Terre e rocce da scavo: il governo da il via libera al testo unico | Ingegneri.info

Terre e rocce da scavo: il governo da il via libera al testo unico

Via libera definitivo dal Consiglio dei ministri al decreto del Presidente della Repubblica che semplifica la disciplina di gestione delle terre e rocce da scavo

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Il Consiglio dei Ministri n. 123 del 14 luglio 2016 ha approvato, in esame definitivo, lo schema di decreto del Presidente della Repubblica volto a raccogliere in un apposito Testo Unico le numerose disposizioni oggi vigenti che disciplinano la gestione semplificata e l’utilizzo delle terre e rocce da scavo.

 

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Il nuovo provvedimento, ora all’attenzione della Corte dei Conti, introduce nella nostra legislazione un testo di riferimento unico, che supera le molte disposizioni oggi esistenti nella gestione delle terre e rocce da scavo: disciplina in particolare la gestione e l’utilizzo di quelle qualificate come sottoprodotti, il deposito temporaneo delle terre e rocce da scavo considerate rifiuti e la loro gestione nei siti da bonificare.

«Il testo unico sulle terre e rocce da scavo – afferma il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – è una grande novità per la nostra legislazione, un valore aggiunto per l’ambiente, l’economia circolare e la competitività del nostro sistema Paese». «Rafforziamo la tutela dell’ambiente – aggiunge Galletti – e diamo allo stesso tempo risposta a decine di migliaia di operatori, alle grandi come alle più piccole imprese, dopo 20 anni di incertezze normative: lo facciamo rendendo più semplici e chiare le procedure che regolano la gestione delle terre e rocce considerate rifiuto o sottoprodotto, con il contemporaneo rafforzamento dei controlli».

Sintesi delle principali novità introdotte dal provvedimento
 • semplificazione delle procedure e la fissazione di termini certi per concludere le stesse, anche con meccanismi in grado di superare eventuali situazioni di inerzia da parte degli uffici pubblici. Si evitano così i lunghi tempi di attesa da parte degli operatori per la preventiva approvazione del piano di utilizzo delle terre e rocce da parte delle autorità competenti
  • procedure più veloci per attestare che le terre e rocce da scavo soddisfano i requisiti stabiliti dalle norme europee e nazionali per essere qualificate come sottoprodotti e non come rifiuti
  • definizione puntuale delle condizioni di utilizzo delle terre e rocce all’interno del sito oggetto di bonifica, con l’individuazione di procedure uniche per gli scavi e la caratterizzazione dei terreni generati dalle opere da realizzare nei siti oggetto di bonifica
        • rafforzamento del sistema dei controlli

 

 

Dopo 20 anni di incertezze normative le procedure sembrano più chiare

Il nuovo TU mira a definire, ai sensi dell’art. 8 del D.L. 12 settembre 2014, n. 133 (conv. con modifiche dalla legge n. 164/2014), un quadro normativo di riferimento completo, chiaro e (apparentemente) coerente con la disciplina nazionale e comunitaria, dettando le norme dedicate, rispettivamente:

  • alla gestione e il riutilizzo in sito delle terre e rocce da scavo qualificate come sottoprodotti provenienti da cantieri di piccole e grandi dimensioni, compresi quelli finalizzati alla costruzione o alla manutenzione di reti e infrastrutture;
  • alla disciplina del deposito temporaneo delle terre e rocce da scavo qualificate come rifiuti;
  • all’utilizzo nel sito di produzione (in sito) delle terre e rocce da scavo escluse dalla disciplina dei rifiuti;
  • alla gestione delle terre e rocce da scavo nei siti oggetto di bonifica.

Come riferisce il comunicato rilasciato a latere del CdM, il testo sarebbe stato ulteriormente integrato nel tempo con il ricorso a una consultazione pubblica rivolta a cittadini, associazioni e stakeholder del settore, oltre che sulla base del parere espresso dalla Conferenza Unificata: peraltro, sul testo è stato svolto un ciclo di audizioni tecniche in sede di Commissione permanente.

