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Titoli abilitativi edilizi: anche per una piscina serve il permesso di costruire

Una piscina costruita fuori terra, anche se facilmente amovibile, richiede l’acquisizione del titolo edilizio

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Il Tar Calabria (Sezione Prima), con la sentenza n. 1991/2017 del 13 dicembre 2017, interviene nel contenzioso tra un comune e il proprietario di alcune strutture ritenute abusive, puntualizzando in particolare la necessità di richiedere il titolo abilitativo edilizio per una piscina di dimensioni tali da determinare una permanente trasformazione urbanistica.

Il fatto

Il ricorrente, lamentando il mancato invio della comunicazione di avvio del procedimento, aveva proposto ricorso contro l’ingiunzione di demolizione, con ordine di ripristino dello stato dei luoghi, di una veranda in legno di circa m. 13,00 x 7,00, di una piscina con relativo solarium delle dimensioni di circa m. 9,15 x 5 di una lavanderia e un locale deposito mancanti del prescritto nulla osta ambientale, il cui cambiamento di destinazione d’uso non è stato autorizzato.

La sentenza
I giudici amministrativi hanno ritenuto infondato il ricorso, poiché, secondo un consolidato l’orientamento, i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti da comunicazione di avvio del procedimento, stante il carattere strettamente vincolato di essi.
Con riferimento alla piscina e al solarium, il fatto che si tratti di piscina fuori terra, facilmente smontabile, di ridotte dimensioni e costituita di Pvc e lamellare, non vale ad esimere dall’acquisizione del titolo edilizio, giacché ciò che rileva è che il manufatto sia destinato a durare nel tempo, ampliando il godimento dell’immobile, e non sia volto a sopperire ad esigenze temporanee e contingenti.
Il manufatto in questione ha dimensioni che non possono considerarsi ridotte, giacché la piscina è estesa m. 9,15 x 5, il solarium ha una superficie di m. 11,00 x 5,40. Tali dimensioni determinano una permanente trasformazione urbanistica e pertanto richiedono il titolo abilitativo edilizio.
Il nulla osta ambientale
Il provvedimento repressivo per i locali adibiti a lavanderia e deposito  non si basava sull’assenza di titolo edilizio, ma sulla mancanza del nulla osta ambientale, in relazione all’operato mutamento di destinazione d’uso in presenza di vincolo ambientale, ai sensi della legge 8 agosto 1985 n. 431. La sentenza esprime perplessità  sull’azione dell’amministrazione “svolta in modo non aderente ai canoni di buona amministrazione, se è vero che essa si è resa conto dell’esistenza del vincolo dopo circa vent’anni dal rilascio del primo titolo edilizio e dopo avere rilasciato nel 2009 un permesso di costruire per cambio di destinazione d’uso”. Tuttavia, un dato risulta insuperabile: manca l’autorizzazione paesaggistica.
Occorre tenere conto, in proposito, che la giurisprudenza ha chiarito che il difetto dell’autorizzazione paesaggistica non incide sulla legittimità del titolo edilizio, ma ne determina l’inefficacia (Consiglio di Stato, sez. IV, 14 dicembre 2015 n. 5663). Ne consegue che, pur in presenza del titolo edilizio, l’intervento assentito non è eseguibile fino a quando non intervenga detta autorizzazione. L’intervento repressivo da parte dell’autorità comunale non rende, quindi, necessario l’esercizio di poteri di autotutela, con la conseguenza che non risultano applicabili i principi in materia di tutela di affidamento vigenti in relazione a tale potere.

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