Hera, l'Italia del recupero nell'industria 'caso unico' in Europa | Ingegneri.info

Hera, l’Italia del recupero nell’industria ‘caso unico’ in Europa

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Pur avendo percentuali ancora basse di raccolta differenziata, l’Italia del riciclo rivela alcune peculiarità che la rendono unica in Europa: siamo primi infatti in alcuni ambiti strategici quali il recupero industriale di metalli, carta, plastica, vetro, legno, tessili, gomma, cioè riferito all’utilizzo nell’industria italiana delle materie prime seconde provenienti sia dalla raccolta di rifiuti urbani e speciali interna al Paese che importate. Stando infatti ai dati del Rapporto Green Italy di Unioncamere, su 163 milioni di tonnellate avviate a recupero industriale in Europa, 24,1 sono quelle della sola Italia, più della Germania (22,4 milioni). Aggiungendo alla lista dei rifiuti recuperati anche quelli chimici, i fanghi e alcune altre tipologie (ad esclusione di minerali e vegetali), l’Italia ottiene comunque un 2° posto, stavolta alle spalle della Germania. E’ questo il quadro dell’Italia che recupera emerso tracciato dal nuovo dossier del Gruppo Hera, dedicato proprio al legame tra filiera del recupero e green economy.

Questa leadership del sistema industriale nazionale ha varie ragioni: da un lato la strutturale carenza di materie prime che ha originato una attività manifatturiera e industriale che utilizza per quanto possibile materiale di recupero, come ad esempio accade con le industrie siderurgica e dell’alluminio, entrambe importatrici di rottami dall’estero per soddisfare il bisogno, del piombo, che ha un tasso di riciclo del 92%, della carta, della plastica e del vetro. Al punto che l’Italia, diversamente dalla maggior parte dei Paesi Europei, ha un’economia che importa, più di quanto non esporti, materie seconde (Il Riciclo Ecoefficiente 2012).

La seconda ragione è l’attività dei Consorzi di recupero, istituiti in ambito nazionale per alcune tipologie di rifiuti e basati sul principio che chi inquina paga, per responsabilizzare al recupero e riutilizzo, attraverso il versamento di un contributo ambientale, i produttori dei beni e gli utilizzatori del materiale. Sul fronte, ad esempio, del recupero degli imballaggi, la legge italiana ha istituito il Conai (Consorzio nazionale Imballaggi), che con le sue oltre 1,26 milioni di aziende è uno dei più grandi d’Europa. Al Conai afferiscono i rispettivi consorzi di filiera: Comieco (imballaggi cellulosici), Corepla (imballaggi in plastica), Coreve (vetro), Cna (acciaio e banda stagnata), Cial (alluminio) e Rilegno (imballaggi legnosi). Il contributo economico ambientale viene versato dai produttori e utilizzatori di imballaggio al Conai per ogni tonnellata immessa al consumo. Il Conai ne trattiene una parte per le proprie attività e riversa il resto ai diversi Consorzi di Filiera, che hanno il compito di promuovere e incrementare la raccolta dei rifiuti da imballaggi provenienti dal servizio pubblico e dalle imprese commerciali e industriali, il loro riciclaggio e recupero. Uno degli strumenti principali è l’accordo con l’Anci – Associazione nazionale comuni italiani – che prevede che il Conai riconosca ai Comuni aderenti un corrispettivo economico che dipende dalla quantità e qualità dei rifiuti urbani raccolti, che vengono poi avviati a riciclo in appositi centri individuati dal sistema consortile. In Italia (al 2010) il contributo ambientale versato al Conai è inferiore alla media europea, ciò implica che il sistema consortile nazionale ha quindi a sua disposizione una quantità limitata di risorse per sostenere i sistemi di riciclaggio dei rifiuti d’imballaggio. Nonostante ciò, si riesce comunque a recuperare il 75% degli imballaggi immessi al consumo.

Questa combinazione di motivazioni ha contribuito alla notevole crescita del settore del recupero di materiali: tra il 2000 e il 2011, infatti, le imprese operanti nel settore, principalmente di piccole dimensioni, sono aumentate del 39% (se ne contano 3.085), gli occupati sono raddoppiati arrivando a 24.000 e il fatturato è passato da 2 a 8 miliardi (secondo l’Istat).

Nonostante il calo generalizzato della produzione, il sistema del riciclo in Italia è comunque riuscito ad assorbire i quantitativi di materiale recuperato e quando non è stato possibile, le materie prime seconde hanno preso la strada dell’estero, soddisfacendo così la domanda del mercato internazionale, come ad esempio nel caso delle carta esportata soprattutto in Cina.

Nel campo, conclude il dossier Hera, i margini di crescita sono ancora molti: le percentuali italiane di raccolta differenziata sono ancora basse, con un 39,9% nel 2012 (secondo il Rapporto Rifiuti Urbani Ispra 2013), molto inferiore rispetto a nazioni come la Germania e l’Austria che superano il 60% (Eea). L’aumento di questi numeri, secondo il Gruppo, darebbe un contributo significativo all’economia nazionale. Basti pensare che solo i Raee, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, gestiti in Italia da Remedia, potrebbero fornire 320 tonnellate di oro e 7.200 di argento dai 50 milioni di tonnellate di questo tipo di rifiuti prodotti, ma solo il 15% di questo “bottino” viene estratto. In questo contesto l’Italia si colloca al sedicesimo posto in Europa con 4 kg procapite di Raee correttamente trattati, con significative differente sul territorio, come in Emilia-Romagna dove nel 2012 la raccolta è stata pari a 5,34 per abitante.

Consulta il dossier Hera qui.

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