L'esenzione Ici alla Chiesa Cattolica viola le regole Ue, lo Stato italiano deve recuperare le imposte | Ingegneri.info

L’esenzione Ici alla Chiesa Cattolica viola le regole Ue, lo Stato italiano deve recuperare le imposte

La Corte di giustizia dell'Unione europea ha condannato lo Stato italiano a recuperare le imposte non riscosse dalla Chiesa Cattolica, in base all'esenzione dall'Ici, considerata aiuto di Stato

La Basilica di San Pietro a Roma Photo by Franz Walter/imageBROKER/REX/
La Basilica di San Pietro a Roma Photo by Franz Walter/imageBROKER/REX/
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La Corte di giustizia dell’Unione europea, accogliendo il ricorso promosso dalla scuola elementare Montessori di Roma – la quale, essendo situata “in prossimità immediata di enti ecclesiastici o religiosi che esercitavano attività analoghe” si trova “in una situazione concorrenziale sfavorevole (..) e falsata” dalle esenzioni dell’imposta sugli immobili (Ici) a favore della Chiesa Cattolica – considerando tali esenzioni come aiuti di Stato, ha condannato lo Stato italiano a recuperare le imposte non riscosse tra il 2007 e il 2011, che secondo stime dell’Associazione dei comuni italiani (Anci), si aggirano intorno ai 4-5 miliardi. Respinto invece il ricorso sull’Imu.

I cardini del provvedimento

Secondo i giudici, “l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative nei confronti degli enti non commerciali, come scuole, cliniche e alberghi”, riconosciuta dalla Commissione Europea nel 2012 e dal Tribunale Ue nel 2016, costituisce “mere difficoltà interne all’Italia, esclusivamente ad essa imputabili” non idonee a giustificare l’emanazione di una decisione di non recupero. La Commissione europea, si legge nella sentenza, “avrebbe dovuto esaminare nel dettaglio l’esistenza di modalità alternative volte a consentire il recupero, anche soltanto parziale, delle somme“. Ora la Commissione dovrà emanare una nuova decisione e valutare, insieme allo Stato italiano, le modalità di recupero delle imposte non riscosse. Sembra inevitabile una norma di legge per permettere al governo o ai comuni (che in quel periodo avevano l’incarico di riscuotere l’Ici) di chiedere la restituzione delle somme non versate.

Monsignor Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha così commentato la sentenza: “Chi svolge un’attività in forma commerciale, ad esempio alberghiera, è tenuto, come tutti, a pagare i tributi. Senza eccezione e senza sconti. Detto questo, è necessario distinguere le modalità con cui le attività sono condotte. Una diversa interpretazione, oltre ad essere sbagliata, comprometterebbe una serie di servizi, che vanno a favore della collettività, come quelli delle mense della Caritas, delle mense per i poveri o anche ad azioni di carattere culturale o di carattere educativo, come quelle degli oratori. Si tratta di azioni che tanti enti ecclesiastici portano avanti nel segno di una prossimità a tante situazioni di indigenza e di difficoltà che la popolazione e le persone vivono ed è giusto considerare questi enti come realtà che forniscono un servizio importante alla collettività”.

Gli antefatti

Alla metà degli anni Duemila, il secondo governo Berlusconi decise di estendere l’esenzione dell’Ici a tutti gli edifici di proprietà della Chiesa Cattolica, compresi quelli con fini commerciali (per esempio alberghi e ospedali). Nel 2012, il governo Monti, con l’introduzione dell’Imu, rimosse l’esenzione per gli immobili destinati a usi commerciali.

La Commissione europea considerò il sistema italiano di esenzioni all’Ici concesse a enti non commerciali per scopi specifici tra il 2006 e il 2011 incompatibile con le regole Ue sugli aiuti di Stato, in quanto conferiva di fatto “un vantaggio selettivo alle attività commerciali svolte negli immobili di proprietà della Chiesa rispetto a quelle portate avanti da altri operatori”, ma si dichiarava d’accordo con il governo sul fatto che il recupero delle somme non versate dalla Chiesa fosse tecnicamente impossibile, per la mancanza di informazioni sufficienti per distinguere tra  immobili o parti degli immobili usati per fini commerciali e quelli adibiti ad attività commerciali.

