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Le falesie, una risorsa da tutelare: intervista al prof. Spilotro

Il professore Giuseppe Spilotro analizza per noi le falesie, descrivendone le cause dello sgretolamento nonchè la mitigazione del rischio

La falesia di Polignano a Mare sferzata da onde di burrasca da NE (6 gennaio 2017). In tali condizioni sono state registrate in sommità della falesia accelerazioni di decimi di g alle frequenze dell’ondazione.
La falesia di Polignano a Mare sferzata da onde di burrasca da NE (6 gennaio 2017). In tali condizioni sono state registrate in sommità della falesia accelerazioni di decimi di g alle frequenze dell’ondazione.
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Nei giorni scorsi ha fatto discutere lo stato in cui versa la falesia di Santa Cesarea Terme (Le), sollecitando l’intervento di mitigazione del rischio. La falesia alta continua a sgretolarsi ed è lecito chiedersi quali siano le cause che comportano tale risposta. Abbiamo per questo contattato il professore, nonché ingegnere geotecnico e geologo, Giuseppe Spilotro, a cui abbiamo chiesto cosa si intende per sgretolamento di una falesia, ma soprattutto le cause e le condizioni ambientali che producono una simile risposta.

La bellissima immagine della costa Nord di Cefalonia ci aiuta a comprendere aspetti morfologici e fenomenologici della complessa dinamica delle cosiddette coste alte’.

In figura 1, infatti, emergono due colori: nella parte alta, il verde scuro del versante costiero, ed il bianco abbacinante della falesia, la parte quasi verticale, che si sviluppa dal livello mare fino ad intercettare il verde. Il colore bianco delle falesie è un elemento caratterizzante: rappresenta, infatti, il loro perenne rinnovamento’.

Tra le tante falesie, sono famose le bianche scogliere di Dover, ma anche le due porte dell’Adriatico, a sinistra Lefkas ed a destra Leuca, identico nome che richiama nuovamente il bianco delle falesie lavorate dal mare’.

Fig.2 Le bianche scogliere di Dover (England) e la traccia di recenti collassi, in più punti al piede.

Fig.2 Le bianche scogliere di Dover (England) e la traccia di recenti collassi, in più punti al piede.

“I processi che determinano le morfologie di superficie della parte continentale o costiera del versante, delle falesie, e l’eventuale presenza o meno di spiaggia al piede della falesia sono fenomeni assolutamente naturali ed in continuo divenire.

Le cause concorrenti, ed in diversa misura, sono ad esempio:

  • il clima con l’esposizione,
  • le variazioni termiche giornaliere e stagionali
  • l’eventuale formazione di ghiaccio,
  • quantità e distribuzione delle precipitazioni,
  • il vento,
  • le litologie e le loro discontinuità,
  • la capacità vegetazionale.

Nel caso delle falesie, cioè la parte di un versante direttamente interagente con il mare, si aggiungono tre elementi particolarmente forti ed importanti:

  • l’impatto del moto ondoso,
  • la coincidenza del livello mare e della linea di costa con la linea a potenziale zero delle acque sotterranee interne,
  • l’effetto sulle rocce e sui terreni dello spray marino.

La variabilità fenomenologica deve essere ulteriormente considerata in relazione alla variazione del livello mare, lenta per la storia dell’uomo, ma non tale per la storia geologica del territorio. Queste variazioni conoscono periodi di variazioni alternati a periodi di stazionamento; sappiamo che all’ultimo glaciale massimo (LGM), circa 18.000 anni fa, il livello del mare era non meno di 120 m al di sotto dell’attuale, e che al presente ed indipendentemente da variazioni climatiche di ultimo periodo, il mare si solleva di circa 1,5 mm/ anno.

In un ammasso costiero piuttosto robusto, quindi con limitata produzione di prodotti di crollo, la falesia può proseguire sotto il livello del mare per decine di metri.

La celebre falesia, ad esempio, di Polignano a Mare immerge quasi 10 m (Figura 3)”.

