Referendum costituzionale: sì o no, cosa succederà all'ambiente? | Ingegneri.info

Referendum costituzionale: sì o no, cosa succederà all’ambiente?

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Fra qualche settimana si conosceranno gli esiti del referendum sulla riforma costituzionale. L’impressione che ne si ha è che – a prescindere dal vincitore – si continuerà comunque a parlarne, a dibattere dei perché e dei percome dei risultati, perdendo un’altra occasione per capire cosa, al di là del contingente risultato politico, si dovrebbe fare per imbastire un progetto di un’Italia – più che di una Costituzione – nuova, cominciando a porre fine al “modello pervasivo di semplificazione emergenziale” che da decenni affligge l’Italia. E che con la vittoria dei sì – ma anche dei no, sia pure per diverse vie, e con diverse sfumature – potrebbe addirittura consolidarsi.

Visto che in un Paese di “poeti, di artisti, di eroi, di santi, …”, di recente ci siamo scoperti anche tutti costituzionalisti, facciamo un passo indietro e, limitandoci alla materia ambientale, cerchiamo di analizzare quali potrebbero essere le conseguenze dell’eventuale vittoria del “sì” al quesito referendario.

Per approfondire il tema della riforma costituzionale e del referendum, consigliamo l’e-book “Referendum costituzionale: uno sguardo d’insieme sulla riforma Renzi-Boschi”. Al link di seguito si può anche scaricare gratis la Tabella Comparativa del Referendum, con il sì e con il no

L’ambiente nel pensiero costituzionale: un necessario ma rapido excursus

Rimandando il lettore ad altri autorevoli scritti, in questa sede si vuole comunque evidenziare che, nonostante:
• la difficoltà di definire l’ambiente sul piano giuridico, e di indicare i presupposti giuridici della sua tutela;
• le problematiche connesse alla ripartizione delle competenze fra Stato e Regioni in materia ambientale, che nascono non solo dalle difficoltà di “confinare” la maggior parte degli eventi, oggetto del diritto ambientale, in un preciso ambito territoriale, ma anche dall’impossibilità di regolare separatamente “libertà antagoniste“ o interessi connessi ma in parte divergenti, oggetto di potestà normative allocate su diversi livelli di competenza;
• la profonda crisi del sistema normativo in generale, e del diritto ambientale in particolare, che ha portato a parlare di “inquinamento legislativo”,
con il passare del tempo – e mentre a livello politico-normativo si assisteva a diversi revirement – la Corte costituzionale ha consolidato, perfezionandola, un’interpretazione sostenibile della nozione di ambiente e del riparto di competenze fra Stato e Regioni.

La disputa riguardava essenzialmente l’opportunità di classificare l’ambiente alla stregua di una materia nuova – e, in quanto tale, di esclusiva competenza statale – o di una sottomateria rispetto ad altre (l’agricoltura, le foreste, le cave, l’urbanistica), di competenza anche regionale.
A partire dagli anni sessanta, fino ai primi anni del nuovo millennio, il legislatore ha oscillato fra:
posizioni ostili al frazionamento regionale della disciplina ambientale (negli anni sessanta, prima del trasferimento di numerose funzioni amministrative; negli anni ottanta, quando si è assistito ad un fenomeno di riaccentramento delle competenze; con la riforma costituzionale del 2001);
posizioni volte a riconoscere alle Regioni una pluralità di titoli di legittimazione legislativa, consentendo loro, in questo modo, di intervenire in materia (negli anni settanta, anche con l’ausilio interpretativo della Corte costituzionale; negli anni novanta del secolo scorso).

