Terre e rocce da scavo: chiarimenti dal Ministero sulle matrici materiali di riporto | Ingegneri.info

Terre e rocce da scavo: chiarimenti dal Ministero sulle matrici materiali di riporto

La Circolare prot. 15786/2017 oltre a fornire una lista di possibili situazioni con relative modalità di gestione, chiarisce che, per essere riutilizzate in situ, le matrici materiali di riporto non devono essere contaminate. Altrimenti va prima eliminata la fonte di contaminazione

terre e rocce da scavo
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Sul tema dei riporti il MATTM è recentemente intervenuto con la Circolare Prot. 15786 del 10 novembre 2017, con l’intento di: “fornire alle Amministrazioni … chiarimenti interpretativi al fine di uniformare l’azione amministrativa”, all’esito dell’entrata in vigore del D.P.R. n. 120/2017, regolamento emanato con l’obiettivo di riordino e semplificazione della gestione delle terre e rocce da scavo .

L’annosa questione riguarda, in primo luogo, la stessa nozione di riporto e, conseguentemente, l’individuazione del regime giuridico applicabile, per la gestione di tale tipologia di materiali.

In sintesi, le “matrici materiali di riporto”, ai sensi dell’art. 3, c.1 del D.L. n. 2/2012 (convertito, con modificazioni, dalla L. n. 28/2012), possono essere equiparate al suolo e, quindi, qualificate come sottoprodotti, a condizione che vengano rispettati:

  • i requisiti di qualità ambientale standard, disciplinati dall’art. 4, c.3 del D.P.R. 13 giugno 2017, n. 120, che consentono la gestione delle terre e rocce da scavo come sottoprodotti;
  • due requisiti ambientali aggiuntivi:
  1. componente antropica frammista ai materiali di origine naturale non superiore al 20%;
  2. rispetto delle CSC per le acque sotterranee (Tab. 2, All. 5, Tit. 5, Parte IV del D. Lgs. n. 152/2006), o, comunque, ai valori di fondo naturali stabiliti per il sito ed approvati agli enti di controllo, applicato all’eluato, derivante dal test di cessione, effettuato secondo le metodiche individuate nel D.M. 5 febbraio 1998.

I chiarimenti del Ministero

La nota di chiarimenti interpretativi del MATTM indica, pertanto, che le terre e rocce da scavo contenenti matrici materiali di riporto:

  • possono essere gestite come sottoprodotti e/o essere riutilizzate nel sito, se risultano conformi ai requisiti standard (ex. art. 4, c. 3 del D.P.R. n.120/2017), sono conformi al test di cessione e non risultano contaminate;
  • sono fonti di contaminazione, se risultano contaminate e non conformi al test di cessione, sopra indicato, ai sensi del comma 3 dell’art. 3 del D.L. n. 2/2012, dell’art. 34, commi 9 e 10 del D.L. n. 133/2014 ed dell’art. 26 del D.P.R. n. 120/2017.

Le matrici di riporto, nel caso in cui non siano conformi al medesimo test di cessione, costituiscono fonte di contaminazione e, come tali, devono essere alternativamente:

  1. rimosse;
  2. sottoposte a messa in sicurezza permanente, utilizzando le migliori tecniche disponibili e a costi sostenibili, che consentano di utilizzare l’area secondo la destinazione urbanistica senza rischi per la salute;
  3. rese conformi ai limiti del test di cessione mediante operazioni di trattamento che rimuovano i contaminanti.

Le prime due operazioni rientrano nell’ambito della disciplina della bonifica, mentre la terza si configura come attività di trattamento rifiuti.

 

Rimane qualche dubbio…

La circolare, dunque, qualifica come fonti di contaminazione le terre e rocce da scavo contenenti materiali di riporto, se contaminate e non conformi al test di cessione. D’altra parte, non viene specificato quale nozione applicare a tale matrice nel caso in cui la medesima:

  • sia non contaminata, ai sensi dell’articolo 240, c.1, lett. f) del D. Lgs. n. 152/2006 (vale a dire, non siano superate le CSC per il suolo-sottosuolo);
  • non risulti conforme al test di cessione, sopra indicato.

Resta, inoltre, il dubbio se sia ragionevole sottoporre ad attività di bonifica o messa in sicurezza (con tutto quel che ne consegue in termini di tempi ed oneri economici e burocratici) una matrice ambientale, che già rispetti le CSC e, quindi, sarebbe già idonea a qualificare il sito come non contaminato, solo perché non viene rispettato il valore delle CSC per le acque sotterranee, applicato all’eluato.

La medesima matrice, in effetti, dovrebbe essere assimilata al suolo-sottosuolo naturale, solo in relazione al rispetto delle CSC per il suolo-sottosuolo e per le acque sotterranee. D’altra parte, la matrice artificiale potrebbe essere stata realizzata mediante un’operazione di recupero ambientale (a valle di un’attività di trattamento di rifiuti), per la quale è già prevista l’applicazione del test di cessione, con i limiti indicati nell’Allegato 3 al D.M. 5 febbraio 1998 (e non con le CSC per le acque sotterranee). Peraltro, la falda sotterranea potrebbe essere talmente lontana o, comunque, isolata dalla matrice riporto, da risultare non contaminata, confermando che il sito è da considerarsi, a tutti gli effetti, non contaminato e, quindi, non necessitante attività di bonifica o messa in sicurezza.

Da ultimo, si consideri che anche le attività di trattamento sui riporti (intese come attività di trattamento su rifiuti) devono essere autorizzate (con quel che ne consegue in termini di tempi e costi), rendendo di fatto più semplice, economico e sicuro, anche se ambientalmente meno sostenibile, ricorrere alla gestione delle terre e rocce da scavo contenenti riporti come rifiuti e non sottoprodotti, compromettendo uno dei cardini (la prevenzione della produzione dei rifiuti) dello sviluppo sostenibile e dell’economia circolare.

 

Un articolo di approfondimento sull’argomento è in pubblicazione sul n. 1/2018 della rivista Ambiente&Sviluppo.

 

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