Molestie olfattive: c'e' reato anche se l'impianto e' autorizzato? | Ingegneri.info

Molestie olfattive: c’e’ reato anche se l’impianto e’ autorizzato?

Il codice penale prevede reato qualora le emissioni di un impianto produttivo provochino odori tali da arrecare gravi molestie al residenti, pur se autorizzato

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Con la sentenza n. 12019/2015 la Cassazione ribadisce che, con riferimento all’emissione di odori molesti, per la sussistenza della contravvenzione di cui all’art.674 cod.pen. (getto pericoloso di cose) , non rileva che la condotta del singolo abbia determinato o meno il superamento di eventuali valori soglia fissati dalla legge o da singole autorizzazioni rilevando, ai fini della sussistenza del reato, che tali odori superino la normale tollerabilità. Circostanza che, non esistendo una normativa statale che preveda valori limite in materia di odori, può essere accertata anche sulla base di testimonianze.

 

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Il fatto

il Tribunale di Lucca giudicava il legale rappresentante di una società titolare di un impianto di torrefazione colpevole della contravvenzione di cui all’art. 674 cod. pen. per aver provocato emissioni in atmosfera che, sebbene conformi ai valori limite di cui alle autorizzazioni, provocavano odori nauseabondi tali da molestare gravemente le persone residenti nella zona. Numerosi testimoni – abitanti nelle vicinanze della torrefazione – avevano indicato un odore terribile di caffè bruciato che, specie all’ora di pranzo, si diffondeva nelle loro case, provocando nausea ed iniziale immissione di un fumo nero nelle loro abitazioni

 

Il ricorso

Contro la decisione di merito era proposto ricorso per cassazione, sostenendosi l’erroneità della condanna intervenuta pur a fronte del pacifico rispetto dei valori limite di cui alle autorizzazioni, sì che la condotta avrebbe dovuto esser collocata in ambito esclusivamente civilistico. Inoltre si sosteneva l’insussistenza dell’elemento soggettivo, atteso che l’imputato – attenendosi alle  prescrizioni di cui all’autorizzazione – sarebbe caduto in errore sul fatto che costituisce reato.

Nel proporre ricorso per cassazione, l’imputato deduceva:

– l’inosservanza o erronea applicazione di legge penale con riferimento all’art. 674 cod. pen. in quanto il Tribunale lo aveva condannato anche se erano stati rispettati i valori limite di cui alle autorizzazioni, sì che la condotta avrebbe dovuto esser collocata in ambito esclusivamente civilistico;

– la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione con riguardo all’elemento soggettivo in quanto il Tribunale avrebbe dovuto negare il profilo psicologico della condotta, atteso che l’imputato – attenendosi alle prescrizioni di cui all’autorizzazione – sarebbe caduto in errore sul fatto che costituisce reato; la buona fede, inoltre, sarebbe stata rafforzata dall’esito positivo dei sopralluoghi più volte compiuti dalle autorità di protezione ambientale;

– la mancanza, insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione con riguardo alla prova delle molestie in quanto, a fondamento della condanna, erano state poste le dichiarazioni di testimoni che avevano riferito soltanto di sensazioni, peraltro non supportate da certificati medici o perizie;

– la mancanza, insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione con riguardo alla prova dell’avvenuto superamento della normale tollerabilità delle emissioni.

 

Cosa dice la Cassazione

La Cassazione ha respinto il ricorso.

Con riguardo al primo e terzo motivo, il Collegio ha osservato che il reato di cui all’art. 674 cod. pen. è configurabile anche in presenza di “molestie olfattive” promananti da un impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera e ciò perché non esiste una normativa statale che preveda disposizioni specifiche (e cioè valori soglia) in materia di odori con conseguente individuazione del criterio della “stretta tollerabilità” quale parametro di legalità dell’emissione, più adeguato di quello della “normale tollerabilità”, previsto dall’art. 844 cod. civ.

La Corte ha replicato all’assunto difensivo secondo cui è stato affermato in alcune decisioni che la configurabilità del reato è esclusa in presenza di immissioni provenienti da attività autorizzata e contenute nei limiti di legge o dell’autorizzazione osservando che tali pronunce si riferiscono a casi diversi da quello in esame, in cui cioè vi era piena corrispondenza “qualitativa” e “tipologica” tra le immissioni riscontrate e quelle oggetto del provvedimento amministrativo o disciplinate dalla legge, tra quelle accertate e quelle che l’agente si era impegnato a contenere entro determinati limiti; situazione nella quale, invero, il rispetto dei limiti implica una presunzione di legittimità del comportamento, concepita dall’ordinamento come necessaria per contemperare le esigenze di tutela pubblica con quelle della produzione economica.

