Sustainability Manager: chi è, compiti e responsabilità | Ingegneri.info

Sustainability Manager: chi è, compiti e responsabilità

Profilo, competenze e numeri su una professione di diffusione recente e di prospettive interessanti

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A differenza di altre figure oramai ben connotate, ex lege o per tradizione, quella del Sustainability Manager (SM), essendo relativamente recente, è ancora oggi in via di definizione; non è un caso il fatto che la stessa denominazione non sia univoca: spesso infatti si parla anche di Manager of Sustainability, MoS, o di Corporate Social Responsability Manager (anche se secondo taluni il SM rappresenta più che altro l’evoluzione del CRS Manager).
Di fatto, tale nuova figura, ha il compito di guidare l’azienda verso il cambiamento: la sostenibilità come motore di sviluppo delle organizzazioni.

Chi è il Sustainability Manager?

Il Sustainability Manager riveste oggi un ruolo chiave all’interno delle organizzazioni soprattutto in relazione agli adempimenti previsti dal recente D.Lgs. 30 dicembre 2016, n. 254 “Attuazione della direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 ottobre 2014, recante modifica alla direttiva 2013/34/UE per quanto riguarda la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni”. Tale normativa prevede infatti l’obbligo di presentare una dichiarazione individuale di carattere non finanziario per le imprese di interesse pubblico (ai sensi dell’art. 16 del D.Lgs. 27 gennaio 2010, n. 39) e la possibilità anche per tutte le altre imprese non sottoposte all’obbligo di presentare una dichiarazione in forma volontaria e semplificata. In particolare, il Decreto, recependo completamente la Dir. 2014/95/UE, prevede che la dichiarazione non finanziaria debba riguardare i temi ambientali, sociali, attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione attiva e passiva, che sono ritenuti rilevanti tenuto conto delle attività e delle caratteristiche dell’impresa. Il testo di legge riporta altresì l’elenco degli ambiti minimi sui quali è richiesto alle organizzazioni di rendicontare le proprie attività e performance, lasciando tuttavia la libertà di scegliere lo standard di rendicontazione, di individuare i KPI (Key Performance Indicators) che meglio descrivono le attività dell’impresa in relazione ai temi considerati, di adottare le metodologie di calcolo ritenute più adatte.

A prescindere dagli standard adottati, la dichiarazione deve comunque contenere almeno informazioni concernenti:

i) l’utilizzo di risorse energetiche e l’impiego di risorse idriche;
ii) le emissioni di gas ad effetto serra e le emissioni inquinanti in atmosfera;
iii) l’impatto sull’ambiente nonché sulla salute e la sicurezza, associato ai fattori di rischio o ad altri rilevanti fattori di rischio ambientale e sanitario;
iv) gli aspetti sociali e attinenti alla gestione del personale, incluse le azioni poste in essere per garantire la parità di genere, le misure volte ad attuare le convenzioni di organizzazioni internazionali e sovranazionali in materia, e le modalità con cui è realizzato il dialogo con le parti sociali;
v) il rispetto dei diritti umani, le misure adottate per prevenirne le violazioni, nonché le azioni poste in essere per impedire atteggiamenti ed azioni comunque discriminatori;
vi) la lotta contro la corruzione sia attiva sia passiva, con indicazione degli strumenti a tal fine adottati.
Anche a fronte di questo nuovo importante impegno per le organizzazioni, le logiche di management aziendale stanno quindi rapidamente cambiando: la sostenibilità diviene, di fatto, realmente e “obbligatoriamente” parte della strategia di impresa. Questa nuova prospettiva richiede quindi la presenza di una figura che entri concretamente nei processi decisionali e di programmazione strategica, che faccia parte del “board” dove si prendono le decisioni chiave, che assicuri la sostenibilità di tutti i processi aziendali, che garantisca il monitoraggio degli effetti di un approccio sostenibile sugli stakeholder dell’organizzazione (ed è proprio in tale nuova ottica, di completa integrazione della sostenibilità nelle logiche aziendali, che secondo alcuni il Sustainability Manager non coinciderebbe con il CSR Manager ma ne rappresenterebbe l’evoluzione).
Poiché ad oggi non risultano essere disponibili protocolli, standard o linee guida che diano evidenza di quelli che sono i compiti, nonché le conoscenze ed abilità, del Sustainability Manager, vengono nel seguito riportate alcune indicazioni tratte da diversi studi, indagini e pubblicazioni, ai quali si rimanda per approfondimenti. In particolare, si è fatto riferimento a:
– Studio coordinato da ALTIS, (2006). Il CSR Manager nelle imprese italiane – Terzo Rapporto sulla Responsabilità Sociale d’Impresa in Italia;
– Ingusci E. e Dassisti M. (2013). The Manager Of Sustainability (MoS): Survey On The Psychological Profile Of A New Professional Figure; Proceedings of 6th Int. Conference on Sustainable Energy and Environmental Protection (SEEP2013), 20-23 August, Maribor, Slovenia. Ed. J Krope, AG Olabi, D Goricanec. Publisher. Univ. of Maribor – Faculty of Chemistry and Chemical Engineering, Maribor (SLO); pp. 223-233;
– CSR Manager Network (2018). C.d.A. e Politiche di Sostenibilità – II ed. – Rapporto 2017: la Governance della Sostenibilità nelle imprese quotate italiane (www.csrmanagernetwork.it);
– Sito INAPP – Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (ex ISFOL): Vedasi anche sito ISFOL – Sezione CSR;
CSR Manager Network – Carollo L. e Guerci M. (2015). Il ruolo del CSR Manager: vissuti professionali e prospettive future.