In questi stessi anni la Corte costituzionale ha acquisito la consapevolezza della trasversalità della materia ambiente, riconoscendo che essa spettava alla competenza concorrente delle Regioni, nonostante il vecchio testo dell’art. 117 della Costituzione non menzionasse la materia de qua fra quelle ad esse attribuite.
In sostanza, si è affermata la tesi per cui “sussisteva una pluralità di titoli di legittimazione a dettare norme in materia ambientale, in linea con l’idea che l’ambiente dovesse ricevere la massima protezione possibile, a prescindere dalla provenienza delle norme stesse”.
Anche dopo la riforma costituzionale del 2001, la Corte costituzionale – nonostante l’attribuzione della tutela ambientale all’esclusiva legislazione statale – ha continuato a riconoscere ai legislatori regionali la possibilità di occuparsi di ambiente, come sintetizzato nella tabella che segue.

Tabella 1 – L’ambiente nell’interpretazione della Corte costituzionale dopo la riforma del 2001, che ha attribuito l’ambiente alla competenza esclusiva dello Stato

Competenza La competenza legislativa “pur presentandosi sovente connessa e intrecciata inestricabilmente con altri interessi e competenze regionali concorrenti tuttavia, rientra nella competenza esclusiva dello Stato (art. 117, comma 2, lett. s, Cost.), anche se ciò non esclude il concorso di normative regionali, fondate sulle rispettive competenze, volte al conseguimento di finalità di tutela ambientale” (sentenze nn. 32/2006; 247/2006; 380/2007).
Nozione di ambiente L’ambiente è un “bene della vita”, materiale e complesso, entità organica, la cui disciplina – che riguarda un interesse pubblico di valore costituzionale primario (sentenza n. 151/1986) ed assoluto (sentenza n. 210/1987) e deve garantire, come prescrive il diritto comunitario, un elevato livello di tutela, come tale inderogabile da altre discipline di settore – è stata affidata, in via esclusiva, allo Stato, il quale deve dettare “norme di tutela che hanno ad oggetto il tutto e le singole componenti considerate come parti del tutto” (sentenza n. 380/2007). (i)
Valore costituzionalmente protetto”, che, in quanto tale, delinea una sorta di materia “trasversale”, nel senso che sullo stesso oggetto insistono interessi diversi: quello alla conservazione dell’ambiente e quelli inerenti alle sue utilizzazioni. (ii)
Disciplina In questi casi, la disciplina unitaria del bene complessivo ambiente, rimessa in via esclusiva allo Stato, “viene a prevalere su quella dettata dalle Regioni o dalle Province autonome, in materie di competenza propria, ed in riferimento ad altri interessi” (sentenza n. 378/207).
Conseguenze sul riparto di competenze Ciò comporta che la disciplina ambientale, che scaturisce dall’esercizio di una competenza esclusiva dello Stato, investendo l’ambiente nel suo complesso, e quindi anche in ciascuna sua parte, viene a funzionare come un limite alla disciplina che le Regioni e le Province autonome dettano in altre materie di loro competenza, per cui queste ultime non possono in alcun modo derogare o peggiorare il livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato”. (iii)
La circostanza che una determinata disciplina sia ascrivibile alla materia “tutela dell’ambiente”, comporta il potere dello Stato di dettare standard di protezione uniformi validi su tutto il territorio nazionale e non derogabili in senso peggiorativo da parte delle Regioni, “ma non esclude che le leggi regionali emanate nell’esercizio della potestà concorrente di cui all’art. 117, comma 3, della Costituzione, o di quella ‘residuale’ di cui all’art. 117, comma 4, possano assumere tra i propri scopi anche finalità di tutela ambientale”. (iv)
Si tratta, quindi, di una disciplina che:

• essendo riservata in via esclusiva allo Stato, e

• potendo essere “integrata”:

– solo dalle Regioni (o Province autonome) nell’ambito della disciplina concorrente; e

– solo senza derogare o peggiorare il livello di tutela ambientale;

intende stabilire criteri uniformi, non derogabili, su tutto il territorio nazionale, volti – oltre che alla protezione dell’ambiente – anche a non creare disparità di trattamento fra gli operatori del settore. (v)

