Incendi in Campania: lo scenario di rischio e il piano di intervento | Ingegneri.info

Incendi in Campania: lo scenario di rischio e il piano di intervento

In che modo la Campania, territorio ad alto rischio idro-geo-morfologico, può gestire il 'dopo' dei molti incendi che hanno colpito la regione questa estate? Ne parliamo con gli ingegneri Massimo Fontana ed Eduardo Pace dell'ordine di Napoli

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Gli incendi che hanno colpito, tra le altre, la Regione Campania hanno avuto effetti drammatici per un territorio ad alto rischio idro-geo-morfologico. Per comprendere l’entità del danno patito occorre avere una conoscenza del territorio e delle sue criticità. Ad aiutarci in questa disamina gli ingegneri Massimo Fontana ed Eduardo Pace, rispettivamente consigliere in materia idrogeologica ed ex-vicepresidente uscente dell’Ordine degli Ingegneri di Napoli. “La preoccupazione è rivolta alle piogge che interesseranno il territorio colpito dagli incendi di quest’estate: a causa dei cambiamenti climatici gli eventi pluviometrici assumono sempre più frequentemente un carattere temporalesco, ovvero piogge intensissime protratte per un periodo di tempo molto limitato, quest’aspetto unito ad un terreno incapace di assorbire adeguatamente l’acqua fa sì che si abbia un sostenuto ruscellamento verso valle, con fenomeni gravitatavi, frane, e colate di fango” (1998 Evento Sarno da cui prende il nome l’omonimo decreto).
C’è una distinzione di fondo tra i potenziali fenomeni che si possono manifestare, sono in funzione del contesto territoriale. “A questo proposito per comprendere meglio le criticità indotte occorre dividere in due macrozone l’area del Vesuvio: una prima area meridionale caratterizzata da versanti molto acclivi che si affacciano direttamente sul golfo ed una seconda interna, rivolta verso nord-nord est, caratterizzata da pendii poco acclivi le cui pendici, una volta, erano pianure dedicate principalmente all’agricoltura”.
La distinzione tra le due zone serve anche a contestualizzare gli interventi idraulici e di difesa idrogeologica che furono eseguiti in epoca borbonica su un terreno che presenta una stratigrafia caratterizzata da roccia, sormontata da materiali sciolti, pomici, avente uno spessore di circa 2 – 3 m e le opere idrauliche realizzate sui versanti acclivi meridionali consistevano in piccoli alvei in cui le acque meteoriche si incanalavano, ovvero opere precorritrici delle attuali di ingegneria naturalistica, alvei in pietra di tufo, i cosiddetti valloni”.
Le opere idrauliche costruite in età borbonica nella zona nord erano funzione sia dell’andamento meno acclive del versante sia della destinazione d’uso della pianura posta alle pendici; consistevano in quelle che oggi chiameremo vasche di laminazione”.
Entrambe le aree sono radicalmente cambiate nel corso dei secoli: l’area prospicente la costa è oggi sede di sei Comuni ed ha la più alta densità abitativa europea; l’urbanizzazione risale le pendici del Vesuvio in aree dichiarate dal Piano Stralcio di Bacino (Figura 2) ad alto rischio alluvione e frana (Figura 3).

Figura 2 - Scansione delle tavole del piano stralcio, evidenziata la posizione del Vesuvio

Figura 2 – Scansione delle tavole del piano stralcio, evidenziata la posizione del Vesuvio

Tutti i vecchi piccoli alvei erano stati costruiti in modo diffuso per contenere portate modeste, attese le caratteristiche dei bacini influenti, con tempi di corrivazione di 40 – 45 minuti, nell’area compresa tra il Vesuvio e la costa. Oggi questi valloni sono stati sostituiti da parchi urbani e strade, implicando uno stravolgimento del grado di assorbimento dell’acqua da parte dei terreni interessati, rendendo di fatto il suolo pressocchè impermeabile. Le portate dei valloni rimasti attivi che prima avevano valori dell’ordine del m3/s, ora sono decuplicate”.
Nelle zone a monte, interessate dagli incendi, erano inoltre presenti boschi e opere lignee recenti di difesa dei versanti ed incanalamento delle acque ed ambiti protetti per la fauna. La distruzione di tali presidi, fa sì che non sia garantita una corretta regimazione delle acque meteoriche con un incremento dell’un’esposizione al rischio per 500.000 abitanti”.

Nella zona nord si presenta un problema diverso ma di altrettanta gravità: “le vasche di laminazione presenti alle pendici, negli ultimi 50 anni, sono state inglobate nel tessuto urbano perdendo di fatto la loro funzione originale unitamente a una scarsa manutenzione. Ad oggi le vasche sono parzialmente insabbiate tributarie anche in parte alle acque nere. Un loro riutilizzo dovrebbe ovviamente prevedere un intervento preliminare di bonifica”.
Gli incendi pertanto hanno portato un aggravio ad un tessuto urbano già caratterizzato da un elevato rischio idrogeologico, di fatto il sistema di regimazione delle acque è insufficiente ad un corretto smaltimento. Occorre intervenire tempestivamente, prima delle piogge per evitare possibili gravi danni alle persone e alle infrastrutture.

Incendi: piano di intervento
Con gli ing. Fontana e Pace ragioniamo anche di piani di intervento.
Non si tratta di una frase ridondante ma di un imperativo: occorre conoscere il territorio e fare un censimento delle opere di regimazione delle acque funzionanti o meno. Non si deve trattare necessariamente di opere strutturali ma anche di interventi non strutturali, quali ad esempio strade tagliafuoco, palizzate e fascinate”.
Il punto di partenza deve quindi essere un controllo di cosa si ha a disposizione e di come poter sfruttare le risorse esistenti, al fine poi di poter scegliere in modo coerente e sensato gli eventuali ulteriori interventi. “La disponibilità dei tecnici come ausilio alle Amministrazioni è nota, lo dimostra l’investimento che fece la Campania per la formazione delle sentinelle territoriali per specifiche aree ad elevato rischio idrogeomorfologico”.

Leggi anche: Dissesto idrogeologico i presidi territoriali della Regione Campania

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Occorre una immediata ricognizione del territorio, valutare se il piano di programmazione degli interventi redatto nel 2008 – 2009 è attuabile, ovvero verificare se le condizioni su occorreva agire sono mutate o meno. A questo deve seguire una pianificazione degli interventi, utilizzando le risorse tecniche specializzate del territorio, di fatto è una situazione emergenziale”.

schema tridimensionale

Infine ultimo aspetto, tutt’altro che scontato gli incendi hanno raso al suolo circa un migliaio di ettari, un terreno che di fatto si presenta vergine, pertanto idoneo ad essere plasmato attraverso opere di ingegneria naturalistica, atte a regolamentare la regimazione delle acque oppure idonee all’inserimento di piccolo laghetti collinari (circa 3.000 4.000 m3), da utilizzare quali riserve idriche anche in caso di incendio, quale fonte locale di approvvigionamento dell’acqua da parte dei Vigili del Fuoco”.

Alla fine scarica, in allegato, il pianto di stralcio per l’aspetto idrogeologico

Soggetti intervistati

Ing. Massimo Fontana

Ing. Massimo Fontana

http://www.ordineingegnerinapoli.it/trasparenza/fontana-curriculum.pdf
Ing. Eduardo Pace

Ing. Eduardo Pace

http://www.ordineingegnerinapoli.it/trasparenza/pace-curriculum.pdf

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