati sulla falsa riga di quelle già previste dal vecchio D.M., salvo integrare la prima in relazione al trasporto dello stallatico e la seconda in relazione ad alcune modalità temporali di utilizzazione agronomica, alla facoltà delle Regioni di prevedere un’organizzazione del periodo di divieto diversa, ai controlli;
  • detta nuove disposizioni in materia di sottoprodotti.

 

Le condizioni per qualificare il digestato come sottoprodotto

In particolare, il D.M., prendendo le mosse da quanto stabilito dall’art. 52, comma 2-bis del D.L. n. 83/2012, ha dettato i criteri per la qualificazione del digestato come sottoprodotto.

In estrema sintesi, il digestato è sottoprodotto se:
1. è originato da impianti di digestione anaerobica autorizzati secondo la normativa vigente, alimentati esclusivamente con – materiali e sostanze di cui all’art. 22, comma 1;
2. è certo che sarà utilizzato a fini agronomici da parte del produttore o di terzi;
3. può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
4. soddisfa i requisiti del nuovo D.M., e, in particolare, quelli individuati all’allegato IX, nonché le norme igienico-sanitarie, di tutela ambientale comunque applicabili.

 

 

L’utilizzazione agronomica

Ma la parte più corposa del D.M. è dedicata all’utilizzazione agronomica:

  1. dei reflui di allevamento, che deve avvenire in conformità ai fabbisogni quantitativi e temporali delle colture;
  2. delle acque reflue, che è finalizzata al recupero delle sostanze ammendanti e fertilizzanti contenute nelle stesse, ai fini dello svolgimento di un ruolo utile per le colture;
  3. del digestato.

In particolare, il D.M. disciplina:

  • le caratteristiche e le modalità di impiego del digestato prodotto da impianti aziendali o interaziendali di digestione anaerobica alimentati esclusivamente con specifici materiali e sostanze e destinato ad utilizzazione agronomica;
  • le modalità di classificazione delle operazioni di disidratazione, sedimentazione, chiarificazione, centrifugazione ed essiccatura, filtrazione, separazione solido-liquido, strippaggio, nitrificazione, denitrificazione e fitodepurazione;
  • le condizioni al ricorrere delle quali il digestato è equiparabile, per quanto attiene agli effetti fertilizzanti e all’efficienza di uso, ai concimi di origine chimica.

 

Nella Tabella 2 sono riassunte e schematizzate le principali disposizioni (si rinvia a p. 342 di Ambiente & Sviluppo. n. 5/2016).

 

Qualche interrogativo

Volendo fare un sia pur rapido riassunto finale del nuovo decreto, si può affermare che, al netto di quanto evidenziato in merito alle novità costituite dalle disposizioni sui sottoprodotti (peraltro sostanzialmente bypassabili facendo ricorso alla normativa ordinaria, di cui all’art. 184-bis del TUA) e da quelle sul digestato, molte sono le disposizioni rimaste identiche, alcune sono state più o meno dettagliate, altre invece espunte oppure semplicemente adeguate formalmente al mutato quadro normativo di riferimento.

Certo è che, essendo molteplici i margini di manovra lasciati alle Regioni, molti – di conseguenza – potrebbero essere i problemi relativi alla disparità di trattamento fra aziende che producono e/o utilizzano effluenti di allevamento, acque reflue e digestato destinati all’utilizzazione agronomica.

Ci preme aggiungere due considerazioni:

  • da un lato, un’annotazione relativa al contorto riferimento al D.P.R. n. 59/2013 sull’autorizzazione unica ambientale. Com’è noto, tale norma stabilisce che per determinati soggetti è possibile presentare domanda di AUA nel caso in cui siano assoggettati, ai sensi della normativa vigente, al rilascio, alla formazione, al rinnovo o all’aggiornamento di almeno uno dei sette titoli abilitativi elencati nell’art. 3, fra i quali rientra anche la “comunicazione preventiva di cui all’art. 112 del [TUA] per l’utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento, delle acque di vegetazione dei frantoi oleari e delle acque reflue” provenienti dalle aziende ivi previste. Avendo l’AUA una durata pari a quindici anni a decorrere dalla data di rilascio (art. 3, comma 6 del D.P.R.), non si comprende il motivo per cui l’art. 4 del nuovo D.M. abbia voluto precisare che “fatte salve le previsioni del Decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo 2013, n. 59, in caso di richiesta dell’autorizzazione unica ambientale, [la comunicazione] deve essere rinnovata almeno ogni 5 anni dalla data di prima presentazione”;
  • dall’altro, un interrogativo relativo alle acque di vegetazione dei frantoi oleari – materia prima per la produzione del digestato – per le quali l’art. 2, comma 4, prevede un rinvio alla Legge n. 574/1996 e al D.M. 6 luglio 2005, “per quanto non previsto nel presente Decreto”; non si poteva cogliere questo sia pur tardivo passo del Ministero per provvedere ad una razionalizzazione normativa in un unico corpus?

Ma soprattutto, perché non partire dalla constatazione che in Italia – al di là delle discutibili scelte politiche, sia nel merito che nel metodo – ciò cha manca, non sono le leggi ma i controlli ed agire di conseguenza?

 

La versione completa dell’articolo di Andrea Quaranta, Utilizzo agronomico degli effluenti di allevamento e del digestato: la “nuova” disciplina, è pubblicata su Ambiente & Sviluppo n. 5/2016, pag. 337 ss.

 

 

 

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