(i) Per un approfondimento, v. P. Maddalena, “La tutela dell’ambiente nella giurisprudenza costituzionale”, in Giorn. dir. amm., n. 3/2010; F. Giampietro, “La nozione di ambiente nelle recenti decisioni della Corte costituzionale e gli effetti sul riparto di competenze tra Stato e Regioni”, cit. (ii) Sentenza n. 32 del 2006, n. 336, n. 232, n. 214, n. 62 del 2005, n. 259 del 2004, n. 507 e n. 54 del 2000, n. 382 del 1999, n. 273 del 1998. Per un approfondimento, v. M. Sciarra, “La ‘trasversalità’ della tutela dell’ambiente: un confine ‘mobile’ delle competenze legislative tra Stato e Regioni”, sul sito www.associazionedeicostituzionalisti.it. (iii) In termini, Corte cost., sent. n. 378/2007, dove si critica, per un verso, l’orientamento tradizionale della Consulta, laddove qualifica l’ambiente come “bene immateriale”, precisandosi che si tratta, invece, di “un bene della vita, materiale e complesso, la cui disciplina comprende anche la tutela e la salvaguardia della qualità e degli equilibri delle sue singole componenti”, e si chiarisce, per altro verso, che “oggetto di tutela … è la biosfera, che viene presa in considerazione non solo per le sue varie componenti, ma anche per le interazioni tra questi ultimi e i loro equilibri, la loro qualità, la circolazione dei loro elementi”. E la Corte conclude in questi termini: “Occorre guardare all’ambiente come sistema, considerato, cioè, nel suo aspetto dinamico, quale realmente è e non da un punto di vista statico ed astratto”… Nello stesso senso, cfr., l’approfondita analisi di M. Cafagno, “Principi e strumenti di tutela dell’ambiente come sistema complesso, adattativi, comune”, Giappichelli, Torino, 2007, ed ivi, sul rapporto tra sistema economico e biosfera, pag. 54 ss. (iv) Ex multis, v. sentenze nn. 183 del 2006; 336 e 232 del 2005; n. 259 del 2004; n. 407 del 2002, n. 62 del 2008. (v) Per un approfondimento circa la possibilità di delega, da parte della Regione agli Enti Locali, nella materia trasversale ambiente, v. F. Giampietro – A. Quaranta, “Gli illeciti amministrativi tra legge statale e legge regionale: il caso emblematico della L.R. Abruzzo (parte prima)”, in questa Rivista, n. 1/2008; F. Giampietro – A. Quaranta, “Gli illeciti amministrativi tra legge statale e legge regionale: il caso emblematico della L.R. Abruzzo (parte seconda)”, in questa Rivista, n. 2/2008.

Il riparto di competenze in materia ambientale, prima e dopo la riforma, a confronto

La “riforma Boschi”, pubblicata sulla G.U. del 15 aprile 2016, ha modificato, fra l’altro, anche il titolo V della parte II della Costituzione, che riguarda, per l’appunto, i rapporti fra Stato, Regioni, ex Province e Comuni.

Il teso ha modificato, innanzitutto, l’art. 116 in merito alle “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” che possono essere attribuite anche ad “altre Regioni”, diverse da quelle a statuto speciale, che:
• se da un lato hanno ampliato il novero delle materie, oggetto di competenza esclusiva dello Stato, oggetto della possibile attribuzione, e “semplificato” l’iter di approvazione;
• dall’altro hanno comunque eliminato la possibilità di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia per la materia oggetto di competenza concorrente, ed inserito un limite in precedenza non previsto.

