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Valutazione di Impatto sulla Salute: prime esperienze in Italia

La VIS, recentemente introdotta nella procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, rappresenta lo strumento chiave per l’analisi preventiva degli impatti sulla salute di un piano o progetto

Val d'Agri
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Se – secondo quanto affermato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – salute non è solo l’assenza di malattia, ma anche un “completo stato di benessere psicologico e sociale, cresce la preoccupazione dei cittadini per il proprio stato di salute dovuto alla molteplicità di fattori che li circondano (come, ad esempio, l’inquinamento atmosferico).

Lo strumento che è stato individuato per offrire una soluzione ai molti interrogativi è la Valutazione di Impatto sulla Salute (“VIS”). Si tratta di uno strumento che non è nato in Italia, ma che nel nostro paese sta trovando interessanti spunti di implementazione. Dapprima la VIS è stata applicata a livello sperimentale, per poi cominciare a trovare spazi di istituzionalizzazione. Ricordiamo a tal proposito la disciplina della Regione Lombardia, con la deliberazione della Giunta Regionale 8 febbraio 2016, n. X/4792.

 

 

A livello di normativa statale, la VIS è stata introdotta nell’ambito della Valutazione di Impatto Ambientale (“VIA”) nel Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (il “Codice dell’Ambiente”) dapprima con il cd. Collegato Ambientale (art. 9 della Legge 28 dicembre 2015, n. 221 – “Legge 221/2015”) e da ultimo con il Decreto Legislativo 16 giugno 2017, n. 104 (D. Lgs. 104/2017).

La predetta disciplina fa tuttavia riferimento a linee guida di adozione ministeriale (non ancora adottate) basate sulle Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità.

Inoltre, va ricordato che l’ambito di applicazione della VIS prevista nell’art. 23 del Codice dell’Ambiente è limitato ad alcune categorie di progetti:

  1.  raffinerie di petrolio greggio (escluse le imprese che producono soltanto lubrificanti dal petrolio greggio), nonché impianti di gassificazione e di liquefazione di almeno cinquecento tonnellate al giorno di carbone o di scisti bituminosi, nonché terminali di rigassificazione di gas naturale liquefatto;
  2.  centrali termiche e altri impianti di combustione con potenza termica superiore a 300 MW. Secondo la disciplina di cui al Codice dell’Ambiente, dunque, la VIS non è obbligatoria per gli altri progetti sottoponibili a VIA.

Ancora di recente, ha fatto notizia  la pubblicazione dei risultati di uno studio di VIS condotto in Val D’Agri, in Basilicata, intrapreso nel 2014 sotto il coordinamento del Dott. Fabrizio Bianchi, responsabile dell’ unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR.

Non si intende in questa sede entrare nel merito dei risultati di detto studio, che hanno suscitato un intenso dibattito e sono stati peraltro oggetto di contestazione.

Tuttavia, il predetto studio dimostra come quello della salute – e giocoforza anche della VIS – sia un tema “caldo”. Esso evidenzia altresì l’importanza della partecipazione della popolazione (anzi, degli stakeholders ) e la necessità di una adeguata comunicazione del rischio al fine di migliorare la percezione del rischio stesso da parte della popolazione.

Con “stakeholders” si intende i portatori di interesse, ossia i soggetti, gli individui o le organizzazioni il cui interesse è negativamente o positivamente influenzato da una politica, da un programma o da un progetto: così a pagina 83 delle Linee Guida elaborate dal Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie del Ministero della Salute.

Poniamo qualche domanda al Dott. Bianchi, coordinatore dello studio VIS in Val d’Agri che ha suscitato un intenso dibattito.

 

Dott. Bianchi, lei ha coordinato lo studio di VIS realizzato in Val D’Agri. Senza entrare nel merito dei risultati di questo studio ed a prescindere dal caso concreto in cui la VIS è stata condotta, secondo lei questa esperienza, ad esempio a livello metodologico, può essere importante per l’implementazione della VIS in Italia?

Penso che tutte le esperienze fatte, e fortunatamente sono molte, siano utili per trovare la via legislativa di un riconoscimento pieno e non solo per i grandi impianti come previsto prima dalla Legge 221/2015 “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” e di recente confermato anche nel D. Lgs. 104/2017 di attuazione della Direttiva VIA 2014/52/Ue. Quello della Val d’Agri è un caso studio particolare, effettuato in una piccola area con una popolazione di soli 6800 abitanti. Per aumentare la potenza dello studio per ciascun residente è stata ricostruita la storia residenziale per 15 anni arrivando così a circa 70.000 anni-persona, tutti sono stati geolocalizzati e associati alla rispettiva storia sanitaria correlata col livello di esposizione ambientale stimato sulla base del modello di diffusione degli inquinanti emessi dal Centro Oli Val d’Agri. La particolarità organizzativa e procedurale più significativa è stata la commissione VIS, composta da amministratori e tecnici delle istituzioni regionali e locali, da esperti, da rappresentanti della società civile e da un rappresentante della Società, che ha seguito la VIS dall’inizio alla fine.

 

Notiamo che, nell’ambito di questo studio è stato consegnato ai cittadini un questionario con cui è stato effettuato uno studio campionario sulla percezione del rischio. Le risposte evidenziano una medio-bassa soddisfazione sull’informazione ricevuta e una bassa fiducia nell’affidabilità di media, associazioni e pubblica amministrazione, in relazione alle informazioni su pericoli ambientali. Questo risultato la sorprende? In linea generale, quali misure sarebbero, secondo il suo punto di vista, opportune per migliorare la percezione del rischio e dei pericoli ambientali da parte dei cittadini?

Non sono sorpreso, perché in tutte le aree contaminate dove abbiamo effettuato indagini campionarie sulla percezione dei rischi ambientali e per la salute abbiamo riscontrato risultati simili. Per migliorare percezione e fiducia occorre un trasferimento trasparente delle informazioni, una forte comunicazione e partecipazione dei portatori di interessi. Il percorso della VIS è centrato sulla costruzione di conoscenze specifiche del territorio e sulla valutazione del rischio attraverso la partecipazione e il dialogo tra le parti.

 

Un’ultima domanda. Qual è il suo giudizio sul recente decreto n. 104/2017, intervenuto in modifica del Codice dell’Ambiente?

La VIS è inclusa nella nuova procedura di VIA, ridefinita dal recente D. Lgs. 104/2017, in vigore dal 21 luglio. Un’analisi della predetta normativa deve considerare anche le raccomandazioni delle commissioni parlamentari, solo parzialmente recepite nel testo approvato.

Se da una parte l’attenzione alla componente salute è stata assorbita nel testo (n.d.r.: l’art. 2 del D. Lgs. 104/2017  ha modificato l’art. 5 del Codice dell’Ambiente, inserendo la definizione di VIS e intervenendo sulla definizione di impatti ambientali, che ricomprendono ora anche gli effetti significativi, diretti e indiretti, su popolazione e salute umana), e la VIS è stata inserita nella VIA, seppure non per tutti i tipi di intervento ma solo taluni grandi impianti, esistono elementi apparentemente in contrasto col rigore valutativo.

In particolare, appare critico innanzitutto il nuovo strumento “progetto di fattibilità”, in quanto basato su documentazione meno stringente rispetto a quella prevista per un progetto definitivo; appaiono altresì critici il “provvedimento unico in materia ambientale” (in caso di VIA statale), che è attivabile su richiesta del proponente, ed il nuovo assetto dei processi partecipativi, che paiono alleggeriti.

Leggi anche: Valutazione di impatto ambientale (VIA): il Ministero aggiorna la modulistica

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