Plastica ed economia circolare: quale strategia per l’Europa? | Ingegneri.info

Plastica ed economia circolare: quale strategia per l’Europa?

Analisi e riflessioni sugli obiettivi lanciati dalla strategia comunitaria, tra limiti e potenzialità

Beach pollution. Plastic bottles and other trash on sea beach
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Il contributo di seguito, scritto da Alberto Muratori, è tratto da un articolo di approfondimento dedicato all’economia circolare e apparso nel numero di marzo di Ambiente & Sviluppo, la rivista edita da Wolters Kluwer dedicata alla normativa ambientale e alla sostenibilità. Per acquistare la rivista, cliccare questo link.

“La strategia è intesa a proteggere l’ambiente dall’inquinamento da plastica e a promuovere al contempo la crescita e l’innovazione, trasformando così una sfida in un programma positivo per il futuro dell’Europa”.
Quest’affermazione, tratta di peso dal comunicato stampa diffuso dalla Commissione europea contestualmente con l’approvazione del documento approvato con la “Comunicazione COM (2018) 28 final”, se vogliamo, in bilico tra concretezza e utopia, propone comunque un buon punto di partenza per illustrare questo nuovo step del percorso avviato verso una più accentuata circolarità del sistema economico, che senza dubbio ha colto efficacemente le criticità che possono rilevarsi sul problema “plastica” al giorno d’oggi. È un dato di fatto che dagli anni ‘60 la produzione di plastica sia aumentata di venti volte, fino a 322 milioni di tonnellate nel 2015, e che ci si aspetti un raddoppio nei prossimi due decenni, secondo la linea tendenziale di crescita marcatamente non lineare: a livello mondiale, un giro d’affari dell’ordine di 340 miliardi di euro, che interessa principalmente i settori dell’imballaggio (che assorbe il 39,9% della plastica prodotta), dell’edilizia (19,5 % della produzione), e poi, a seguire, il settore automobilistico e quello dell’elettronica, che impiegano rispettivamente l’8,9% e il 5,8% della produzione di materie plastiche.
Questo scenario, solo per quanto riguarda l’Europa, determina ogni anno la formazione di circa 25,8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, che solo per meno del 30% sono raccolti per essere avviati al riciclaggio (dato, se si vuole, positivo rispetto al resto del mondo, ma in senso assoluto, passibile di ulteriore e sostanziale miglioramento), mentre le percentuali di smaltimento in discarica e tramite incenerimento restano comunque molto elevate in termini assoluti (rispettivamente il 31% e il 39% del totale), tanto da postulare un cambiamento sostanziale di questa rotta, in primo luogo per rispettare la c.d. “gerarchia dei rifiuti”, e per riorientare il sistema (dalla produzione delle materie plastiche a quella dei beni in plastica, e dal consumo al post-consumo di questi ultimi), secondo i principi dell’economia circolare, in un quadro di sempre maggiore sostenibilità.
Dando per ovvio il nodo delle emissioni di CO2 connesse alla produzione delle materie plastiche e all’incenerimento dei rifiuti di plastica (1), è senza dubbio allarmante l’impatto derivante dallo scarico a mare di un quantitativo di rifiuti di plastica stimato tra le 150.000 e le 500.000 tonnellate (2), largamente costituito da prodotti monouso leggeri, mentre è ancora non ben conosciuto l’impatto a lungo termine della “microplastica”, (cioè i minuscoli frammenti inferiori ai 5 mm), che dispersa a mare, rientra nella catena alimentare degli animali marini, e – in via mediata – anche di quella umana.

(1) A dimostrare il ruolo del riciclaggio per ridimensionare il “problema emissivo”, basterà qui ricordare che per ogni tonnellata sottratta all’incenerimento, si determinerebbe una riduzione dell’anidride carbonica scaricata in atmosfera di circa 2 tonnellate: vale a dire, raddoppiando il tasso di riciclaggio, le emissioni annue di CO2 si ridurrebbero, rispetto allo stato attuale, di circa 17,2 milioni di tonnellate.
(2) Solo un quarantesimo degli scarichi oceanici a livello mondiale, ma tuttavia aggravato dalla vulnerabilità degli ambienti marini interessati, come i mari “chiusi” (il Mediterraneo e il Mar Nero, a sud, e il Mare Artico, a nord).