Prima di passare all’analisi dell’art. 117, occorre sia pur rapidamente fare un cenno alle modifiche concernenti:
• le funzioni amministrative (art. 118), in relazione alle quali – oltre alla soppressione del riferimento alle Province, definitivamente abolite dopo il riordino avvenuto con la legge Delrio – si è voluto specificare che “le funzioni amministrative sono esercitate in modo da assicurare la semplificazione e la trasparenza dell’azione amministrativa, secondo criteri di efficienza e di responsabilità degli amministratori”, e che la legge statale disciplina forme di coordinamento fra Stato e Regioni in specifiche materie e di intesa e coordinamento “in materia di tutela dei beni culturali e paesaggistici”;
• l’autonomia finanziaria (art. 119), per la quale – oltre alla citata soppressione del riferimento alle Province e ad una riformulazione linguistica del comma 1 – la “riforma Boschi” precisa che le risorse derivanti da tutte le fonti elencate nello stesso articolo “assicurano” (prima consentivano) “il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche dei Comuni, delle Città metropolitane e delle Regioni”, e che “con legge dello Stato sono definiti indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell’esercizio delle medesime funzioni”;
• il potere di sostituirsi, da parte del Governo, agli organi delle Regioni (art. 120).
In relazione al riparto di competenze (art.117) fra Stato e Regioni, nella tabella 2 vengono messi a confronto il previgente testo dell’art. 117 della Costituzione e quello che sarà sottoposto al referendum costituzionale di quest’autunno.

Tabella 2 – L’art. 117 della Costituzione prima e dopo la “riforma Boschi” (Dove la tabella non è divisa in due, il testo è lo stesso – si veda, ad es., l’art. 1 – o “soltanto integrato” in grassetto – si veda, ad es., l’art. 2, lett. e)

1 La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea e dagli obblighi internazionali.
2 Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:
a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con l’Unione Europea; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione Europea
b) immigrazione;
c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose;
d) Difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;
e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari e assicurativi; tutela e promozione della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; armonizzazione dei bilanci pubblici; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; perequazione delle risorse finanziarie;
f) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo;
g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli Enti pubblici nazionali; norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale;
h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale;
i) cittadinanza, stato civile e anagrafi;
l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;
m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare;
n) norme generali sull’istruzione; ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica;
o) previdenza sociale, ivi compresa la previdenza complementare e integrativa; tutela e sicurezza del lavoro; politiche attive del lavoro; disposizioni generali e comuni sull’istruzione e formazione professionale;
p) ordinamento, legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni e Città metropolitane; disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni;
q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale, commercio con l’estero;
 r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati, dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche dell’amministrazione statale, regionale e locale; opere dell’ingegno;
 s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. s) tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo;
     t) ordinamento delle professioni e della comunicazione;
u) disposizioni generali e comuni sul governo del territorio;
v) produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia;
z) infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.
3 Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a:
– rapporti internazionali e con l’Unione Europea delle Regioni;
– commercio con l’estero;
– tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione;
– ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili;
– grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione;
– produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
– previdenza complementare e integrativa;
– coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principî fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.
Spetta alle Regioni la potestà legislativa in materia di rappresentanza delle minoranze linguistiche, di pianificazione del territorio regionale e mobilità al suo interno, di dotazione infrastrutturale, di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali, di promozione dello sviluppo economico locale e organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale; salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, in materia di servizi scolastici, di promozione del diritto allo studio, anche universitario; in materia di disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo, di regolazione, sulla base di apposite intese concluse in ambito regionale, delle relazioni finanziarie tra gli enti territoriali della Regione per il rispetto degli obiettivi programmatici regionali e locali di finanza pubblica, nonché in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato.
4 Spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato. Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.
5 Le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, nelle materie di loro competenza, partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi comunitari e provvedono all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione Europea, nel rispetto delle norme di procedura stabilite da legge dello Stato, che disciplina le modalità di esercizio del potere sostitutivo in caso di inadempienza.
6 La potestà regolamentare spetta allo Stato nelle materie di legislazione esclusiva, salva delega alle Regioni.
La potestà regolamentare spetta alle Regioni in ogni altra materia. I Comuni, le Province e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell’organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite.
La potestà regolamentare spetta allo Stato e alle Regioni secondo le rispettive competenze legislative.
È fatta salva la facoltà dello Stato di delegare alle Regioni l’esercizio di tale potestà nelle materie di competenza legislativa esclusiva.
I Comuni e le Città metropolitane hanno potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell’organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite, nel rispetto della legge statale o regionale.
7 Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive.
8  La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni.
9  Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato

