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Dall’Oice un “no” al limite di capitale nelle societa’ di progettazione

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“Sospetto e fastidio”: parole dure per definire l’atteggiamento degli ordini professionali nei confronti delle società di progettazione. A esprimerle è Gabriele Giacobazzi, presidente dell’Oice, l’associazione aderente a Confindustria che rappresenta le organizzazioni italiane di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica.

L’intervento, apparso sul supplemento Affari & Finanza di Repubblica del 12 marzo 2012, parte a commento dalla recente proposta di Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa) e Cni (Consiglio nazionale ingegneri) di limitare il contributo di capitale nelle società di progettazione, che per Giacobazzi “avrebbe il solo risultato di accentuare la distanza della nostra offerta da quella europea, abbattendone le capacità competitive”.

Il presidente invita i progettisti ad avere una visione più imprenditoriale del proprio ruolo: “Non è più possibile affrontare il progetto anche di una modesta opera pubblica senza disporre di una gamma estesa di competenze disciplinari, che richiedono integrazione, organizzazione, controllo dei risultati e dei costi”. E poi l’affondo: “Il sospetto e il fastidio con cui gli ordini affrontano il nostro caso è frutto di una visione che sopravvive, nonostante 20 anni fa la direttive 92/50 abbia assimilato la nostra attività a quella di impresa, coerentemente con una visione ed una cultura europea delle professioni”.

“A suo tempo – – ricorda Giacobazzi –, l’opposizione degli Ordini alla legge Merloni contribuì alla disgregazione della centralità del progetto, faticosamente conquistata, aprendo la strada a forme di riappropriazione delle imprese di costruzione di parti del processo progettuale”.

Ricordando alcuni complessi problemi ancora aperti, come il rapporto tra la prestazione professionale individuale, la responsabilità personale e le forme societarie, il presidente dell’Oice afferma che “usarli come alibi significa però privare gli iscritti di grandi opportunità di crescita e di sviluppo. Alcune funzioni ordinistiche rimangono fondamentali, come il controllo dei requisiti formativi individuali, mentre non è immaginabile un ruolo di controllo sulle ‘forme’ di esercizio della professione”.

Dato il prezzo enorme che la piccola dimensione dei progettisti italiani costringe a pagare sul mercato internazionale, “la richiesta di alcuni Ordini di abbassare l’asticella per l’accesso alle procedure pubbliche di affidamento di incarichi – conclude Giacobazzi – marcia in senso esattamente contrario alla necessità drammatica di favorire processi di crescita dimensionale”.

V.R.

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