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I pesticidi nelle acque italiane aumentano

L'ISPRA presenta il Rapporto nazionale pesticidi nelle acque del 2018 e denuncia un incremento del livello di contaminazione nelle acque italiane, risultato di un monitoraggio più efficace

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Concepiti per interferire, ostacolare o distruggere organismi viventi ritenuti dannosi (microrganismi, animali, vegetali), i pesticidi sono per la maggior parte sostante tossiche, persistenti e bioaccumulabili che in seguito al loro uso hanno un notevole impatto sulle proprietà fisico-chimiche dei suoli, rivelandosi in molti casi nocive per la salute dell’uomo e degli ecosistemi.

Ed è proprio col fine di rilevare gli effetti dei pesticidi ed il loro utilizzo sostenibile nel rispetto dei compiti stabiliti dal Decreto del 22 Gennaio 2014 (Piano di Azione Nazionale, ai sensi della Direttiva 2009/128/CE), che l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nel Rapporto nazionale pesticidi nelle acque del 2018 (per approfondire, scarica il Rapporto completo disponibile in PDF in fondo a questo articolo) in riferimento al biennio 2015-2016 denuncia la presenza di pesticidi nel 67% dei punti delle acque superficiali e nel 33,5% di quelle sotterranee riscontrando un aumento rispettivamente del 17,3% e del 31,3% nei confronti del biennio precedente ed evidenzia più che in passato la presenza di miscele nocive nelle acque con un numero medio di circa 5 sostanze e un massimo di 55 sostanze in un singolo campione.

“Approfondisci quanto stabilito dal D.Lgs. n. 28/2017 – Il nuovo regime sanzionatorio relativo al regolamento UE 649/2012 sull’esportazione e l’importazione di sostanze chimiche pericolose”

Il riscontro dei dati e la pianura padano-veneta

Nonostante nel biennio 2015-2016 vi sia stato un incremento della copertura territoriale e della rappresentatività delle indagini, rimane ancora un disomogeneità fra le regioni del nord e quelle del centro-sud dove tuttora il monitoraggio è generalmente meno rappresentativo sia in termini di rete che in termini di sostanze controllate.

Riscontrando infatti, che più del 50% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale si concentra nelle cinque regioni dell’area della pianura padano-veneta, il Rapporto dell’ISPRA evidenzia che è proprio quest’ultima ad avere la maggiore contaminazione delle acque.

Secondo quanto esposto all’interno del Rapporto infatti, oltre che alle caratteristiche idrologiche del territorio padano-veneto ed al suo intenso utilizzo agricolo, tale stato è legato alla più completa ed esaustiva rappresentatività delle indagini nelle regioni del nord rispetto a quelle del centro-sud (mancando difatti i dati della Calabria e quelli della Liguria relativi le acque superficiali). L’ISPRA ha riscontato infatti limiti di quantificazione dei dati spesso inadeguati nelle regioni del centro-sud, ed esorta un’armonizzazione ed  un aggiornamento continuo del monitoraggio a livello nazionale col fine di tener conto delle nuove sostanze presenti sul mercato tra le quali fungicidi e insetticidi e dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche.

I dati rivelano inoltre che la contaminazione delle acque superficiali si attesta sul 90% nel Veneto e Piemonte e sul 70% in Lombardia, evidenziando una situazione particolarmente grave in riguardo alla contaminazione delle falde acquifere in Friuli Venezia Giulia e Sicilia.

Quali sono le sostanze più trovate e quali i pesticidi che preoccupano?

Nonostante l’attenzione dei consumatori sia in costante aumento, spingendo i governi a regolamentare più severamente l’utilizzo sostenibile dei pesticidi, secondo il Rapporto dell’ISPRA, il 23,9% dei punti delle acque superficiali e l’8,3% di quelle sotterranee presentano concentrazioni superiori al limite consentito.

Gli erbicidi e alcuni loro metaboliti sono ancora le sostanze più trovate nelle acque superficiali dove costituiscono il 52,5% delle misure positive.

Di questi, sono proprio il Glifosato (concentrazione superiore al limite del 24,5% dei casi), un erbicida a largo spettro usato per il diserbo sistemico sia su colture arboree ed erbacee che su aree non destinate alle colture agrarie, ed il suo metabolita AMPA (acido aminometilfosfonico) – (concentrazione superiore al limite del 47,8% dei punti monitorati) altamente solubile in acqua e facilmente trasferibile in falda, le sostanze che determinano il maggior numero di superamenti dei limiti stabiliti dalle norme.

Dati da non sottovalutare quest’ultimi, dato che il Glifosato ed il metabolita AMPA, rientrano da tempo tra quelle sostanze ritenute cancerogene per l’uomo.

Le falle del quadro normativo nazionale ed europeo e i rischi correlati

Pur riconoscendo la sostanziale validità del quadro regolamentare italiano ed europeo in tema di sostanze chimiche, il Rapporto dell’ISPRA segnala alcune criticità che ritiene opportune considerare per arrivare a una più adeguata gestione del rischio per l’ambiente e la salute dell’uomo.

Rilevando infatti, che il processo di autorizzazione dei pesticidi si basa su una valutazione preventiva dell’impatto delle sostanze condotta con metodi di analisi del rischio da tempo codificati ed in alcuni casi ritenuti obsoleti, in concomitanza alla disomogeneità del monitoraggio, all’incompleta copertura del territorio ed a un’assenza di protocolli regionali delle sostanze immesse sul mercato negli anni precedenti, all’interno del Rapporto, l’ISPRA afferma che lo stato italiano ad oggi si trova in una fase transitoria in cui l’entità e la diffusione dell’inquinamento delle acque non sono sufficientemente noti, evidenziando una reale sottostima della contaminazione delle acque ed un reale incremento degli eventuali rischi correlati all’uso dei pesticidi per gli ecosistemi e l’uomo.

Tra le criticità segnalate vi sono infatti, la valutazione dell’esposizione nel caso di sorgenti diffuse e la mancanza di criteri di identificazione condivisi  e di un inventario concordato utile alla caratterizzazione delle modalità d’azione per sostanze chimiche con pochi dati a disposizione e per le miscele nocive per le quali la valutazione del rischio occorre esser fatta sulle singole sostanze.

In tali casi infatti, la valutazione viene fatta generalmente su scenari ipotetici idealizzati, non sempre rappresentativi delle situazioni reali, specie se si considera l’uso su larga scala e in elevate quantità di tali sostanze.

Tali evidenze indicano quindi, la necessità di un’analisi critica delle attuali procedure di autorizzazione delle sostanze, che porti alla corretta valutazione del rischio, considerando in modo retrospettivo e non preventivo i dati di monitoraggio ambientale con particolare riferimento alla sostenibilità dell’inquinamento chimico e basandosi non più sul semplice rispetto di determinati limiti di legge, ma su una valutazione complessiva dell’ambiente e della capacità degli ecosistemi di rispondere ai fattori di stress antropici e di ripristinare le condizioni precedenti o quantomeno le condizioni ecologicamente sostenibili (resilienza).

Approfondisci e scarica il Rapporto nazionale pesticidi nelle acque del 2018 dell’ISPRA.

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