In particolare, a parere dei riformisti “con l’eliminazione delle cosiddette ‘competenze concorrenti’, ogni livello di governo avrà le proprie funzioni legislative. Si eviterà finalmente la confusione e la conflittualità tra Stato e Regioni che ha ingolfato negli scorsi 15 anni il lavoro della Corte costituzionale. Materie come le grandi reti di trasporto e di navigazione, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia o la formazione professionale saranno di esclusiva competenza dello Stato. Alle Regioni, oltre alle competenze proprie (come l’organizzazione sanitaria, il turismo o lo sviluppo economico locale), potranno essere delegate altre competenze legislative. Sarà un modo per promuovere le Regioni più virtuose”.

Riflessioni oltre il “sì” e il “no”

Ciò detto è evidente che occorrerebbe quantomeno informarsi sul contenuto della riforma, nel suo complesso ma anche, e soprattutto, nelle sue singole parti. Già, perché se della riforma “nel suo complesso” bene o male si sta parlando, sui singoli temi l’informazione latita.

Come è successo per l’ambiente, rimasto indietro nella “gerarchia”, forse anche perché percepito ancora una volta come meno …urgente.

Eppure gli impatti della riforma in questo settore non sono di poco conto.

Perché se è vero che anche per quanto riguarda l’ambiente la continua mediazione e la continua rivendicazione di competenze, ma anche il suo contrario – il classico rimpallo di competenze (tipico di queste latitudini: “non è di mia competenza”) – hanno indubbiamente creato un ostacolo alla crescita del nostro Paese, è altrettanto rischioso un decisionismo fine a sé stesso.

Il guaio, come dicevamo, è che il nostro è un “modello pervasivo di semplificazione emergenziale”, nel quale senza soluzione di continuità i legislatori che si sono susseguiti nel tempo hanno collegato lo sviluppo (e la ripresa economica) a progetti di “Grandi Opere”, che naturalmente hanno anche Grandi Impatti sull’ambiente.
Grandi Impatti che, in quanto tali, se non devono soggiacere al ricatto del primo comitato di condominio nato ad hoc per impedire una qualsivoglia opera, non devono neanche, al contrario, essere il frutto di un atto di fede nell’intrinseca bontà di accelerazioni decisioniste, fatte in nome di una non meglio specificata asserita strategicità dell’opera presa di volta in volta in considerazione, in barba alla leale collaborazione (oltre che dell’adeguata ponderazione, condivisione e visione comune).
Un modello che, per fare soltanto un esempio, ha trovato una delle sue ultime massime manifestazioni nello #SbloccaItalia, di cui questa riforma costituisce in qualche modo “lo strumento operativo privilegiato”.

Uno strumento che non solo amplia la competenza esclusiva dello Stato, ricomprendendovi anche materie prima oggetto di competenza concorrente; non solo elimina il comma 4, in base al quale comunque spettava alle Regioni “la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”, ma addirittura lascia la porta aperta per dilatare ulteriormente il ruolo dello Stato, laddove prevede la “clausola (che si potrebbe definire) ad libitum”, in base alla quale “su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Non sembra, infatti, che anche grazie alle riforme connesse a quella costituzionale (ci si riferisce, in particolare, alla legge elettorale, e alle maggioranze in grado di produrre), la proposta del Governo di intervenire laddove teoricamente non gli dovrebbe competere, possa cadere nel vuoto, se, come e quando dovesse decidere (ad libitum, appunto) di esercitare questa facoltà.

Se è pur vero che la riforma del 2001, a detta degli odierni riformisti, non chiarendo sufficientemente il riparto di competenze aveva avuto come effetto collaterale l’aumento del contenzioso, è pur sempre altrettanto chiaro non solo che i criteri di ripartizione non sono, non possono essere, mai così netti, ma anche che gran parte della responsabilità è da attribuire al nomoteta, che con la scusa dell’emergenza ha legiferato in modo decontestualizzato, senza proiezioni per il futuro e con norme il cui contenuto, inevitabilmente contraddittorio, è spesso anche giuridicamente … caotico? Incomprensibile? Diversamente interpretabile e/o attribuibile? Necessariamente conflittuale?

