Guida alla Life Cycle Perspective o Prospettiva del Ciclo di Vita | Ingegneri.info

Guida alla Life Cycle Perspective o Prospettiva del Ciclo di Vita

Come è cambiata la Life Cycle Perspective dopo la ISO 14001? E cosa comporta all'azienda questo mutamento di approccio? Una guida sintetica ma approfondita alla Prospettiva del Ciclo di Vita, dai massimi esperti in materia

Life Cycle Perspective
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Fra le caratteristiche della ISO 14001:2015, la considerazione della Prospettiva del Ciclo di Vita o Life Cycle Perspective nella gestione ambientale dei prodotti e servizi e, più in generale, nella gestione ambientale delle imprese e del complesso delle relazioni con gli interlocutori della proprie filiere, è uno dei temi di maggiore portata innovativa della nuova norma.

L’inclusione di queste tematiche nel Sistema di Gestione Ambientale non è, in assoluto, un elemento nuovo nella pratica operativa, considerato che, come è noto, gli aspetti ambientali connessi ai prodotti e ai servizi rientrano esplicitamente fra gli aspetti indiretti che le imprese fino ad oggi sono già state chiamate ad identificare, valutare e gestire nell’ambito del proprio SGA, in proporzione alla capacità di controllo e di influenza che esse sono in grado di esercitare. L’esperienza applicativa maturata fino ad ora evidenzia, tuttavia, che raramente le organizzazioni certificate hanno fatto passi significativi in questa direzione, gestendo questi aspetti in modo davvero efficace, sia ai sensi della ISO 14001:2004, sia del Regolamento EMAS n. 1221/2009/CE. Per esempio, ben di rado le imprese si sono spinte fino ad adottare logiche di integrazione avanzata della gestione ambientale dei prodotti e dei servizi nel proprio SGA.

Altrettanto scarsi sono stati i tentativi di sviluppare approcci finalizzati a ricomprendere nel SGA tutti i processi upstream e downstream della propria catena del valore e a gestire, in una prospettiva di miglioramento ambientale, le relazioni con gli attori chiave. Si pensi, ancora, a quanto poco si sia diffusa l’adozione di criteri ambientali nella progettazione dei prodotti o nella definizione e composizione dei servizi offerti sul mercato con relativo coinvolgimento dei soggetti della filiera (fornitori di materie prime, fornitori di imballaggi, ma anche smaltitori, aziende partner nell’erogazione di servizi etc.).

In questo contesto, la nuova ISO 14001 non vuole ignorare l’attenzione del “mercato” dei suoi potenziali utilizzatori verso questa nuova frontiera e sceglie quindi di promuovere un significativo “salto di qualità” per i Sistemi di Gestione Ambientale come, fino ad oggi, sono stati prevalentemente concepiti ed applicati, introducendo esplicitamente il concetto di Ciclo di Vita.

Che cos’è il Ciclo di Vita per la ISO 14001

Sin dalla sezione introduttiva della norma, il Ciclo di Vita viene infatti richiamato come approccio concettuale e metodologico fondamentale per lo sviluppo del SGA, che di fatto chiede all’impresa di considerare, in una visione e con una logica unitarie, tutti gli impatti ambientali connessi ai suoi prodotti/servizi lungo tutte le fasi della loro vita, nonché di valutare e gestire correttamente i processi e le attività da cui questi sono causati. La novità è chiaramente ispirata dalla convinzione che un approccio seriamente improntato al “Ciclo di Vita” possa realmente migliorare il SGA e, quindi, consentirgli di apportare un contributo determinante allo sviluppo sostenibile e al successo durevole dell’impresa. Il riconoscimento di un ruolo così significativo all’approccio del Ciclo di Vita nel SGA è un punto di svolta nell’evoluzione degli schemi di certificazione volontaria.