I compiti del Sustainabilty Manager

Tra le principali attività svolte da questa figura, si possono identificare quelle connesse ai seguenti ambiti:
i) sistema di gestione ambientale (ad es. identificazione, valutazione e gestione degli aspetti ambientali quali consumi energetici, idrici, di materie prime o emissioni in atmosfera, scarichi idrici, produzione rifiuti, il tutto in un’ottica di risk assessment e management);
ii) sicurezza dei prodotti e soluzioni per categorie svantaggiate (ad es. gestione aspetti legati alla qualità, al design e alla sicurezza del prodotto, effettuazione analisi di customer);
iii) conciliazione famiglia-lavoro per i dipendenti, tutela delle pari opportunità e della salute e sicurezza dei lavoratori (ad es. implementazione smart working, realizzazione analisi di clima, gestione aspetti per la salute e sicurezza dei lavoratori in ottica risk assesmment e management);
iv) gestione fornitori (ad es. definizione a applicazione per la scelta dei fornitori di criteri socio-ambientali, verifica del rispetto del codice etico, verifica qualifica fornitori anche con effettuazione di audit in campo);
v) risposte ai criteri di società di rating etico, comunicazione verso l’interno e rendicontazione delle politiche di sostenibilità verso l’esterno (ad es. redazione bilanci di sostenibilità, gestione pagina web e canali social dedicati alla sostenibilità, definizione di politiche di donazione o di investimento finanziario responsabile, definizione politiche di stakeholder engagement).
Si segnala infine che è possibile ritenere che il Sustainability Manager si caratterizzi e assuma un ruolo talvolta anche molto differente a seconda dei contesti organizzativi nei quali opera: non avendo infatti tale figura standard di riferimento, vi è la tendenza, rilevata da alcune indagini (come quella condotta dal CSR Manager Network del 2015), ad una forte “personalizzazione” del ruolo in relazione alle inclinazioni personali ed in coerenza con le esigenze dell’organizzazione.