Fig.3 La falesia su cui sorge l’abitato antico di Polignano a Mare

Fig.3 La falesia su cui sorge l’abitato antico di Polignano a Mare

Una spiaggia al piede della falesia e la sua dimensione nella parte sommersa ed emersa, governano a loro volta il fenomeno del frangimento delle onde di burrasca, difendendo in qualche modo la falesia stessa, ovvero riducendo il numero e l’intensità dei cicli ad elevata accelerazione che sollecitano la stessa.

Ma la dimensione, la granulometria e la pendenza della spiaggia al piede dipendono a loro volta dalla componente tangente del moto ondoso, con la capacità di trasporto delle correnti litoranee.

La configurazione finale, ovvero la spiaggia al piede della falesia, deriva quindi dall’equilibrio di massa tra i prodotti dell’instabilità e la loro distribuzione lungo costa da parte delle correnti marine. È noto che in taluni contesti, come il Gargano meridionale caratterizzato da una spiaggia a ciottoli, la spiaggia venga rubata dal mare invernale e restituita da quello primaverile.

Pertanto, cos’è che indebolisce una falesia?

La coincidenza del livello mare con la quota finale di arrivo degli acquiferi sotterranei induce un fattore generalizzato di indebolimento dell’ammasso, nel quale possono poi particolarizzarsi, con effetti scenici grandiosi, grotte marine carsiche. Le variazioni del livello mare le allineano orizzontalmente su più livelli.

Una linea di costa piatta o a falesia stabile si può ben capire che non esiste e che in gran misura la dinamica costiera è retta dall’intersezione di più fenomeni naturali, ognuno dotato di sue cinetiche”.

Si tratta solo di fenomeni naturali?

Non sempre.

Sulle coste basse sono ben chiari i danni derivanti dalle variazioni in riduzione dei flussi sedimentari, e quindi da tutte le opere di sistemazione antierosione dei bacini, boschi compresi; dighe e traverse di captazione delle risorse idriche, e quelli che modificano la dinamica dei sedimenti parallela e perpendicolare alla costa (qualsiasi tipo di sporgente). Sulle coste alte, con energie cinetiche forse più lente, incidono le variazioni dell’uso del territorio, con ripercussioni anche sul regime delle acque sotterranee e sui fenomeni ad esse correlate. Ovviamente, più diretto è l’impatto di scavi e variazioni dei profili naturali’.

 Il pericolo ed il rischio?

 Falesie in equilibrio morfologico non esistono. Esistono i momenti più o meno lunghi, chiamati tempo di ritorno, tra una manifestazione evolutiva (un crollo, arretramento, caduta massi, ecc.) e la successiva.

Come ampiamente noto nei fenomeni naturali, quelli di minore intensità sono i più frequenti, mentre quelli più intensi hanno tempi di ritorno più lunghi. Le falesie sono quindi tutte intrinsecamente pericolose: l’intensità del rischio è data dal prodotto dei fattori: pericolosità, vulnerabilità ed esposizione. È proprio quest’ultima la quella a dettare un alto valore di rischio. L’uomo e le sue strutture si sono appropriati ed hanno occupato la sommità delle falesie, il piede delle stesse e quando possibile anche le parti intermedie.

Fig.5 L’ignaro utente estivo della Red Beach di Santorini, Grecia, non è consapevole della partecipazione ad una lotteria, nella quale sarebbe meglio non essere estratti.

Fig.4 L’ignaro utente estivo della Red Beach di Santorini, Grecia, non è consapevole della partecipazione ad una lotteria, nella quale sarebbe meglio non essere estratti.

È possibile mitigare il rischio?

La mitigazione del rischio è possibile, pur che si tenga ben presente la dimensione spaziale del problema molto ampia, da cui discende un evidente problema di confronto con le risorse disponibili. Nella sola Regione Puglia, 200 di 950 km di coste sono costituiti morfologicamente da coste alte, di cui buona parte affetta da problemi di stabilità.

Un corretto approccio metodologico deve risolvere prioritariamente alcuni aspetti decisionali e conoscitivi.

In primo luogo, l’intervento di mitigazione teso alla fruizione umana spesso confligge con tematiche ambientali, che non considerano come primo elemento di incompatibilità ambientale la presenza umana.