Gli obiettivi “lanciati” dalla “strategia”, possono essere così riassunti:
rendere il riciclaggio redditizio per le imprese: saranno sviluppate nuove norme sugli imballaggi al fine di migliorare la riciclabilità delle materie plastiche utilizzate sul mercato e accrescere la domanda di contenuto di plastica riciclata. Con l’aumento della plastica raccolta, si renderebbe necessaria la creazione di impianti di riciclaggio a tecnologia avanzata e con una aumentata capacità produttiva, oltre a un sistema per la raccolta differenziata e lo smistamento dei rifiuti con standard omogenei in tutta l’UE;
ridurre i rifiuti di plastica e il loro abbandono nell’ambiente: la normativa europea ha già determinato una significativa riduzione dell’uso di sacchetti di plastica in diversi Stati membri. I nuovi piani si concentreranno ora su altri prodotti di plastica monouso, sostenendo campagne di sensibilizzazione nazionali e determinando l’ambito di applicazione delle nuove norme che saranno proposte a livello di UE nel 2018 sulla base di una consultazione delle parti interessate e di studi scientifici. La Commissione adotterà inoltre nuove misure per limitare l’uso delle microplastiche nei prodotti e stabilire l’etichettatura delle plastiche biodegradabili e compostabili;
fermare la dispersione di rifiuti in mare: nuove disposizioni relative agli impianti portuali di raccolta si concentreranno sui rifiuti marini nelle acque prevedendo misure intese a garantire che i rifiuti generati a bordo di imbarcazioni o raccolti in mare non siano abbandonati, ma riportati a terra, e lì, adeguatamente gestiti. Sono inoltre comprese misure volte a ridurre l’onere amministrativo che grava sui porti, le navi e le autorità competenti;
orientare gli investimenti e l’innovazione: la Commissione fornirà orientamenti alle autorità nazionali e alle imprese europee su come ridurre al minimo i rifiuti di plastica alla fonte. Il sostegno all’innovazione sarà aumentato, senza trascurare la creazione di un plafond dedicato al finanziamento della ricerca finalizzata alla produzione di materiali plastici più “intelligenti” e meglio riciclabili, e alla realizzazione di processi di riciclaggio più efficienti, nonché al tracciamento e alla rimozione di sostanze pericolose e contaminanti dalle materie plastiche riciclate.
Il “documento base” della Comunicazione relativa alla strategia sulla plastica è integrato da alcuni “Annessi”, tra i quali:
– una Comunicazione sull’interazione tra la normativa in materia di sostanze chimiche, prodotti e rifiuti, che affronta gli aspetti riguardanti l’accessibilità alle informazioni sulle sostanze pericolose contenute nei rifiuti di plastica, da parte degli operatori operanti nei campi del riciclaggio e della preparazione per il riutilizzo dei rifiuti di plastica;
– una Comunicazione sul quadro del “monitoraggio per l’economia circolare”, da attuare nel corso del ciclo di vita del prodotto, nelle fasi diacroniche della produzione, del consumo, e del post-consumo, quando cioè il prodotto diviene rifiuto da gestire, contemplando anche gli aspetti delle materie prime secondarie, dell’innovazione che ne ha determinato l’identificazione come tali, e della competitività che ne è derivata;
– una Proposta di direttiva sugli impianti portuali per il conferimento e la raccolta (IPR) dei rifiuti delle navi, con l’intento di aggiornare l’ormai datata direttiva 2000/59/Ce sullo stesso tema;
– una Relazione “sulle materie prime critiche e per l’economia circolare”, in attuazione della direttrice dalla Comunicazione COM (2015) 217 final, della quale anche sopra s’è già fatto cenno;
– una Relazione sull’impatto dell’uso della plastica oxodegradabile sull’ambiente, con particolare riferimento alle borse in plastica oxodegradabile (3), prodotte attraverso un innovazione tecnologica inizialmente accolta con favore, ma poi in certo qual modo, “messa in stato d’accusa”, quando si è preso atto dei possibili effetti di tale decomposizione accelerata, in condizioni incontrollate, o particolari, cioè all’aria aperta, nelle discariche di rifiuti, negli impianti di compostaggio, o in mare.

(3) Si tratta di una plastica di tipo convenzionale alla quale si aggiungono additivi per rendere più rapida la frammentazione del materiale per effetto delle radiazioni ultraviolette o dell’esposizione al calore, dapprima in particelle e poi in micro-particelle, con caratteristiche simili a quelle delle “microplastiche”, introdotte sia per la realizzazione di rivestimenti che nella cosmesi.

