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Le coperture piane a tetto caldo

Le coperture piane a tetto caldo sono così definite quando l’isolante è collocato superiormente allo strato di supporto strutturale

Spaccato assonometrico di un tetto caldo protetto superiormente da elementi di pavimentazione. Legenda: 1. supporto strutturale;
2. massetto; 3. termoisolante e manto impermeabile; 4. bocchettone; 5. elementi di pavimentazione
Spaccato assonometrico di un tetto caldo protetto superiormente da elementi di pavimentazione. Legenda: 1. supporto strutturale; 2. massetto; 3. termoisolante e manto impermeabile; 4. bocchettone; 5. elementi di pavimentazione
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Le coperture piane tuttora più utilizzate, per la loro semplicità ed economicità costruttiva, sono quelle non ventilate e senza intercapedine, dette “a tetto caldo” o anche “coperture calde”, che nei decenni passati (dagli anni Trenta agli anni Settanta) hanno dato frequenti problemi di tenuta, ma che da diversi anni sono divenute più affidabili a livello prestazionale, grazie al miglioramento qualitativo dei componenti utilizzati.

Il maggior vantaggio di questo tipo di copertura è che la sua realizzazione è piuttosto semplice e il suo costo non è elevato. Il suo principale svantaggio consiste nel fatto che, data la collocazione dell’isolante immediatamente a contatto dello strato di tenuta all’acqua, quest’ultimo è sottoposto a sbalzi termici consistenti, e dunque a variazioni dimensionali e sforzi meccanici consistenti.

La sequenza degli strati di copertura più frequente nel tetto caldo è la seguente (dal basso verso l’alto): struttura portante (in diversi casi, già dotata di leggera inclinazione, ma molto più spesso, per semplicità costruttiva, piana); eventuale strato in calcestruzzo alleggerito, detto “massetto di pendenza”; barriera al vapore; termoisolante; manto impermeabile; strato di protezione dall’irraggiamento solare, spesso costituito da ghiaietto di grandezza uniforme (15÷32 mm circa) e di spessore minimo complessivo di circa 5 cm.

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Il tipo di grani di ghiaia da impiegarsi in questi casi è rotondo, e quindi non tagliente nei confronti del manto di copertura; e la granulometria è omogenea (come in generale accade nelle ghiaie finalizzate al drenaggio), per fare sì che tra grano e grano non si verifichino spazi troppo stretti, tali da dare luogo a forza capillare, e dunque ritenzione di acqua.

Un consistente inconveniente del tetto piano “caldo” è che il suo buon funzionamento dipende in modo notevole dall’efficienza di tenuta della barriera al vapore. Il punto è che anche la guaina impermeabile che è posizionata superiormente al termoisolante, in corrispondenza della faccia “fredda” della chiusura, costituisce una barriera al vapore e di conseguenza, in caso di ammaloramento o mancanza di performatività della barriera al vapore vera e propria (posizionata inferiormente al termoisolante sulla faccia “calda” della chiusura) si verifica la problematica situazione nella quale il vapore, in condizioni invernali, può condensare divenendo acqua sulla faccia inferiore della guaina impermeabile. E visto che la performatività della barriera al vapore dipende dalla sua continuità (assenza di strappi e di buchi, e giunti a tenuta perfettamente stagna) e può ridursi nel tempo – non di rado a seguito di lacerazioni dovute a movimenti strutturali differenziali – l’accumulo di vapore acqueo sotto il manto impermeabile, e di conseguenza la bagnatura dello strato isolante collocato sotto di esso, finisce per essere una condizione piuttosto frequente in inverno, che può indurre la formazione di bolle al di sotto della guaina impermeabile e un concomitante distacco della guaina stessa dallo strato di posa sottostante.

L’imbibizione è inoltre una condizione che alza in modo spiccato la conduttanza termica degli strati termoisolanti per tutto il tempo in cui perdura la situazione di umidità, mettendo a rischio, in molti casi, l’integrità stessa degli strati che va a interessare. A complicare le cose vi è poi il fatto che una volta accumulatasi acqua tra lo strato impermeabile e la barriera al vapore, questa fa fatica a uscire dal pacchetto così formato, sia verso l’alto, sia verso il basso, data la bassa permeabilità al vapore dei due strati.

Il rischio di condensazione nelle coperture piano è minore nel caso di adozione di certi tipi di manti di copertura poliolefinici microporosi oggi disponibili, caratterizzati da impermeabilità all’acqua, ma apprezzabile permeabilità al vapore, in genere stimabile nell’ordine di grandezza di un freno al vapore e non di una vera e propria barriera al vapore.

Una soluzione semplice ed efficace per ridurre la pressione di vapore sotto la barriera al vapore – e per ridurre quindi il rischio di penetrazione del vapore attraverso di essa – è quello di posizionare sulla copertura “torrini di aerazione” che uniscano l’ambito inferiore alla barriera al vapore con l’ambiente esterno, favorendo la fuoriuscita del vapore per diffusione. A questo scopo, i torrini dovrebbero sempre essere protetti in sommità dall’ingresso dell’acqua di pioggia (anche sotto forma delle gocce rimbalzanti dal basso verso l’alto sul piano di copertura), e i punti interessati dall’attraversamento dei manti di copertura attentamente sigillati (tramite saldatura o incollaggio) per evitare infiltrazioni.

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