Nel 2013, la Scuola elementare Montessori di Roma, con l’appoggio dei Radicali Italiani, aveva fatto ricorso contro questa decisione. In primo grado, il Tribunale dell’Unione Europea aveva dato ragione alla Commissione e al governo italiano, stabilendo che il recupero non fosse possibile. La scuola e i Radicali fecero appello alla Corte di giustizia che ha ribaltato il giudizio del Tribunale.

Le leggi vigenti su Ici e Imu

Ai fini dell’esenzione Ici/Imu/Tasi per le attività di religione e di culto, la normativa Imu riproduce quella precedente dell’Ici. L’art. 7, comma 1, lettera i), del D.Lgs. n. 504 del 1992, riconosceva l’esenzione dall’Ici a “gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all’art. 87, comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con Dpr n. 917 del 22 dicembre 1986, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, e delle attività di cui all’art. 16, lettera a), della Legge n. 222 del 20 maggio 1985. Medesima disciplina è stata applicata all’Imu, con l’art. 9 co. 8 Dlgs n. 23/2011.

Il regolamento emanato con decreto ministeriale n. 200 del 19 novembre 2012 ha definito all’art.3 i requisiti necessari per qualificare le attività non profit come svolte con modalità non commerciali.  Le esenzioni previste si applicano per i fabbricati e per le loro pertinenze destinati esclusivamente all’esercizio del culto e alla cura per le anime, alla formazione del clero e dei religiosi a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana. Nello specifico, tale esenzione vale per: – la CHIESA (E07); – la CASA CANONICA. Per la casa canonica, nessuna disposizione di legge ne indica l’esenzione.

I requisiti generali sono:

  • il divieto di distribuire utili o avanzi di gestione a soci, amministratori, ecc;
  • l’obbligo di reinvestire gli eventuali utili o avanzi di gestione per il perseguimento delloscopo istituzionale;
  • l’obbligo di devolvere il patrimonio dell’ente, in caso di suo scioglimento, in favore di altroente che svolga un’analoga attività istituzionale.

L’ente deve prevedere tali requisiti nello Statuto, da adeguare eventualmente entro il 31 dicembre 2012, o in mancanza di Statuto, in un Regolamento redatto in forma di scrittura privata registrata, da tenere a disposizione dei comuni, ai fini dell’attività di accertamento e controllo.
L’estensione dell’esenzione anche agli immobili ad utilizzazione mista (istituzionale e commerciale), seppure pro quota, secondo determinati rapporti di proporzionalità, sarà possibile solo a partire dal periodo di imposta 2013.

L’esenzione è riconosciuta quando ricorrono contemporaneamente:

  • un requisito di carattere soggettivo, rappresentato dal fatto che l’immobile deve essere utilizzato da un ente non commerciale di cui all’art. 73 (ex art. 87), comma 1, lettera c) del Dpr n. 917 del 22 dicembre 1986, recante il Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir);
  • un requisito di carattere oggettivo, in base al quale gli immobili utilizzati devono essere destinati esclusivamente allo svolgimento delle attività tassativamente elencate dalla norma e dette attività non devono avere esclusivamente natura commerciale.

La norma prevede che nell’ambito degli enti non commerciali possono essere compresi:

  • gli enti pubblici, vale a dire gli organi, le amministrazioni dello Stato e gli enti territoriali;
  • gli enti privati, cioè gli enti disciplinati dal codice civile (associazioni, fondazioni e comitati) e gli enti disciplinati da specifiche leggi di settore, compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti secondo le previsioni dell’Accordo modificativo del Concordato Lateranense (Legge n. 121 del 25 marzo 1985, per la Chiesa cattolica) e delle intese tra lo Stato italiano e le altre confessioni religiose.

Affinché venga rispettato il requisito oggettivo, gli immobili utilizzati dagli enti non commerciali devono essere in concreto destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive e di attività  religiose e di culto.

La Corte di Cassazione in varie sentenze (n. 10092 del 13 maggio 2005, n. 10646 del 20 maggio 2005) ha affermato che non rileva tanto l’attività indicata nello statuto dell’ente quanto quella effettivamente svolta negli immobili.
Con la risoluzione n. 1/DF del 3 dicembre 2017, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, richiamando la circolare n. 168/E del 26 giugno 1998, ribadisce lche gli enti ecclesiastici devono conformarsi alle disposizione di cui all’art.3 del regolamento n.200 del 2012, circa i requisiti per lo svolgimento di attività con modalità non commerciali.

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