Viadotto Palermo-Catania, intervista ad Armando Zambrano | Ingegneri.info

Viadotto Palermo-Catania, intervista ad Armando Zambrano

Il presidente del Consiglio nazionale ingegneri, Armando Zambrano, interviene sulla questione del cedimento del pilone sulla Palermo-Catania che ha 'diviso' la Sicilia

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“In passato le grandi infrastrutture non sono state progettate al meglio delle possibilità, dando piena rilevanza e centralità alla fase di progettazione, ma facendo l’esatto contrario, limitando al massimo le risorse per il progetto. E’ ora di invertire la rotta, rimettendo al centro della progettazione la qualità”: è quanto afferma Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale ingegneri, in un’intervista per Ingegneri.info sul tema della chiusura del viadotto sulla Palermo-Catania, causata dall’avanzamento di una frana e dal conseguente movimento di un pilone.

Presidente Zambrano, a una prima impressione che cosa pensa del pilone della Palermo-Catania che ha ceduto a causa di una frana in avanzamento?

Al di là degli aspetti tecnici che dovranno essere chiariti, mi preme evidenziare come questo cedimento, insieme al crollo del viadotto sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria dello scorso marzo, abbiano isolato parti non indifferenti del territorio del Mezzogiorno, provocando gravi disagi sia per i cittadini che per le imprese. Si aggiungono dunque ulteriori problemi ad un Sud già in ritardo di sviluppo, caratterizzato da un grave e persistente deficit di infrastrutture. 

Basti pensare che l’Alta velocità ferroviaria arriva fino a Salerno, che la costruzione della linea AV Napoli-Bari – una tratta strategica che potrebbe rappresentare un vero anello di congiunzione tra il versante Sud del Paese ed il Centro-Nord – nonostante i numerosi annunci, non è stata mai avviata, per non parlare della necessità di raddoppiare la statale ionica che unisce Taranto a Reggio Calabria. Sembra superfluo chiedersi come possano le imprese meridionali competere o anche solo “agganciarsi” alle filiere produttive del resto del Paese e con il Nord Europa. 

L’avere derubricato, negli ultimi anni, da qualsiasi programma politico la questione dello sviluppo del Mezzogiorno e, ancor più dello sviluppo infrastrutturale, sarà un prezzo che l’intero Paese pagherà ed i recenti casi di crolli e cedimenti, purtroppo, sono solo uno degli aspetti di questa deriva. Il cedimento sulla Palermo-Catania ci indica due cose importanti: la prima che occorre agire con un vasto piano di prevenzione, poiché sappiamo che vaste parti del territorio nazionale sono a forte rischio idrogeologico. 

Oggi più che nel passato, anche grazie e nuove tecnologie e metodi a disposizione, possiamo intervenire efficacemente in termini di “messa in sicurezza” delle opere; d’altra parte su questo fronte, il Consiglio Nazionale degli Ingegneri è impegnato ad offrire supporto diretto alla Struttura di Missione contro il dissesto Idrogeologico. Un secondo fatto importante che emerge da questo tipo di episodi è che nel passato, ma anche oggi, spesso le grandi infrastrutture non sono state progettate al meglio delle possibilità, dando piena rilevanza e centralità alla fase di progettazione, ma piuttosto facendo l’esatto contrario, limitando al massimo le risorse per il progetto. Occorre riconoscere che purtroppo i risultati sono quelli che abbiamo sotto i nostri occhi.

Come in molti altri punti a rischio del territorio nazionale, la frana era in stato di avanzamento da tempo, ma soltanto adesso è scattata l’emergenza.  Pensa che ci sia un deficit di monitoraggio delle nostre infrastrutture? Che cosa si può e si dovrebbe fare per garantire che le contromisure possano scattare non quando il danno è ormai compiuto?

