Sversamento di reflui: disciplina delle acque o dei rifiuti? | Ingegneri.info

Sversamento di reflui: disciplina delle acque o dei rifiuti?

La Cassazione si pronuncia sulla gestione dei c.d. rifiuti liquidi, "in bilico" fra la disciplina degli scarichi e quella dei rifiuti

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La Cassazione si pronuncia su un tema di grande interesse per gli operatori del settore, ossia lo sversamento di reflui, sottoposto alla disciplina degli scarichi solo in presenza di determinate condizioni.

 

Il caso

Il titolare di un’azienda zootecnica riversava i reflui, relativi a 750 capi di bestiame, mediante ruscellamento su un terreno incolto; i reflui si immettevano poi in un canale sottostante, a sua volta confluente in un torrente, da considerare acqua pubblica così danneggiando un bene appartenente al demanio. Per questi fatti si ipotizzava nei confronti del titolare il reato di cui all’art. 256, D.Lgs. n. 152/2006 e 635 cod. pen.

Contro l’ordinanza di revoca del sequestro preventivo operata dalla polizia giudiziaria e riguardante un terreno aziendale di circa due ettari, ricorreva il Pubblico Ministero facendo presente che l’area in questione era interessata dallo sversamento di reflui zootecnici, precedentemente raccolti in vasche ormai ricolme e invase da vegetazione spontanea, nonché dall’abbandono di un grosso quantitativo di reflui palabili e non palabili. Rilevava perciò che la condotta, contrariamente a quanto opinato dal Tribunale, era penalmente rilevante in quanto non era corretta l’equiparazione delle acque reflue provenienti da imprese dedite ad allevamento di bestiame alle acque reflue domestiche.

Osservava, inoltre, che nella fattispecie non era applicabile la disciplina degli scarichi, ma quella dei rifiuti, tali essendo quelli versati sull’area in sequestro, risultando documentato in atti che i reflui riempivano le vasche, per poi tracimare e raggiungere, mediante ruscellamento, il terreno incolto, ove ristagnavano per poi immettersi nel corso d’acqua.

 

Cosa dice la Cassazione

Il ricorso è stato accolto.

La Corte ha premesso che il Tribunale, dopo aver dato atto della condotta contestata e dell’esito del sopralluogo effettuato dalla polizia giudiziaria, osservando al riguardo che i reflui zootecnici venivano immessi «in due vasche con formazione di un canale naturale e versamento in un terreno retrostante incolto di proprietà dell’istante con ruscellamento nel torrente», aveva richiamato il contenuto dell’art. 101, comma 7, D.Lgs. n. 152/2006 e l’assimilazione delle acque reflue provenienti da imprese dedite all’allevamento di bestiame a quelle domestiche e quindi aveva posto in evidenza la depenalizzazione conseguente a tale assimilazione e la rilevanza solo amministrativa della condotta, che indicava come l’unica contestata.

Per la Cassazione era chiara la fattispecie: questa non poteva essere inquadrata quale scarico di acque reflue, trattandosi di un abbandono di rifiuti.

Gli effluenti, infatti, non defluivano in condotte di scarico, ma raggiungevano direttamente un terreno incolto, sul quale ristagnavano per poi immettersi nel torrente sottostante e ciò indicava chiaramente l’insussistenza dei presupposti per qualificare la condotta come scarico.

Dopo aver ricordato che i rapporti tra la normativa sulla tutela delle acque e quella in tema di rifiuti sono stati più volte presi in considerazione dalla giurisprudenza di legittimità, la sentenza ha osservato che la disciplina delle acque è applicabile quando si è in presenza di uno scarico, anche se soltanto periodico, discontinuo o occasionale, di acque reflue in uno dei corpi recettori specificati dalla legge ed effettuato tramite condotta, tubazioni, o altro sistema stabile; in tutti gli altri casi, nei quali manchi il nesso funzionale e diretto delle acque reflue con il corpo recettore, si applicherà, invece, la disciplina sui rifiuti.

Nella specie, la raccolta nelle vasche interrompeva la necessaria continuità tra il luogo in cui i reflui venivano prodotti (le stalle o gli altri ambienti dell’allevamento) e il recapito finale (il torrente) e, in ogni caso, il percorso seguito dai reflui mancava comunque di continuità, considerando che, all’iniziale collocazione nelle vasche di raccolta, seguiva la tracimazione, il ristagno su un terreno incolto e il successivo ruscellamento fino al torrente.

Secondo la Cassazione, si trattava di una situazione che non era possibile qualificare come «scarico», in quanto, sebbene tale nozione non richieda la presenza di una «condotta» nel senso proprio del termine, costituita da tubazioni o altre specifiche attrezzature, vi è comunque la necessità di un sistema di deflusso, oggettivo e duraturo, che comunque canalizza, senza soluzione di continuità, in modo artificiale o meno, i reflui fino al corpo ricettore.

E’ stato conseguentemente ribadito che la disciplina sugli scarichi trova applicazione soltanto se il collegamento tra ciclo di produzione e recapito finale sia diretto e attuato mediante un sistema stabile di collettamento. Se presenta, invece, momenti di soluzione di continuità, di qualsiasi genere, si è in presenza di un rifiuto liquido il cui smaltimento deve essere come tale autorizzato.

 

La massima

La disciplina sugli scarichi trova applicazione soltanto se il collegamento tra ciclo di produzione e recapito finale sia diretto ed attuato mediante un sistema stabile di collettamento. Se presenta, invece, momenti di soluzione di continuità, di qualsiasi genere, si è in presenza di un rifiuto liquido, il cui smaltimento deve essere come tale autorizzato.

Articolo tratto dalla rivista Ambiente & Sviluppo n. 8-9/2015, p. 520

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