Accettata quindi l’idea di rendere fruibile alla frequentazione umana un determinato ambiente costiero, il passo successivo è un’analisi di pericolosità, nella quale assumono rilevanza rilievi geolitologici e geostrutturali, integrati da analisi cinematiche di traiettorie di caduta e da analisi storica del pregresso.

Punto di arrivo di tale fase di studio è fornire informazioni sul numero e dimensione degli oggetti che possono cadere, sulla probabile frequenza di tali eventi, sulle condizioni di clima marino e continentale che si associano a tali eventi, la fascia al piede interessata dalle cadute. Il passo successivo è l’analisi del rischio, cioè l’implementazione dei piani tematici precedenti con quelli che definiscono l’esposizione, i soggetti o le cose che sottostanno al pericolo.

Il criterio più semplice è l’interdizione parziale o totale alla frequentazione umana, di difficile attuazione senza criteri coercitivi”.

Fig. 6 Frequentazione umana al piede di una falesia con evidenti segni di pericolosità, malgrado un segnale (parzialmente coperto, sulla sinistra) di interdizione alla frequentazione (Torre dell’Orso, Lecce).

Fig. 5 Frequentazione umana al piede di una falesia con evidenti segni di pericolosità, malgrado un segnale (parzialmente coperto, sulla sinistra) di interdizione alla frequentazione (Torre dell’Orso, Lecce).

“Una consistente mitigazione si può ottenere accelerando i processi di distacco (pratica di disgaggio), con opportune risagomature, con reti, o, a valle di analisi di traiettorie, delimitando fasce di rispetto al piede.  Altre azioni di consolidamento più dure sono possibili, ma devono essere valutate anche in ragione dell’impatto sul sistema paesaggistico ed ambientale. È infine opportuno il richiamo alla percezione del rischio e quindi a un approccio bottom-up. Le due immagini, la Red Beach di Santorini e Torre dell’Orso, evidenziano oltre la condizione di pericolo immanente, una generalizzata insensibilità al problema da parte degli utenti estivi. Per quanto i crolli delle falesie possano derivare da rotture fragili, la preparazione avviene sempre in tempi lenti, con evidenze fenomenologiche non trascurabili. Una sensibilità e una maggiore disponibilità all’osservazione dei divieti, semplificherebbero notevolmente il problema”.

Chi è Giuseppe Spilotro?

Laureato in Ingegneria Civile nel 1971 presso l’Università di Bari, Il Prof. Giuseppe Spilotro fa parte dell’Ordine dei Geologi della Regione Puglia e della Società Italiana di Geologia Ambientale. Prof. Ordinario fino al 2017 presso UNIBAS di: Geologia Applicata, Rischio Idrogeologico,  Geotecnica, Idrogeologia e Materiali naturali da costruzione per i corsi di laurea in Ingegneria e  Architettura; dal 2005 al 2017 Coordinatore del Dottorato di Scienze della Terra di UNIBAS.

Il Prof. Spilotro è coordinatore nazionale e responsabile di UO UniBas del Progetto di Ricerca di interesse nazionale (Prin) 2008: “Metodologie avanzate nella valutazione e mitigazione del rischio da frana: rilevamento dei precursori, modelli di previsione e cartografia tematica”.

E’ autore di oltre 160 pubblicazioni sui fenomeni di instabilità del territorio, analisi di pericolosità e del rischio, metodologie di mitigazione; tecniche di monitoraggio integrate per il rilevamento precoce ed alla gestione del rischio; dinamica delle coste alte e delle coste basse; idrodinamica sotterranea e vulnerabilità delle risorse idriche sotterranee.

Progettista di opere di consolidamento di centri storici instabili e di opere marittime, Giuseppe Spilotro è inoltre consulente per opere interagenti con i terreni e in sotterraneo, problemi ambientali.

E’ responsabile scientifico di numerose convenzioni con enti pubblici, tra cui: anno 2009 : Autorità di Bacino della Puglia: Studio delle condizioni di stabilità delle coste alte; analisi di pericolosità e rischio. Infine è progettista e direttore lavori di opere di consolidamento di aree e versanti instabili, nel campo delle opere speciali di fondazione; consulente per problematiche idrogeologiche e  nel campo delle opere interagenti con i terreni.

 

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