Il piano d’azione: alcune riflessioni

Parlando per metafora, deve darsi atto che ci si trova di fronte ad un affresco suggestivo, ma appena abbozzato, che presenta inoltre qualche “errore di prospettiva”: come quando si afferma, senza riserve, e senza alcun dubbio in merito, che “In Europa, i cittadini, le Amministrazioni pubbliche e l’industria sono a favore di modelli di consumo e di produzione della plastica più sostenibili e sicuri”, tale condivisione costituendo “terreno fertile per l’innovazione sociale e l’imprenditorialità”.
La Commissione europea non sembra dunque capace di distinguere le adesioni “a parole” da quelle “nei fatti”, e negli “atti”, nel duplice significato – per quest’ultimo termine – di “comportamento/azione” o, nel caso della Pubblica Amministrazione, di “provvedimento”.
Nessuno mai si sognerà di dichiararsi contrario allo “sviluppo sostenibile”, e magari a una produzione industriale che genera inquinamento e in sé poco sicura; ma esiste anche la dimensione dell’indifferenza a una filosofia, alquanto simile all’agnosticismo (in campo religioso), o a un’adesione puramente formale a determinati principi, della quale si possono riscontrare non pochi esempi, solo a guardarsi intorno.
Per quanto riguarda la collettività civile, basta darsi la pena di aprire qualche cassonetto per la raccolta differenziata della plastica, e verificare cosa ci è finito dentro: ci si trova, troppo spesso di tutto e di più, e non solo imballaggi di plastica mista, scaricando gli effetti della insufficiente coscienza ambientale dei singoli (non solo per cattiva volontà, ma spesso per disinformazione), sulla “resa” della raccolta differenziata, e sulla “qualità” dei processi di riciclaggio. E anche la reazione duramente polemica dei consumatori alla recentissima entrata in vigore della norma sull’acquisto coatto degli shoppers leggeri, ha dimostrato che l’adesione ai principi dell’economia circolare resiste presso il comune cittadino, solo finché non viene leso nel proprio “particulare”.
Per quanto riguarda le Istituzioni, la misura della sensibilità al decollo dell’economia circolare del nostro Legislatore nazionale ci viene data dal tenore dell’art. 46 della Legge n. 221/2015 “Green Economy” (4), che ha seccamente abrogato il divieto di smaltire in discarica rifiuti dotati di p.c.i. > 13000 KJ/kg (5): un divieto, comunque a suo tempo introdotto nell’ordinamento interno per una felice intuizione anticipatoria proprio dei principi della green economy e dell’economia circolare, che si è poi voluto togliere di mezzo, perché non espressamente “richiestoci dall’Europa”. E ciò dimostra – senza lasciarci incantare dalle entusiastiche dichiarazioni del nostro Ministro dell’Ambiente di turno (al momento della presentazione del Piano europeo sull’economia circolare e poi, della Strategia europea sulla plastica), – che l’adesione delle nostre Istituzioni al massimo livello ai principi dell’economia circolare certamente esiste, ma comunque, solo all’insegna del “ne quid nimis”.
E per dare “a ciascuno il suo”, veniamo alla categoria dei produttori: tutti d’accordo, se si tratta di esprimersi (come stakeholders) sul sistema dei contributi a rendere su cauzione, il cui onere, così come statuito dai legislatori ai diversi livelli, si scarica attualmente sui consumatori finali; ma chissà quali scomposte reazioni nascerebbero da loro – pur nell’adesione di facciata ai principi dell’economia circolare, – se i massimi decisori provvedessero a integrare per legge i sistemi cauzionali dell’ultimo anello mancante della catena, cioè la restituzione della cauzione versata, ai consumatori finali virtuosi che si dessero la pena di restituire i “vuoti” agli organismi (consortili o autonomi) costituiti dai produttori, recuperando quanto anticipato, con l’ulteriore effetto di meglio coinvolgere i consumatori nella fase finale (in post consumo) del ciclo di vita del prodotto.

(4) Si rimanda ai contributi, a firma di chi scrive “Sì ai velocipedi, no ai mozziconi, a maggior gloria della green economy”, pubblicato sul n. 4/2016 di questa stessa Rivista, pag. 269, cui aveva fatto seguito, sul n. 5, pag.329, anche un secondo articolo, dal titolo “Le disposizioni sulla gestione dei rifiuti nella Legge n. 221/2015”.
(5) Divieto a suo tempo disposto dall’art. 6, comma 1, lett. p) del D.Lgs. n. 36/2003, per altro, finora più volte differito nella sua applicazione, e perciò, di fatto, mai concretamente entrato in vigore, col quale si intendeva inibire il conferimento in discarica di tutta una serie di tipologie di rifiuti, tra i quali, in primis, i rifiuti di plastica, e, insieme ad essi, anche quelli tessili, legnosi, cartacei, ecc.

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