Conoscenze, abilità e competenze del Sustainabilty Manager

Le competenze del Sustainability Manager, in analogia a quanto riportato da INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) per i CSR Manager, possono essere suddivise in due tipologie: verticali ed orizzontali. Le prime sono competenze manageriali e tecniche, che vanno dalle capacità organizzative alla leadership, le seconde riguardano invece le competenze sociali e soft, cioè le capacità relazionali e di comunicazione.
Complessivamente è possibile ritenere che il manager della sostenibilità sia una figura professionale “poliedrica”, “trasversale” e dalle molte specificità perché chiamata ad interagire con processi e relazioni complessi, sostanzialmente riconducibili agli ambiti di attività precedentemente trattati: ambiente, clienti, lavoratori, fornitori, comunità e istituzioni.
Il Sustainability Manager deve essere in grado di conciliare la gestione aziendale “ordinaria” con le attività innovative che l’evoluzione del contesto (sia esso sociale, economico, ambientale o istituzionale) richiede, accompagnando l’organizzazione verso il cambiamento; proprio per questo tale figura deve essere anche “multitasking”, con capacità di ascolto sia all’interno che all’esterno dell’organizzazione, per trasformare idee e tendenze, quando è il caso, in progettualità.
In base alla mappatura INAPP, il manager della sostenibilità deve conoscere a fondo l’azienda e il suo ambito di business, saper gestire i conflitti, mantenere i rapporti con la comunità e le istituzioni, motivare e valorizzare il team di lavoro. Nello stesso tempo oltre ad avere competenze organizzative, deve possedere anche approfondite conoscenze di carattere economico e giuridico, nonché riferibili alla sfera ambientale.
Nel seguito vengono riportati alcuni tra i “requisiti” che più frequentemente si trovano annoverati nelle “job description” di tale figura:
– possesso laurea specialistica in materie economiche, gestionali ed ambientali;
– possesso preferenziale di titoli riferibili a dottorati di ricerca o master specificamente dedicati al tema del “sustainable management”;
– esperienza pluriennale nell’ambito della gestione degli aspetti connessi alla sostenibilità presso aziende o presso società di consulenza;
– ottima conoscenza lingua inglese;
– conoscenza delle norme dedicate alla gestione ambientale (ISO 14001, ISO 14040, ISO 20121, ISO 14063), alla gestione della salute e sicurezza (ISO 45001, ex OHSAS 18001), alla gestione della qualità (ISO 9001), alla gestione dei temi sociali (SA 8000 o ISO 26000) ed alla gestione del rischio (ISO 31000) ed alla conduzione di audit (ISO 19011);
– conoscenza della normativa ambientale e della salute e sicurezza;
– ottime capacità di comunicazione e spiccate doti relazionali;
– ottime capacità analitiche, di rendicontazione e di problem solving;
– grande autonomia organizzativa e capacità di coordinamento di team di persone;
– possesso di una visione strategica e orientamento alla gestione delle esigenze degli stakeholder;
– attitudine alla crescita professionale, creatività ed intraprendenza.
Infine, con specifico riferimento all’acquisizione di titoli post laurea si segnala che sono oggi molteplici le possibilità offerte dal mercato, soprattutto con riferimento all’offerta di master che vedono la sostenibilità declinata nelle più diverse accezioni: dal generale “sustainability management” al turismo sostenibile, passando per la CSR, fino ad arrivare all’economia sostenibile.

Il Sustainability manager: qualche numero

Per quanto oramai datato, si ritiene possa essere comunque utile citare il primo censimento nazionale strutturato dei CSR manager condotto nel 2012 dal CSR Manager Network. Tale studio dava evidenza del fatto che in poco più di 5 anni, il numero di questi manager era più che quadruplicato passando da 90 a 373 addetti a tempo pieno, solo considerando le società quotate. Emergeva anche che il CSR Manager era prevalentemente di sesso femminile, con un curriculum studi elevato (circa il 30% del campione era in possesso anche di un Master), inquadrato nel 45% dei casi ai livelli della dirigenza con punte di stipendio annuo di 120 mila euro (quasi 1 su 4) e una media di circa 80 mila (dati in linea con quanto si ritrova negli annunci odierni anche per il Sustainability Manager).
Oggi, a distanza di altri cinque anni (e poco più), la professione del manager della sostenibilità è più richiesta che mai, anche a livello di aziende non quotate e di enti pubblici (ad es. università), con conseguenti interessanti prospettive di tipo occupazionale.

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