In ogni caso, che dire delle “disposizioni generali e comuni”, cui si fa riferimento nella riforma, qua e là, nel testo dell’art. 117, a proposito della tutela della salute, delle politiche sociali e per la sicurezza alimentare, dell’istruzione e formazione professionale, delle attività culturali e sul turismo, del governo del territorio?

Non sono forse espressioni volutamente ambigue che nel riservare ulteriori margini di esclusività statale prestano comunque il fianco ad altre tipologie di contenzioso?
E chi deciderà “dove finiscono le ‘disposizioni generali e comuni del governo del territorio’ e iniziano le disposizioni specifiche, rispetto ad esempio ai rapporti fra attività economiche e tutela del territorio e del paesaggio”?

Allora non è lo strumento, ma chi lo deve utilizzare. Sia esso Stato o Regione.

È una questione di (reciproca e) leale collaborazione, concetto che nonostante rimanga all’interno dell’art. 120 della Costituzione, con la riforma viene sostituito nei fatti con il “ci penso io” da parte dello Stato: una semplificazione minimalista che relega la riforma, nei fatti, nel calderone delle riforme da riformare, perché (ancora una volta) di facciata e non di sostanza, e comunque passibili di essere dichiarate incostituzionali, come è avvenuto (neanche a farlo apposta) qualche mese fa proprio con lo #SbloccaItalia, che è stato dichiarato incostituzionale in parte qua, ovvero proprio in relazione al più ampio mancato coinvolgimento delle Regioni interessate.
È una questione culturale: perché neanche la migliore delle riforme immaginabili può garantire che non solo le Grandi Opere, ma anche quelle che riguardano, dovrebbero riguardare la vita quotidiana di milioni di persone (basti pensare alla recente tragedia ferroviaria accaduta in Puglia), può garantire che non ci siano sprechi (di denaro, di tempo e di vite umane), corruzione, criminalità organizzata, disastri ambientali e sanitari annunciati, ….

L’inamovibile paravento costituito dal continuo dibattito su riforme annunciate nasconde il vero problema di fondo (e fa la fortuna di chi da questa situazione può trarre vantaggio): che forse si potrebbero cambiare la cose con quello che abbiamo, se solo le parole (comprese quelle contenute nella Costituzione) fossero utilizzate non in funzione di un risultato politico (che non ci interessa) ma di un obiettivo condiviso, frutto di una pianificazione strutturata effettuata all’interno di una visione di insieme.
E con una concertazione che non sia impostata sulla classica contrapposizione di (asserite) diverse esigenze (ideologie), ma su una progressione di competenze e non su recinti (para)ideologici, sulla conoscenza e non sulle conoscenze, sull’uso finalmente corretto e meditato delle parole, in grado di spiegare cosa sta succedendo, e soprattutto cosa potrebbe succedere.

Perché “non si possono dare spiegazioni affrettate e superficiali, bisogna pensarci bene, ci va il tempo che ci va”: e soprattutto non possiamo aspettare che queste spiegazioni ci vengano offerte ex post sempre e solo dalla Corte costituzionale, che nella cit. sentenza “ha predisposto una graduazione giurisprudenziale degli strumenti di partecipazione regionale, al fine di dare compiuto svolgimento al principio di ‘leale collaborazione’ tra enti territoriali”, confermando la precedente giurisprudenza ed evidenziando “come, in relazione all’oggetto della decisione e all’organo di raccordo azionato (o da azionare), siano ‘fisiologiche’ talune differenziazioni concernenti l’intensità del coordinamento; e come, ad ogni modo, la concertazione appaia necessaria affinché possa considerarsi rispettato il canone della lealtà in fase di cooperazione tra lo Stato e gli altri enti territoriali”.

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