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Reati alimentari: quali sono i soggetti penalmente responsabili in azienda

Anche a fronte di una delega corretta ed efficace, i vertici dell’impresa sono responsabili quando le frodi alimentari e gli attentati alla salute sono dovuti a scelte generali di politica aziendale. Il punto di Raffaele Guariniello

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di Raffaele Guariniello

Pubblichiamo un estratto da “Codice della sicurezza degli alimenti”, il volume dedicato alla sicurezza alimentare e agli orientamenti della giurisprudenza sul tema, pubblicato dal già procuratore della Repubblica, Raffaele Guariniello, per Wolters Kluwer.

Nel caso esaminato, alla ASL ed ai NAS era giunta segnalazione e denunce, dai genitori di bambini frequentanti le mense scolastiche di tre comuni, di casi di salmonella. Agenti dei NAS, affiancati da tecnici della ASL, avevano rilevato, nei locali della s.p.a. che riforniva la ristorazione delle mense scolastiche, gravi carenze delle norme igienico-sanitarie.

La Corte di Cassazione (Cassazione penale sez. IV, 26 gennaio 2015, n. 3457, Presidente Romis – Estensore Serrao – P.M. (Conf.) ha condannato il presidente del consiglio di amministrazione, il consigliere delegato dell’amministrazione, il consigliere delegato alla sicurezza e igiene di prodotti alimentari e il responsabile del piano di HACCP della società alla pena di due mesi di reclusione ed euro 600,00 di multa ciascuno per il reato di lesioni personali colpose.

Il presidente del consiglio di amministrazione e il consigliere delegato all’amministrazione ritenevano di non essere responsabili dei reati contestati, in quanto solo gli altri imputati nelle rispettive qualità di consigliere delegato alla sicurezza e igiene di prodotti alimentari e di responsabile del piano HACCP della società, si trovavano nella posizione di dominio sulla fonte di pericolo.

La sez. IV dichiara che il ricorso degli imputati sembra ignorare quanto indicato dalla corte d’appello a proposito degli obblighi di controllo gravanti sui “vertici” e sui delegati in un contesto di pericolo, ad integrazione di quanto già affermato dal tribunale in merito al fatto che l’inidoneità tecnica e la mancanza di qualifica professionale del delegato, così come l’assenza di dimensioni dell’impresa o esigenze organizzative che giustificassero la delega e persino il divieto di delegare la parte principale dell’oggetto sociale (ossia la fornitura di alimenti sani) costituissero altrettanti seri argomenti per escludere l’applicabilità dei principi enunciati nella giurisprudenza di legittimità a proposito della delega di funzioni.

A fronte di tali complesse argomentazioni, la difesa, secondo la Corte di Cassazione, sembra ignorare il principio, affermato dalla stessa Cassazione in materia di individuazione delle responsabilità penali all’interno delle strutture complesse, in base al quale la responsabilità dei vertici aziendali non può essere esclusa con riguardo agli elementi conseguenti a difetti strutturali o a deficienze inerenti all’ordinario buon funzionamento della struttura aziendale, tra i quali correttamente i giudici di merito hanno inquadrato le lesioni derivanti dalla distribuzione di alimenti nocivi da parte dell’impresa incaricata della ristorazione presso asili e scuole.

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Secondo la giurisprudenza di legittimità, il reato di commercio di sostanze alimentari nocive configura un reato di pericolo, per la sussistenza del quale è necessario che gli alimenti di cui si vuoi fare commercio abbiano attitudine ad arrecare nocumento alla salute pubblica; e tale attitudine non può essere meramente ipotetica, occorrendo, invece, un pericolo concreto i cui estremi, specificamente individuati, devono dare ragione dell’affermazione di responsabilità. Ma la pericolosità, per essere dimostrata, non richiede necessariamente la prova tecnica, poiché il giudice di merito può ricavarla da qualsiasi mezzo di prova e dalla comune esperienza, dunque a maggior ragione dalla tossinfezione contratta da un cospicuo numero di commensali ai quali sono stati somministrati i medesimi pasti in determinate mense scolastiche.

Premesso che non era stata fornita la prova diretta, i verbali di accertamento dei carabinieri del NAS, la documentazione proveniente dai laboratori e, soprattutto, la perizia espletata costituivano indizi gravi, precisi e concordanti dell’assenza di misure di prevenzione e dell’inosservanza eclatante delle norme igieniche di base negli ambienti destinati alla conservazione degli alimenti ed alla preparazione dei pasti all’interno del centro di cottura, ossia delle omissioni totali dei doverosi autocontrolli da parte della s.p.a., ai quali avevano fatto da riscontro il tempo ristretto di insorgenza della tossinfezione, i luoghi del contagio (le mense scolastiche servite dalla s.p.a.), la circostanza che le vittime fossero solo i bambini commensali, l’identità del tipo di contagio (tossinfezione alimentare).

Da tali acquisizioni istruttorie la Corte ha tratto la deduzione che, con elevato grado di probabilità logica, l’episodio epidemico derivasse da una fonte di contagio comune, ascrivibile agli alimenti colposamente preparati e somministrati dalla s.p.a.

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