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L’attività ispettiva e la vigilanza in materia ambientale

L’attività ispettiva e di vigilanza controlla i soggetti suscettibili di cagionare danni in materia ambientale

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In materia ambientale il nostro ordinamento giuridico attribuisce a taluni organi pubblici un’insieme di potestà amministrative finalizzate al controllo e alla vigilanza dei diversi soggetti la cui attività economica sia suscettibile potenzialmente di cagionare danni al bene “ambiente”.

L’attività di vigilanza è un compito istituzionalmente riservato ad organi aventi natura pubblicistica e può essere svolta senza interferire con la sfera giuridica altrui. Ciò si verifica, ad esempio, quando l’attività conoscitiva è svolta utilizzando la tecnica del confronto di dati e documenti in possesso della pubblica amministrazione oppure ricevendo notizie liberamente fornite dai privati. Se invece l’attività di cui sopra è caratterizzata dall’esercizio di determinate potestà (potestà di accesso e di chiedere informazioni con la minaccia dell’irrogazione di sanzioni in caso di rifiuto) si realizza la fattispecie dell’ispezione amministrativa.

E così i pubblici ufficiali ai quali sono attribuiti compiti di polizia amministrativa in materia ambientale hanno la potestà di accedere direttamente presso i luoghi di pertinenza di altri soggetti, di ottenere notizie complete e veritiere pena l’irrogazione di sanzioni amministrative o penali e di impartire ordini o diffide.

Al riguardo ha efficacia generale l’art. 13 della Legge n. 689 del 24 novembre 1981 secondo il quale “… gli organi addetti al controllo sull’osservanza delle disposizioni per la cui violazione è prevista la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro possono, per l’accertamento delle violazioni di rispettiva competenza, assumere informazioni e procedere a ispezioni di cose e di luoghi diversi dalla privata dimora, a rilievi segnaletici, descrittivi e fotografici e ad ogni altra operazione tecnica”.

In tale ottica, ad ogni modo, gli atti posti in essere dagli ispettori nell’esercizio dei suddetti poteri devono seguire le regole proprie dell’azione amministrativa. Secondo la Cassazione, peraltro, l’art. 13 della Legge 24 novembre 1981, n. 689, nel consentire ai verbalizzanti di procedere all’ispezione di cose e ad ogni altra “operazione tecnica” necessaria al fine di accertare il fatto costituente la violazione, anche avvalendosi di competenze tecniche di soggetti privati idonei allo scopo, prevede il libero esercizio della potestà accertativa della P.A. senza alcun intervento diretto dell’autore dell’illecito, contemplato dal successivo art. 15 della legge nei casi, eccezionali, di revisione delle analisi di campioni (Cass. civ., sez. 2, n. 26794 del 19 dicembre 2007, in CED Cass. 601416).

Della stessa idea anche la giurisprudenza amministrativa, la quale infatti sostiene che nessuna disposizione richiede la presenza del trasgressore al momento in cui vengono svolte le operazioni di accertamento dell’infrazione e/o in quello in cui viene redatto il relativo verbale; non l’art. 13, Legge 24 novembre 1981, n. 689, che enuncia poteri e facoltà degli organi addetti alla vigilanza e al controllo sull’osservanza delle disposizioni per la cui violazione è prevista la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro, senza subordinarli al preventivo avviso e/o alla presenza dei soggetti che ne potrebbero essere destinatari. La garanzia del contraddittorio è assicurata da altre disposizioni contenute nella Legge n. 689 del 1981 e, precisamente, dagli artt. 14 e 18, sia attraverso la previsione di una tempestiva contestazione, sia attraverso l’attribuzione all’interessato del diritto di far pervenire scritti e documenti all’autorità competente, nonché di essere ascoltato prima dell’emanazione del provvedimento conclusivo del procedimento (TAR Milano, Lombardia, sez. III, 13 settembre 2012, n. 2305, F.B. c. Asl Varese, in Foro amm. TAR 2012, 9, 2660).

Una disciplina autonoma è, invece, prevista per quanto concerne la materia della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, in quanto il coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza in materia è disciplinato con D.P.C.M., previa intesa sancita in sede di Conferenza unificata. Tale coordinamento è affidato ai comitati regionali di coordinamento (si v., in particolare, l’art. 4 della Legge 3 agosto 2007, n. 123, recante “Misure in tema di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro e delega al Governo per il riassetto e la riforma della normativa in materia”, in G.U. 10 agosto 2007, n. 185). L’atto relativo è costituito dal D.P.C.M. 21 dicembre 2007 (“Coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro”, in G.U. 6 febbraio 2008, n. 31). Ne consegue, conclusivamente, che l’azione ispettiva deve informarsi ai principi generali della legalità, del buon andamento e imparzialità dell’azione amministrativa (artt. 97, 98 Cost.).

Quasi tutte le principali normative settoriali, inoltre, prevedono – o, meglio, ribadiscono – poteri ispettivi da parte del personale amministrativo con funzioni di vigilanza (in materia di rifiuti, l’art. 197 D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152; in materia d’inquinamento idrico, gli artt. 101 e 129 D.Lgs. n. 152/2006; art. 14 della Legge n. 447/1995 in materia di inquinamento acustico; in materia di inquinamento atmosferico, l’art. 269 D.Lgs. n. 152/2006). Oltre a prevedere un’attività di vigilanza generica, altresì, il nostro ordinamento contempla talune ipotesi per le quali si ha una vigilanza particolarmente assidua nei confronti dei soggetti che svolgono attività in materia ambientale e per le quali sia necessaria un’autorizzazione amministrativa. Per tali soggetti il controllo risponde alla necessità di verificare non solo il rispetto della legge ma anche delle condizioni cui l’autorizzazione ha subordinato lo svolgimento dell’attività.

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