 

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Rispondendo ai principi e agli obiettivi del processo verso un modello economico di tipo “circolare”, il decreto recepisce le richieste formali della Commissione europea per evitare che il procedimento pre-contenzioso Eu-Pilot 5554/13/ENVI aperto su questo tema dalla UE evolva in una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

 

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Sottoprodotti o rifiuti: procedure più veloci per la qualifica

Il nuovo TU definisce i requisiti generali da soddisfare affinché siano qualificate come sottoprodotti e non rifiuti le terre e rocce da scavo generate:

  • in cantieri di piccole dimensioni (cioè quelli che producono terre e rocce da scavo in quantità non superiore ai 6.000 metri cubi e che siano destinate a recuperi, ripristini, rimodellamenti, riempimenti ambientali o altri utilizzi sul suolo),
  • in cantieri di grandi dimensioni,
  • in cantieri di grandi dimensioni non sottoposti a valutazione di impatto ambientale (VIA) e autorizzazione integrata ambientale (AIA).

La disposizione stabilisce anche i principi generali applicabili alle terre e rocce da scavo.

Viene chiarito che il deposito delle terre e rocce da scavo prima dell’utilizzo può essere effettuato anche in un luogo diverso dal sito di produzione e dal sito di destinazione, purché siano rispettati specifici requisiti, prevedendo altresì la facoltà di individuare uno o più siti di deposito intermedio.

Vengono definiti anche gli adempimenti per il trasporto fuori dal sito di produzione delle terre e rocce da scavo qualificate come sottoprodotti.

Il nuovo TU stabilisce inoltre i contenuti, i destinatari e gli effetti della dichiarazione di avvenuto utilizzo.

 

Cantieri di grandi dimensioni e Piano di utilizzo

Il “TU terre e rocce di scavo” introduce modalità semplificate per attestare che le terre e rocce da scavo generate nei cantieri di grandi dimensioni soddisfano le condizioni per essere qualificate sottoprodotti.

Il Piano di utilizzo è delineato nei contenuti, tempi ed effetti, con l’individuazione dei soggetti coinvolti; nel caso di terre e rocce generate da cantieri di grandi dimensioni dovrà avere una efficacia limitata nel tempo.

In presenza di modifiche sostanziali del Piano di utilizzo, il proponente o l’esecutore hanno l’obbligo di aggiornarlo, seguendo una procedura semplificata. Il proponente ha la possibilità di prorogare, per una sola volta e per la durata massima di due anni, il Piano di utilizzo mediante comunicazione del nuovo termine di validità all’autorità competente.

Infine, il soggetto proponente ha l’obbligo di comunicare alle Autorità competenti l’esecutore del Piano di utilizzo prima dell’inizio dei lavori.

 

Procedure semplificate

Il decreto prevede la semplificazione delle procedure e la fissazione di termini certi per concludere le stesse, anche con meccanismi in grado di superare eventuali situazioni di inerzia da parte degli uffici pubblici. L’intento è quello di evitare i lunghi tempi di attesa da parte degli operatori per la preventiva approvazione del piano di utilizzo delle terre e rocce da parte delle autorità competenti.

In particolare, nel caso di terre e rocce da scavo prodotte in un sito oggetto di bonifica, l’individuazione dei requisiti di qualità ambientale necessari per considerare le stesse come sottoprodotto spetta all’Agenzia regionale o provinciale di protezione ambientale.

Viene introdotto un meccanismo procedurale che consente di ovviare all’eventuale inerzia dell’Agenzia di protezione ambientale sulle indagini tecniche ad essa attribuite.

Viene infine rafforzato il sistema dei controlli.

 

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Presenza di amianto

Nella versione definitiva del regolamento sono stati eliminati i paletti sull’amianto che avrebbero avuto un grosso impatto su quelle grandi opere, come il Terzo valico o la Tav, collocate nelle aree già caratterirazzate da alti i livelli di amianto.

La versione precedente del testo imponeva ai siti con la presenza di più di una fibra di amianto all’interno dello scavo, in una parte di roccia, di smaltirlo in loco o di trattarlo come rifiuto pericoloso. Secondo molte regioni tale procedura avrebbe comportato un considerevole aumento dei costi di smaltimento.

 

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In realtà,durante l’iter, la bozza del provvedimento è stata criticata per l’indicazione di soglie di contaminazione troppo basse rispetto a quanto previsto nell’Unione europea, richiamando in merito il c.d. “divieto di gold plating”: in particolare, il dito è stato puntato sul valore individuato per la concentrazione soglia di contaminazione (CSC) dell’amianto, che, basandosi su di un parere dell’Istituto Superiore di Sanità formulato su un caso specifico segnalato dalla Provincia di Milano, è stata abbassata di ben dieci volte rispetto a quanto previsto dalla legislazione vigente (da 1000 mg/kg a 100 mg/kg), a detta di alcuni senza che tale scelta sia giustificata dal punto di vista tecnico-scientifico.

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