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Il Rapporto Cave 2017 di Legambiente: calano i siti attivi, aumentano quelli dismessi

4.752 cave attive (-20,6% rispetto al 2010) e 13.414 dismesse. Canoni di concessione irrisori o inesistenti. Boom di export dei materiali lapidei, ma sempre meno lavoro in Italia

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Il Rapporto Cave 2017 di Legambiente concentra la sua attenzione sulle opportunità e le scelte da intraprendere per il futuro delle attività estrattive (e in generale delle costruzioni), puntando su ricerca, innovazione e qualità dei prodotti, alla luce di due cambiamenti nel settore:
• la diminuzione delle cave attive (-20,6% rispetto al 2010) e delle quantità estratte di inerti (-40,6%);
• la divaricazione tra materiali inerti e di pregio, con un boom delle esportazioni di lapidei e pietre ornamentali.

La situazione
Le cave attive sono oggi 4.752, quelle dismesse 13.414, ma si tratta di un dato parziale, che non tiene conto delle regioni che non hanno un monitoraggio (Friuli Venezia Giulia, Lazio e Calabria). Sono 2.012 i Comuni con almeno una cava attiva presente sul proprio territorio e quasi 1.000 i Comuni che hanno almeno 2 cave. Sono addirittura oltre 1.680 quelli con almeno una cava abbandonata o dismessa e 1.150 con almeno 2 siti.
Sono 53 i milioni di metri cubi estratti nel 2015 solo per sabbia e ghiaia (il 61% di tutti i materiali cavati in Italia), ma elevati sono anche i quantitativi di calcare (22,1 milioni di metri cubi) e di pietre ornamentali (oltre 5,8 milioni di metri cubi).

La Lombardia è la prima regione per quantità cavata di sabbia e ghiaia, con 19,5 milioni di metri cubi estratto. Seguono Puglia (con oltre 7 milioni di metri cubi), Piemonte (4,8 milioni), Veneto (4,1) ed Emilia-Romagna con 4 milioni circa.
Per quanto riguarda le pietre ornamentali, le maggiori aree di prelievo sono: Sicilia, Provincia Autonoma di Trento, Lazio e Toscana che insieme costituiscono il 53,4% del totale nazionale estratto. Le Regioni che invece cavano più calcare sono Molise, Lazio, Campania, Umbria, Toscana e Lombardia che superano singolarmente quota 1,5 milioni di metri cubi.
In nove Regioni italiane (Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Provincia Autonoma di Bolzano, Basilicata e Piemonte, dove sono previsti Piani Provinciali) non sono in vigore piani cava e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree e a raggiungere l’obiettivo fissato dalle Direttive europee per il 2020: il recupero del 70% dei materiali inerti.
I canoni di concessione sono del tutto inadeguati (in media, solo il 2,3% del prezzo di vendita di sabbia e ghiaia: 27,4 milioni a fronte di 1.051 milioni di volume d’affari) o addirittura inesistenti, come in Valle d’Aosta, Basilicata, Sardegna; in Lazio e in Puglia dove si chiedono pochi centesimi di euro per cavare inerti.
Di contro, il ricavato dalla vendita di inerti e pietre ornamentali è di 3 miliardi di euro l’anno. Le esportazioni nel 2015 hanno fruttato 2 miliardi di euro. Nonostante ciò, si riduce il lavoro in Italia nel settore.

Le buone pratiche
Il Rapporto mostra anche buone pratiche ed esempi virtuosi, come la gestione dell’attività estrattiva in sotterraneo con contestuale recupero delle aree, il recupero delle cave dismesse per creare parchi e ospitare attività turistiche e casi in cui sono stati utilizzati materiali provenienti dal riciclo invece che sabbia e ghiaia. Quest’ultimo caso si è verificato nella realizzazione di alcune autostrade e nella costruzione del Juventus Stadium.

Secondo Legambiente, per rilanciare il settore all’insegna della sostenibilità sono necessarie tre azioni:
rafforzare la tutela del territorio e la legalità attraverso una legge quadro nazionale che stabilisca le aree in cui l’attività di cava è vietata e obblighi il recupero contestuale delle aree;
stabilire un canone minimo nazionale per le concessioni di cava per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio. Se fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito (20% del valore di mercato) si recupererebbero 545 milioni di euro all’anno di incassi per le Regioni; dal 2009 si stima siano state sottratti canoni per oltre 3,5 miliardi di euro;
ridurre il prelievo da cava attraverso il recupero degli inerti provenienti dall’edilizia, rimuovendo le barriere nel riutilizzo dei materiali di scavo e di demolizione come aggregati riciclati per tutti gli usi compatibili, nei capitolati di appalto o nella discrezionalità da parte di stazioni appaltanti e responsabili dei cantieri nel preferire materiali di origine naturale.

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