Nel caso di specie, la Cassazione ha perciò ribadito i seguenti principi:

a) l’evento del reato consiste nella molestia, che prescinde dal superamento di eventuali valori soglia previsti dalla legge, essendo sufficiente il superamento del limite della stretta tollerabilità;

b) qualora difetti la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l’intensità delle emissioni, il giudizio sull’esistenza e sulla non tollerabilità delle stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testimoni, specie se a diretta conoscenza dei fatti, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica, ma consistano nel riferimento a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti.

In forza di queste premesse giuridiche, la Corte ha concluso che la sentenza era priva di contraddizioni ed era logicamente argomentata: infatti, il Giudice aveva dato atto che, pur nel rispetto dei valori limite autorizzati di immissioni, non riferiti né riferibili agli odori, proprio questi ultimi si erano presentati con caratteri pacificamente molesti; che numerosi testi – abitanti nelle vicinanze della torrefazione – avevano indicato un odore terribile di caffè bruciato che, specie all’ora di pranzo, si diffondeva nelle loro case, provocando nausea e, talvolta, anche vomito ed iniziale immissione di un fumo nero nelle loro abitazioni.

Per il supremo Collegio risultava irrilevante la censura secondo cui il Giudice non aveva disposto alcun accertamento tecnico in ordine al contestato superamento della normale tollerabilità delle immissioni atteso che la molestia olfattiva non può esser “accertata” in via scientifica, con qualsivoglia esame, ma deve esser affidata alla prova testimoniale ed alla verifica della sua attendibilità.

Ha poi ritenuto corretta la decisione del Giudice che non aveva tenuto conto degli accertamenti effettuati dagli organi competenti in quanto il ricorrente aveva sovrapposto impropriamente le immissioni autorizzate (ed oggetto di limiti) con quelle estranee all’autorizzazione, come le olfattive, e così pretendeva che gli esami compiuti sulle une riverberassero i propri effetti, in termini probatori, anche sulle altre.

Da ultimo, è stato ritenuto infondato anche il motivo riguardante l’elemento soggettivo perché il Giudice di merito aveva sottolineato che l’imputato aveva proseguito nell’attività senza adottare alcun accorgimento pur consapevole degli esposti e delle segnalazioni da parte di molti abitanti della zona con riguardo agli odori nauseabondi.

 

 

LA MASSIMA

In caso di odori promananti da un impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera, l’evento del reato di cui all’art. 674 cod.pen. consiste nella molestia arrecata alle persone da apprezzarsi secondo il criterio della “stretta tollerabilità” e non della normale tollerabilità di cui all’art. 844 cod. civ. e ciò perché non esiste una normativa statale che preveda disposizioni specifiche (e cioè valori-soglia) in materia di odori. Qualora difetti la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l’intensità delle emissioni, il giudizio sull’esistenza e sulla non tollerabilità delle stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testimoni purchè non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica, ma consistano nel riferimento a quanto percepito.

 

 

 

 

 

 

 

L’autore

Vincenzo Paone

Dal 1979  in magistratura, attualmente svolgo la funzione di Sostituto Procuratore della Repubblica in Asti.

Mi sono sempre occupato  della materia relativa all’inquinamento (con riferimento ai rifiuti, all’acqua, all’aria), della materia edilizia/urbanistica e della sicurezza ed igiene sul lavoro.

Ho pubblicato nel 1993, presso la casa editrice UTET, il volume “I reati in materia di inquinamento”, facente parte della collana “Giurisprudenza sistematica di diritto penale” a cura di Bricola e Zagrebelsky; nel 2008 ho pubblicato presso la casa editrice Giuffrè, il volume “La tutela dell’ambiente e l’inquinamento da rifiuti”; nel 2011 presso la casa editrice CEDAM, ho collaborato al volume “La tutela dell’ambiente. Profili penali e sanzionatori”, con il capitolo “La gestione dei rifiuti: i reati”.

Collaboro stabilmente alla rivista Ambiente e sviluppo.

 

 

 

 

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Autore: Comitato scientifico: A.Andronio, M.Calbrò, E.Cancila, M.Cecchetti, M.G.Cosentino, P.Dell’Anno, F.Fonderico, R.Fuzio, G.Garzia, V.Giampietro, A.Montagna, R.Montanaro, V.Paone, L.Prati, A.L.Vergine   •   Editore: Wolters Kluwer Italia   •   Anno: N.6/ 2015

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