In primo luogo, è rilevante ribadire che cosa si intende con l’espressione Life Cycle Perspective, anche al fine di evitare equivoci e fraintendimenti connessi ad una possibile sovrapposizione con il concetto di Life Cycle Assessment (LCA). Si tratta, infatti, di due concetti distinti e non totalmente assimilabili:

  • assumere una Life Cycle Perspective nell’identificazione, valutazione e gestione dei propri aspetti ambientali significa adottare un approccio volto a considerare i processi produttivi e il loro impatto sull’ambiente in una prospettiva che trascende i ristretti confini del luogo ove si svolge la produzione in senso stretto (tipicamente, il “sito produttivo” dell’impresa), e prendere anche in esame tutte la fasi, a monte e a valle della produzione, dalla progettazione, alla distribuzione, al consumo, etc. fino al “fine vita” dei prodotti e servizi, indipendentemente dal luogo dove materialmente si svolgono tali fasi e dai soggetti cui fa capo principalmente la responsabilità di conduzione di tali attività (designer, trasportatori, retailer, smaltitori, etc.) che sono, nella gran parte dei casi, entità ben distinte dall’organizzazione che si certifica;
  • con il termine Life Cycle Assessment, ci si riferisce, invece, ad una metodologia di calcolo dell’impronta ambientale di un prodotto/servizio nel suo Ciclo di Vita, basata su un processo oggettivo e puntuale di valutazione dei carichi ambientali connessi al prodotto/servizio considerato, attraverso l’identificazione e la quantificazione dell’energia e dei materiali usati e dei rifiuti prodotti, includendovi – appunto – l’intero Ciclo di Vita: dall’estrazione al trattamento delle materie prime, alla fabbricazione, il trasporto, la distribuzione, l’uso, il riuso, il riciclo e lo smaltimento finale (“full LCA”).

È evidente che i due concetti sono strettamente connessi e che la loro maggiore o minore “vicinanza” o sovrapposizione dipende, in ultima analisi, dal significato attribuito, in termini applicativi, all’espressione utilizzata dalla norma: “prendere in esame tutte le fasi del ciclo di vita” dei prodotti e servizi. È chiaro che la conduzione di una vera e propria LCA rappresenta solo una delle possibili “risposte” alla nuova norma sotto il profilo operativo, quella più “avanzata” e più ambiziosa, specificamente finalizzata alla puntuale misurazione e quantificazione dell’energia e dei materiali usati e dei rifiuti generati per la realizzazione di un prodotto lungo tutto il suo Ciclo di Vita.

Approfondimento: La gestione rifiuti, opportunità per il professionista tecnico: intervista all’ing. Barbara Thomas

Life Cycle Perspective: evoluzione e novità

È utile fin d’ora sottolineare che l’introduzione del concetto di Life Cycle Perspective nella nuova ISO 14001:2015 mira, da un lato, a superare molti dei limiti emersi dall’esperienza applicativa dello standard, che, come si è visto, si è spesso concretizzata in un’applicazione “al ribasso” dei requisiti sui cosiddetti aspetti ambientali “indiretti”, ma dall’altro, non va assolutamente intesa come una richiesta di condurre una “full LCA” come requisito vincolante e imprescindibile ai fini della conformità allo standard, bensì lasci ampio spazio nella scelta delle soluzioni operative con cui raccogliere l’invito a guardare oltre ai propri confini aziendali, verso l’intera filiera.

La nuova norma, con l’assunzione della Life Cycle Perspective, segna un “punto di non ritorno”, ovvero dà per scontato che da ora in poi, le organizzazioni certificate non possano più limitarsi ad adottare un approccio meramente “formale” alla conformità del proprio SGA rispetto ai requisiti dello standard ISO 14001 relativi alla filiera e alla catena del valore. Si consideri, ad esempio, il caso dell’outsourcing delle attività e dei processi, inclusi quelli di produzione, fenomeno che oggi interessa le imprese in misura crescente e molto più consistente rispetto al passato.

In un contesto caratterizzato dal crescente ricorso all’outsourcing, è evidente come l’adozione di una Life Cycle Perspective risponda, in questo caso, all’esigenza di assicurare la credibilità dello standard, scongiurando la possibilità che la certificazione del SGA sia concessa ad un’organizzazione “svuotata” dei processi e delle attività i cui impatti ambientali dovrebbero invece costituire l’oggetto principale della gestione certificata.