Occorre tenere conto che il monitoraggio è in atto, ma probabilmente il “fronte” da tenere sotto controllo è talmente ampio che diventa difficile intervenire tempestivamente ovunque vi sia necessità. Le strutture su cui si sono verificati cedimenti non sono di recente realizzazione, non sono state realizzate con le metodologie più avanzate che oggi abbiamo a disposizione, Il rischio esiste quindi ed occorre agire attraverso un ampio piano di prevenzione e, dove possibile di messa in sicurezza del terreno e delle infrastrutture. Alla luce di quanto sta accadendo, il Governo, in tema di rischio idrogeologico dovrebbe prontamente adottare una linea improntata alla prevenzione sistematica, piuttosto che ai singoli interventi d’urgenza Per far questo occorrono competenze tecniche e risorse finanziarie e su questo secondo aspetto, ancora una volta, i problemi non sono pochi. Eppure la questione è ineludibile. La mancata messa in sicurezza del territorio costa allo Stato circa 3,5 miliardi di euro l’anno per interventi, diciamo, “tampone” che raramente risolvono il problema alla radice. Il rischio idrogeologico interessa il 44% della superficie nazionale, l’82% dei comuni italiani per oltre 15 milioni di cittadini, che vivono o lavorano nelle aree a rischio. Ma purtroppo, nonostante i numerosi danni (economici e umani) che si verificano sempre più spesso, si continuano a favorire interventi normativi che prevedono la costruzione di milioni di metri cubi in aree inedificabili o sottoposte a vincoli idrogeologici.

Grazie agli strumenti tecnici di cui, attualmente, disponiamo siamo in grado di elaborare, con un bassissimo livello di approssimazione, diversi scenari di impatto di una qualsiasi opera sul territorio. Vi deve essere, però, da parte dei decisori la volontà di metterci in condizione di utilizzare, nel modo più efficace, questi strumenti. Chiediamo, in sostanza, di poter lavorare sul nostro “core business”, ossia fare progetti per opere di qualità, e non di passare il nostro tempo a “decifrare” burocrazia. E, per tornare a realizzare opere di qualità, è, assolutamente, necessario che la progettazione sia rimessa al centro della normativa sugli appalti pubblici. Perché una buona progettazione significa opere di qualità, a maggior ragione nel caso di infrastrutture.

Per restituire al progetto il ruolo che gli compete, però, i decisori pubblici devono mettere la parola “fine” ad una serie di comportamenti che hanno determinato e determinano ritardi nell’esecuzione delle opere, lievitazione dei costi, esplosione del fenomeno delle varianti in corso d’opera. Si tratta in primo luogo di porre fine all’appalto integrato affidato sulla base del progetto preliminare che, lasciando carta bianca alle imprese di costruzione anche nell’attività di progettazione, rischia di portare a definire scelte progettuali più vicine alle esigenze delle stesse imprese che non a quelle della pubblica amministrazione.

Anche alla luce di quanto accaduto, qual è secondo il Cni la priorità o l’urgenza massima di intervento per far sì che i danni – sociali ed economici – causati dal dissesto non diventino irrimediabili?

L’evoluzione che sta subendo il clima è sotto gli occhi di tutti. Basti pensare che dai 100 eventi meteo all’anno con danni ingenti registrati fino al 2006 siamo passati al picco di 351 del 2013 e a oltre 100 nei soli primi 20 giorni del 2014. Da ottobre 2013 all’inizio di aprile 2014 sono stati richiesti dalle Regioni 20 stati di emergenza con fabbisogni totali per 3,7 miliardi di euro.È, inoltre, pari a 3,5 miliardi l’anno il costo pagato dallo Stato dal 1945 ad oggi per danni e risarcimenti da frane e alluvioni. A fronte di questi dati, il numero complessivo degli interventi previsti (da Accordi di programma Stato-Regioni siglati nel 2009-2010 e da richieste successive in seguito ad eventi meteo devastanti) è di 3.395 opere anti-emergenza. A distanza di 4 anni, solo il 3,2% degli interventi (109) risulta concluso, il 19% (631) in corso di esecuzione mentre il 78% non è ancora stato avviato. E’ necessario, quindi, che tutti gli sforzi di chi ci governa, siano prioritariamente indirizzati alla risoluzione di questo problema.

Mi rendo certo conto che le opere di prevenzione non hanno appeal presso i politici, ma ora è tempo di fare scelte di responsabilità. Noi, come ingegneri, da tempo, siamo impegnati nel proporre soluzioni tecniche e normative al problema, e siamo, anche, disponibili a fare da supporto alla pubblica amministrazione per rendere più celere l’avvio delle opere.

Va riconosciuto, che rispetto al passato il Governo sta facendo alcuni passi in avanti. È, infatti, entrata nella fase operativa la struttura di missione di Palazzo Chigi “contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche”, denominata #Italiasicura. Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri opera inoltre, in modo diretto sempre più frequentemente al fianco del Dipartimento per la Protezione Civile, in casi di calamità naturale, come accaduto in occasione del sisma che ha colpito l’Emilia Romagna nel 2012. Data, tuttavia la complessa situazione che caratterizza il Paese, il CNI ribadisce la necessità di ridare piena centralità alla progettazione, per garantire sempre e comunque infrastrutture sicure ed efficienti.

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