Terre e rocce da scavo: la stabilizzazione a calce e cemento nella nuova disciplina | Ingegneri.info

Terre e rocce da scavo: la stabilizzazione a calce e cemento nella nuova disciplina

Con l’entrata in vigore del Dpr 120/2017, la stabilizzazione a calce e cemento delle T&RS è ancora una normale pratica industriale o si tratta solo di attività di recupero rifiuti?

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Sono ormai trascorsi alcuni mesi dall’entrata in vigore del Dpr 120/2017, decreto emanato con il dichiarato scopo di riordinare e semplificare la gestione delle terre e rocce da scavo.

Una delle questioni ricorrenti, all’interno del dibattito che ha accompagnato il transitorio dal vecchio al nuovo regime, riguarda la stabilizzazione a calce o cemento delle terre e rocce da scavo. In particolare, si è spesso riproposto il seguente dilemma: la stabilizzazione a calce e cemento delle terre e rocce da scavo può essere ancora compresa, ed a quali condizioni, tra le operazioni di normale pratica industriale, o deve essere qualificata solo come attività di recupero di rifiuti, visto che tale trattamento, esplicitamente ammesso dal previgente DM 161/2012, è stato espunto dall’Allegato 3 al D.P.R. 13 giugno 2017, n. 120, sulla base di reiterate richieste formali della Commissione europea, nell’ambito dell’indagine EU Pilot 5554/13/ENVI? In altre parole, si tratta di valutare se debba prevalere la natura esemplificativa e non esaustiva dell’elenco di operazioni, contenute nel citato Allegato 3, ovvero se i rilievi formulati dalla Commissione  europea, nella citata procedura di pre-infrazione, debbano essere intesi come una tassativa esclusione della stabilizzazione a calce dal novero delle operazioni di normale pratica industriale.

La risposta al quesito non può prescindere da un preliminare richiamo all’orientamento della Commissione europea in tema di normale pratica industriale, nonché da un breve accenno ad alcuni dei più rilevanti impieghi della calce, con particolare riferimento ai trattamenti di rifiuti ed al settore delle costruzioni.

La “normale pratica industriale”: l’orientamento della Commissione europea

Le richieste di modifica della normativa italiana risultano fondate su un consolidato orientamento, già enunciato nel documento Guidance on the interpretation of provisions of Directive 2008/98/EC on waste, emanato dalla Direzione Generale Ambiente della medesima Commissione nel giugno 2012.

In estrema sintesi, secondo la Commissione europea non è possibile individuare ex-lege un trattamento di normale pratica industriale, salvo limitatissime eccezioni.

Tale posizione appare ispirata dall’intenzione di evitare che taluni trattamenti, potenzialmente applicabili a tutti i residui – quali sottoprodotti e rifiuti – vengano artatamente sottratti al regime dei controlli e delle restrizioni, previste per la gestione ordinaria dei rifiuti, solo perché inseriti in un elenco di operazioni esplicitamente qualificate anche come normale pratica industriale.

Pertanto, l’inclusione di ciascun trattamento tra le normali pratiche industriali non può essere basata sulla presenza dello stesso all’interno di un elenco positivo, ma deve essere fondata su una verifica, caso per caso, finalizzata a dimostrare se la medesima attività sia qualificabile, in concreto, come normale pratica industriale, ovvero come attività di trattamento di rifiuti.

L’impostazione appena illustrata appare coerente con l’orientamento della giurisprudenza comunitaria in tema di distinzione tra rifiuto e sottoprodotto, allorquando si è sempre affermato che sono le circostanze specifiche a fare di un materiale un rifiuto o meno e che, pertanto, le autorità competenti devono decidere caso per caso.

D’altra parte, convergenti indicazioni emergono anche dalla normativa e dalla giurisprudenza nazionale, che pone in capo al produttore l’onere della prova sull’identificazione e sulla sussistenza dei requisiti, per potere applicare al residuo, derivante da uno specifico processo produttivo, la disciplina del sottoprodotto, considerata derogatoria e di favore, rispetto alla normativa ordinaria sui rifiuti.

La stabilizzazione delle terre nel settore costruttivo

I trattamenti accennati nel precedente paragrafo costituiscono solo una minima frazione del vasto elenco di applicazioni della calce/cemento, il cui impiego è diffuso in molti altri settori (fabbricazione della carta, trattamento dell’acqua nell’industria alimentare, agricoltura, concia delle pelli, etc.). Nell’ambito dell’edilizia, ad esempio, calce e cemento vengono addizionati alle loppe d’altoforno ed alle ceneri volanti.

La stabilizzazione a calce o cemento è una tecnica ampiamente studiata ed ormai molto diffusa (in USA, Regno Unito, Francia, Spagna, Germania, Svezia, Sud Africa etc.), almeno a partire dall’inizio del secolo scorso, mentre nel nostro Paese si è affermata solo negli ultimi 20-30 anni. Il ritardo è stato certamente imputabile anche alla notevole disponibilità di materiali di cava di buona qualità, caratterizzati da un basso costo d’approvvigionamento, anche se a fronte di rilevanti impatti ambientali.

La funzione svolta dalla calce e dal cemento è quella di migliorare le caratteristiche fisico-chimiche e meccaniche delle terre, al fine di consentirne un uso ottimale, quale materiale da costruzione, in particolare, nella realizzazione delle fondazioni stradali e autostradali.

