Tariffe professionali: la libera concorrenza prevale sul 'decoro' | Ingegneri.info

Tariffe professionali: la libera concorrenza prevale sul ‘decoro’

Una sentenza stabilisce che i professionisti sono soggetti all'Antitrust in quanto "imprese" e che le tariffe non possono essere censurate dall'Ordine per "decoro professionale"

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La sentenza n. 238 del 22 gennaio 2015 del Consiglio di Stato stabilisce che non c’è relazione necessaria tra importi bassi e mancanza di qualità delle prestazioni professionali. Questo vuol dire che nessun professionista può essere accusato dal proprio Ordine di comportamento non “decoroso”, rischiando la sospensione, se applica tariffe significativamente ridotte. Gli Ordini professionali, dunque, perdono la loro potestà di verificare la qualità della prestazione attraverso il parametro del decoro; sarà il cliente/consumatore – chiarisce il Consiglio di Stato – a tutelarsi direttamente, facendo causa al professionista se si ritiene insoddisfatto dalle sue prestazioni.

Il ricorso del Consiglio nazionale dei geologi

La controversia legale era nata da un ricorso con cui il Consiglio nazionale dei geologi impugnava due delibere dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust) che multavano il Consiglio per aver previsto all’interno del Codice Deontologico la tariffa professionale quale riferimento legittimo e oggettivo per la determinazione del compenso tra le parti. La tesi del Consiglio nazionale dei geologi era che il professionista deve commisurare il proprio compenso al decoro professionale, quale garanzia della qualità della prestazione e inoltre, come tale, non è soggetto alla giurisdizione dell’Antitrust.

Una prima pronuncia negativa del Tar confermava la tesi dell’Antitrust secondo la quale i liberi professionisti intellettuali possono essere qualificati come impresa, gli Ordini professionali come “Associazioni di imprese” e il codice deontologico può essere considerato come una “deliberazione di un’associazione di imprese”, suscettibile di essere sindacata dall’Antitrust.

Il Consiglio nazionale dei geologi ricorreva allora al Consiglio di stato, chiedendo di sottoporre, in via pregiudiziale, alcune questioni alla Corte di giustizia europea.

La pronuncia della Corte di giustizia europea

In seguito, la Corte di giustizia europea stabiliva che “Le regole come quelle previste dal codice deontologico relativo all’esercizio della professione di geologo in Italia, che prevedono come criteri di commisurazione delle parcelle dei geologi, oltre alla qualità e all’importanza della prestazione del servizio, la dignità della professione, costituiscono una decisione di un’associazione di imprese ai sensi dell’articolo 101, paragrafo 1, del Trattato UE, che può avere effetti restrittivi della concorrenza nel mercato interno” e che spetta al giudice nazionale “valutare, alla luce del contesto globale in cui tale codice deontologico dispiega i suoi effetti, compreso l’ordinamento giuridico nazionale nonché la prassi applicativa di detto codice da parte dell’Ordine nazionale dei geologi, se i predetti effetti si producano nel caso di specie” e verificare se “alla luce di tutti gli elementi rilevanti di cui dispone, le regole del medesimo codice, in particolare nella parte in cui fanno riferimento al criterio relativo alla dignità della professione, possano essere considerate necessarie al conseguimento dell’obiettivo legittimo collegato a garanzie accordate ai consumatori dei servizi dei geologi.

La sentenza n. 238/2015

Il Consiglio di Stato ha accolto la linea del giudice europeo, stabilendo che la regola deontologica che impone di praticare compensi commisurati al decoro della professione è “restrittiva della concorrenza e non può essere considerata necessaria al perseguimento di legittimi obiettivi collegati alla tutela del consumatore. Il fine di tutelare il consumatore viene adeguatamente perseguito dall’ordinamento nazionale tramite altri strumenti, che trovano il loro principale ambito di applicazione nella disciplina del singolo rapporto tra professionista e cliente, e si traducono nella previsione di rimedi civilistici, la cui piena operatività non richiede l’attribuzione di alcun potere di vigilanza all’Ordine professionale.

Quindi, il professionista che applica una parcella molto ridotta non può essere sanzionato dall’ordine professionale per violazione del decoro professionale. Né vale appellarsi all’art. 2233, comma 2, del Codice Civile che, riguardo al contratto d’opera intellettuale, prevede espressamente che “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. Secondo la sentenza, questa norma “si riferisce al singolo professionista e ai suoi rapporti con il cliente nell’ambito del singolo rapporto contrattuale, senza attribuire alcun potere di vigilanza agli Ordini in merito alle scelte contrattuali dei propri iscritti”.

Gli effetti della sentenza

La pronuncia del Consiglio di Stato è in linea con quanto stabilito dalle norme che hanno abolito le tariffe fisse e minime (art. 2 Dl n. 223/2006, cd Decreto legge Bersani, convertito nella Legge n. 248/2006 e Dl n. 1/2012, convertito nella Legge n. 27/2012), e con quanto affermato dall’Antitrust: i minimi tariffari, una volta eliminati, non possono più valere come principi deontologici di “corretto comportamento”; di conseguenza, l’Ordine professionale non può giudicare una parcella lesiva della “dignità” e del “decoro” della professione.

Da ricordare che l’Antitrust si era già espressa favorevolmente riguardo alle offerte di professionisti su Groupon o circuiti tipo Carta Amica (provvedimento n. 25078/2014 sugli odontoiatri, provvedimento del 22 ottobre 2014 sugli avvocati).

Gli effetti della sentenza riguardano la parificazione dei professionisti alle imprese sotto il profilo della concorrenza e della tutela del consumatore, in particolare per quanto riguarda sconti, offerte e promozioni pubblicitarie, anche in base agli articoli 3 del Dl 138/2011 e 4 del Dpr 137/2012.

In sostanza, le iniziative di promozione commerciale e le tariffe non potranno più essere censurate dagli Ordini in quanto non “decorose”, bensì potranno essere valutate ed eventualmente contestate dai consumatori sulla base delle prestazioni fornite, degli specifici obblighi contrattuali e delle attinenti norme civilistiche, come i divieti di concorrenza sleale (art. 2598 CC), di pratiche commerciali scorrette (art. 27 D.lgs. n. 206/2005)e di offerte basse in modo anomalo (Dlgs n. 163/2006).

L’autore


Giorgio Tacconi

Nato a Milano nel 1956, laureato in giurisprudenza, svolge come libero professionista attività di comunicazione, informazione e consulenza tecnico-giuridica in tema di sicurezza negli ambienti di lavoro, tutela dell’ambiente e sostenibilità, responsabilità sociale d’impresa. Ha collaborato come autore di testi, siti e banche dati con Cedis, McGrawHill, Eco-comm, De Agostini, Rcs, Conde Nast, LifeGate, Sistemi Editoriali, Giappichelli.

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