Italiasicura: verso un catalogo delle buone pratiche contro il dissesto idrogeologico | Ingegneri.info

Italiasicura: verso un catalogo delle buone pratiche contro il dissesto idrogeologico

Le linee guida contro il rischio idrogeologico sono giunte alla loro terza versione, 144 esperti si sono riuniti a Roma per fare il punto e indicare le buone pratiche progettuali. Parlano il coordinatore Giovanni Menduni e SIGEA

Dissesto-idrogeologico
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A Roma, lo scorso 13 dicembre 2017, si sono riuniti 144 esperti al fine di rendere più efficaci ed applicativi i principi individuati dalle Linee Guida per le attività di programmazione e progettazione degli interventi per il contrasto del rischio idrogeologico, attraverso lo sviluppo di un “catalogo dinamico delle buone pratiche progettuali” che sia uno strumento utile ed efficace proprio della struttura Italia Sicura. L’incontro si è sviluppato su 12 tavoli di discussione, ognuno coinvolto in specifiche tematiche inerenti le problematiche del dissesto idrogeologico.

La struttura di missione Italiasicura ha tentato e sta tentando di incidere proprio sul modello, introducendo criteri di metodo, flessibilità e anche di ragionevolezza. Le “Linee guida” per la progettazione sono, almeno in parte, il manifesto di questa visione. La caratteristica principale del lavoro che tuttavia vogliamo sottolineare è il tema della partecipazione e del confronto. Quello delle “Linee” non è stato un percorso autoreferenziale ma condiviso con centinaia e centinaia di interlocutori. Un intero anno connotato, tra le altre cose, da incontri svolti da Bolzano a Palermo, da un dibattito pubblicato interamente online, da una fase di continuo ascolto. Tant’è che il testo è adesso alla terza edizione” – asserisce il Professore Giovanni Menduni, coordinatore del testo linee guida.

L’evento del 13 dicembre in questo senso, è una ulteriore tappa. 144 persone provenienti da esperienze, ambiti professionali e culture diverse, si sono ritrovate per una giornata di lavoro con l’intento di orientare ulteriormente il testo delle Linee guida. Si è discusso a tutto campo e questo di per sé non desta meraviglia. Quello che invece fa piacere sottolineare è il fatto che questa comunità ha lasciato la sala avendo prodotto un documento di indirizzo che è stato immediatamente diffuso in rete. Si tratta di un punto di partenza più che di arrivo. Occorre affrontare i “prototipi” una repository di buone pratiche che costituirà la sfida di questi mesi, ma soprattutto gettare un ponte che superi il cambio di legislatura per offrire una visione attuale ed efficace al problema del dissesto. Dopo settant’anni non sarebbe male”.

Leggi sull’argomento: Linee guida rischio idrogeologico: parla il coordinatore Giovanni Menduni

A questo incontro ha partecipato, al Tavolo 8 “Gli effetti dell’intervento sulla dinamica del fiume e della costa“, l’associazione Sigea e nove professionisti e studiosi del mondo istituzionale, professionale, accademico ed imprenditoriale.

La discussione è stata estremamente interessante e con piacere devo sottolineare un sostanziale accordo fra i vari partecipanti al tavolo 8. Le conclusioni specifiche, prima della consegna dei punti discussi per la sintesi con gli altri Tavoli, fanno soprattutto riferimento ai seguenti punti:

  • Notevole complessità delle problematiche della morfodinamica fluviale e costiera con una relativa maggiore complessità per le aree costiere;
  • Necessità che la progettazione sia interdisciplinare (geologi, ingegneri, pedologi, architetti, geofisici, ecc.);
  • Ruolo fondamentale della PA nelle fasi preliminare e di approvazione dei progetti;
  • Necessità di investimenti e condivisione dei dati che devono essere acquisiti dalla PA e messi a disposizione della comunità tecnica;
  • Necessità di consultazione con la cittadinanza che può dare indicazioni che possono condizionare aspetti progettuali. per evitare sospensioni ricorsi ecc., anche con il coinvolgimento di figure professionali idonee (sociologi, antropologi, geografi);
  • Si suggerisce che Italia Sicura si occupi di censire o formulare esempi di Buona Pratica progettuale ed esecutiva, sia italiane che estere, con riferimento specifico al monitoraggio degli effetti degli interventi alle diverse scale spaziali e temporali e manutenzione delle opere realizzate.

I risultati della discussione dei vari tavoli sono visionabili nel Report Finale, scaricabile a questo link:

– afferma il Presidente della Sezione Regione Lazio Maurizio Lanzini.

Leggi sull’argomento l’articolo Nuovo stadio della Roma: analisi delle criticità idrogeologiche

Il segnale dato dalla struttura di Italia Sicura è forte e soprattutto riconosce le labilità del nostro territorio. “La cultura del contrasto al dissesto, nel nostro Paese, ha una settantina d’anni. Nasce con l’evento del Polesine del 1951 ed è poi proseguita con alterne vicende. In particolare tra gli anni ’80 e i primi anni 2000 ha raggiunto l’apice dell’interesse, con la emanazione della legge quadro del 1989 e un dibattito forte e diffuso che ha coinvolto la politica, l’università, la galassia delle professioni in una miriade di convegni, incontri, seminari. Ha poi fatto seguito un periodo di progressivo declino che ha portato la tematica nel cono d’ombra che ha caratterizzato l’ultimo decennio. Abbiamo più volte sentito ripetere la cantilena “si è studiato troppo!” oppure “mentre il medico studia, il malato muore!” a contrastare la tendenza degli anni precedenti, caratterizzati da una notevole vivacità intellettuale.

Sarebbe tuttavia errato, prima che riduttivo, banalizzare questo fenomeno. Il Paese ha in effetti scontato il fatto che molte delle promesse formulate negli “anni d’oro”, confortate dalle norme e supportate dalla ricerca, non sono poi state mantenute. Gli interventi, le azioni, le opere sono a lungo rimaste al palo, soprattutto se rapportate alle speranze accese dalla pianificazione delle Autorità di bacino.

Il nocciolo del problema non è riducibile, come molti sostengono, alla carenza di risorse. Gli importi delle programmazioni, per quanto apparentemente soverchianti, potevano certamente essere trovati, vista anche la scansione degli interventi su scale ventennali. La ragione va piuttosto cercata nei problemi connessi al modello prescelto, ancora affondato nella cultura degli anni del dopoguerra e del tutto inadeguato alla situazione di fine del secolo o, peggio, nel nuovo millennio” – sottolinea il professore Menduni.

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