Le norme nazionali di riferimento per la progettazione e l’esecuzione di tale pratica industriale sono le seguenti:

  • il Bollettino Ufficiale del CNR, n. 36 del 1973;
  • la UNI EN 14227-10 e la UNI EN 14227-11, applicabili rispettivamente ai trattamenti con calce e cemento di terreni naturali e altri materiali per strade, aeroporti e altre aree soggette a traffico.

Le norme appena citate sono finalizzate a definire le caratteristiche geotecniche:

  • delle terre, ai fini della loro idoneità al trattamento di stabilizzazione;
  • del prodotto finale, ottenuto all’esito del citato trattamento.

Le medesime norme, proprio perché finalizzate alla definizione degli standard costruttivi, non fanno alcuna distinzione tra terreno in situ (non sottoposto ad escavazione), materiali vergini da cava, ovvero terre e rocce derivanti da attività di scavo, destinate al riutilizzo all’interno o all’esterno dello cantiere di produzione delle medesime.

Leggi il testo integrale dell’articolo sul n.2/2018 di Ambiente & Sviluppo

Qualificazione delle terre e rocce come sottoprodotti: requisiti ambientali e sanitari

I requisiti ambientali generali, necessari a qualificare e gestire le terre da scavo come sottoprodotti, sono garantiti se viene accertato e dimostrato che il contenuto delle sostanze inquinanti, ivi presenti, non supera le Concentrazioni Soglia di Contaminazione per i suoli e sottosuoli (CSC di cui al D. Lgs. 152/2006, Parte IV, All. 5, col. A o B).

Tali valori, in effetti, valgono:

  • sia per il suolo-sottosuolo, al fine di poterlo considerare come non contaminato, consentendo d’eseguire le consuete attività di edilizia infrastrutturale, inclusa la stabilizzazione a calce e cemento dei terreni in situ e/o dei materiali vergini da cava;
  • sia per le terre e rocce da scavo, ai fini del loro riutilizzo, previo eventuale trattamento non diverso dalle normali pratiche industriali, che lo stesso Dpr 120/2017 definisce (ex art. 2, c. 1, lett. o)) come: “operazioni, anche condotte non singolarmente, alle quali possono essere sottoposte le terre e rocce da scavo, finalizzate al miglioramento delle loro caratteristiche merceologiche per renderne l’utilizzo maggiormente produttivo e tecnicamente efficace … conformemente ai criteri tecnici stabiliti dal progetto”.

In proposito, non si può nemmeno dimenticare che alcune norme regionali, i capitolati ed i disciplinari tecnici relativi alle più rilevanti infrastrutture pubbliche di trasporto (ANAS, Italferr, Autostrade etc.), nonché la prassi seguita in accordo con molti enti di controllo, hanno da tempo delineato un quadro di requisiti prestazionali ed ambientali, in base al quale sono state progettate e realizzate le attività di stabilizzazione a calce e cemento, prima dell’entrata in vigore del DPR 120/2017.

D’altra parte, lo stesso MATTM aveva indicato, nella circolare Prot. 13338/TRI del 14/05/2014, che il trattamento di stabilizzazione può rientrare nella normale pratica industriale, purché la miscelazione avvenga tra calce e terreno non contaminato, al solo fine di migliorarne le caratteristiche costruttive e senza modificarne i requisiti ambientali e sanitari.

Onere della prova della normale pratica industriale: i soggetti coinvolti

È indubbio che la stabilizzazione a calce e cemento costituisca una pratica industriale ampiamente consolidata a livello internazionale, per la quale risultano chiaramente definiti requisiti produttivi (vale a dire, standard costruttivi) ed ambientali nazionali, che certamente consentono di trattare efficacemente i terreni in situ (non sottoposti ad escavazione) ed i materiali da cava.

Tale trattamento, pertanto, non può essere escluso dalle normali pratiche industriali sulle terre e rocce da scavo, purché qualificate come sottoprodotti, ai sensi dell’art. 5, c. 1, lett. b) della direttiva 2008/98/Ce e dell’art. 184-bis, c.1, lett. c) del D. Lgs. 152/2006, anche a seguito dell’entrata in vigore del Dpr 120/2017.

La citata stabilizzazione, in quanto normale pratica industriale, costituisce un processo cui può essere assoggettato il residuo di produzione “terre e rocce da scavo” senza impedirne la classificazione come sottoprodotto, qualora siano soddisfatti gli altri requisiti e condizioni, previsti dall’art. 184-bis; se, d’altra parte, la stabilizzazione con calce fosse esclusa a-priori dalle normali pratiche industriali, la sua applicazione ai residui “terre e rocce da scavo”, li renderebbe inevitabilmente rifiuti….

In tale contesto, assume particolare rilevanza l’onere della prova, vale a dire, la dimostrazione che una specifica stabilizzazione a calce o cemento è un trattamento di normale pratica industriale, eseguito su terre e rocce da scavo qualificate come sottoprodotto.

Tale onere riguarda, a vario titolo, tutti i soggetti coinvolti nella progettazione, nella produzione e nella successiva gestione delle terre e rocce da scavo, dovendosi sempre mantenere la garanzia che la citata stabilizzazione non costituisce attività di bonifica/messa in sicurezza di un suolo-sottosuolo contaminato e/o di trattamento di rifiuti.

In ogni caso, l’inquadramento della stabilizzazione a calce e cemento delle terre e rocce da scavo tra le normali pratiche industriali dovrà essere puntualmente previsto e disciplinato fin dalla fase progettuale, per essere successivamente controllato, in fase esecutiva.

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