Alla luce dei nuovi requisiti, la LCA trova nuove e significative possibilità di integrazione e di valorizzazione nell’ambito di un SGA, fino a configurarsi nelle esperienze più avanzate come lo strumento ideale per fornire all’organizzazione quel patrimonio conoscitivo necessario non solo a gestire gli impatti ambientali dei prodotti, ma anche a perseguire concretamente il miglioramento continuo delle prestazioni ambientali che è alla base della filosofia della norma. I risultati di una full LCA forniscono infatti una misura completa e approfondita degli impatti ambientali, molto utile per alimentare di informazioni, suggerimenti e idee le strategie dell’organizzazione mirate al miglioramento continuo delle proprie prestazioni ambientali.

Normalmente si ritiene che la conduzione di una LCA richieda un impegno significativo all’impresa, anche se non tutti gli studi sono concordi in questo senso, ma va ricordato che è possibile applicare il metodo a diversi livelli di complessità e di precisione/approfondimento sotto il profilo tecnico, “giocando” sulla flessibilità consentita dai software e dalle banche dati di riferimento, sfruttandone tutte le potenzialità come supporto alle decisioni aziendali.

Anche quando è applicata in una forma semplificata, infatti, la LCA mette a disposizione dell’azienda preziosi elementi conoscitivi “di base” relativi alle fasi del Ciclo di Vita dei prodotti e servizi su cui essa non ha un controllo immediato e diretto, ad esempio:

  • quali impatti ambientali sono relativamente più significativi nella filiera;
  • a quali lavorazioni o fasi di attività sono legati;
  • quali sono le forniture che incidono maggiormente su un certo impatto ambientale;
  • in quali ambiti si possono rintracciare i maggiori margini di miglioramento;
  • etc.

I diversi “approcci” con cui una LCA può essere introdotta nei vari processi aziendali, che nel tempo hanno assunto specifiche denominazioni, evidenziano come il metodo sia adattato alle esigenze delle funzioni aziendali che se ne servono. Il punto essenziale è che la LCA viene reinterpretata in modo flessibile, per produrre risultati che possono essere utili e utilizzabili per molte e diverse funzioni, ciascuna delle quali necessita di fruirne in modo differente per obiettivi diversi.

Il Life Cycle Management, ad esempio, altro non è che l’applicazione del metodo per fornire al Top Management le linee guida riguardanti l’impronta ambientale complessiva delle diverse attività aziendali, e quindi orientarne e supportarne le scelte strategiche. Ma se è la funzione Progettazione ad essere interessata ai risultati della LCA, l’approccio sarà più orientato a disaggregare i risultati per tipologia di materia prima/componente di cui l’azienda si approvvigiona o, addirittura, per fornitore (con i suoi impatti ambientali specifici, la sua localizzazione, etc.), dando vita in questo caso a quel che viene normalmente chiamato Life Cycle Design.
L’utilizzo forse principale delle LCA, oggi rimane, nelle esperienze di punta, quello a supporto della Comunicazione e del Marketing, le cui funzioni di governo aziendale sono portatrici di esigenze gestionali ancora differenti dalla precedenti: precisione dei numeri forniti, efficacia comunicativa, selezione di indicatori chiave etc. È in quest’ultima versione che la LCA viene normalmente applicata nel modo più rigoroso e dettagliato possibile.

Rapporto tra Life Cycle Perspective e Life Cycle Assessment

Rapporto tra Life Cycle Perspective e Life Cycle Assessment

Questa figura sintetizza alcune delle versioni in cui il metodo è stato “rivisitato” per poter essere messo a servizio dei diversi processi di un’organizzazione che oggi rientrano a pieno titolo nel campo di applicazione di un Sistema di Gestione Ambientale conforme ai requisiti della nuova ISO 14001:2015 (Fonte: ISO 14001:2015 dell’Assolombarda).

L’articolo è estratto e rielaborato partendo dalla sezione dedicata alla LCA sul Manuale Ambiente 2016, il nuovo volume edito da Wolters Kluwer e rivolto ai professionisti del settore ambientale. Per scoprire i suoi contenuti, clicca qui.

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