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Inquinamento atmosferico ed effetto serra: la corte di giustizia interviene sulle quote EU-ETS

La Corte di giustizia invalida il quantitativo annuo massimo di quote EU-ETS 2013-2020, sistema di controllo delle emissioni di gas ad effetto serra

EU-ETS
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Per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e per contrastare l’inquinamento atmosferico, l’Unione europea, in attuazione del protocollo di Kyoto, ha istituito il Sistema europeo di scambio di quote di emissione (European Union Emissions Trading Scheme – EU ETS (direttiva 2003/87/CE, come modificata dalla direttiva 2009/29/CE).

La direttiva ETS ha introdotto in Europa per gli impianti industriali, per il settore della produzione di energia elettrica e termica e per gli operatori aerei il meccanismo internazionale di “cap and trade”. Il sistema EU ETS fissa un tetto massimo (“cap”) al livello totale delle emissioni consentite a tutti i soggetti vincolati dal sistema e consente ai partecipanti di acquistare e vendere sul mercato (“trade”) diritti di emissione di CO2 (le c.d. “quote” di emissioni) secondo le loro necessità, all’interno del limite stabilito. I grandi impianti devono avere un’autorizzazione ad emettere gas serra e devono monitorare annualmente le proprie emissioni e compensarle con quote di emissione europee che possono essere comprate e vendute sul mercato. Come criterio generale, la normativa europea prevede che gli Stati membri possono assegnare alle imprese che rilasciano gas a effetto serra diritti di emissione, detti quote

Con la sentenza 28 aprile 2016 scarica la sentenza– (cause riunite C-191/14, C-192/14, C-295/14, C-389/14, C-391/14, C-392/14, C-393/14, Borealis Polyolefine) la Corte di giustizia ha dichiarato l’invalidità del quantitativo massimo annuo di quote gratuite di emissioni di gas a effetto serra stabilito dalla Commissione per il periodo dal 2013 al 2020. L’esecutivo europeo ha a sua disposizione dieci mesi per stabilire un nuovo quantitativo.

Il sistema di scambio di diritti di emissione prevede ancora, in via transitoria, l’assegnazione di quote a titolo gratuito a molti impianti industriali. Nei casi in cui le quote gratuite assegnate a titolo provvisorio dagli Stati membri sia superiore al quantitativo massimo di quote gratuite determinato dalla Commissione, si applica un “fattore di correzione” transettoriale uniforme per livellare tali valori. La limitazione del quantitativo di quote di emissioni da assegnare a titolo gratuito avviene tramite un’articolata disciplina basata su una valutazione complessiva delle emissioni storiche e del fabbisogno riconosciuto degli impianti.

 

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A livello nazionale, numerose imprese hanno presentato dei ricorsi contestando le assegnazioni nazionali – in particolare, taluni aspetti del calcolo del fattore di correzione -e di conseguenza il quantitativo massimo annuo determinato dalla Commissione, al fine di ottenere un quantitativo maggiore di diritti di emissione a titolo gratuito. Domande di pronuncia pregiudiziale che hanno sollevato questioni prevalentemente simili sono pervenute alla Corte di Giustizia dai giudici di Austria, Paesi Bassi, Italia – tra le imprese italiane vi sono la Esso italiana e la Api raffineria di Ancona -, Finlandia, Svezia, Spagna e Germania. La questione era stata posta da varie imprese che producono emissioni di gas a effetto serra, sia italiane, sia olandesi e austriache, che hanno proposto ricorso alle autorità nazionali.

I giudici nazionali hanno così rimesso la decisione alla Corte di giustizia europea. La questione centrale che accomuna tali procedimenti consiste nello stabilire se la Commissione, nel calcolare il fattore di correzione, abbia correttamente considerato determinate attività: si tratta, in particolare, dell’impiego come carburante dei c.d. gas di scarico, dell’utilizzo del calore ricavato dalla cogenerazione e di attività industriali che ricadono nel sistema previsto dalla direttiva 2003/87 solo a partire dal 2008 o dal 2013.

Le imprese hanno anche chiesto di avere pieno accesso a tutti i dati che la Commissione ha utilizzato nell’eseguire il calcolo per verificare se sussistano ulteriori motivi per contestarlo.

 

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Con specifico riferimento al quantitativo di quote gratuite, la Corte UE, con la sentenza del 28 aprile 2016, ha dichiarato invalido il quantitativo stabilito dalla Commissione per il periodo dal 2013 al 2020. Al riguardo, la Corte ha dichiarato:- idonea la decisione della Commissione del 2011, che stabiliva che, ai fini della determinazione del quantitativo massimo annuo di quote, non dovevano includersi le emissioni degli impianti di produzione di elettricità (secondo i giudici, infatti, tale limitazione è conforme agli obiettivi della direttiva);- invalida, invece, la decisione del 2013, che stabiliva il fattore di correzione.
Secondo la Corte, infatti, a decorrere dal 1° gennaio 2013, la direttiva è stata estesa anche alle emissioni derivanti dalla produzione di alluminio e da determinati settori dell’industria chimica. Inoltre, in base a quanto osservato dai giudici europei, la Commissione nel calcolare il quantitativo massimo annuo di quote deve fare riferimento solo alle emissioni degli impianti inclusi nel sistema comunitario a partire dal 2013, e non all’insieme delle emissioni incluse da tale data.

Pertanto, la Commissione avrebbe dovuto verificare che gli Stati membri le trasmettessero i dati rilevanti. Ne consegue che, la Commissione entro 10 mesi, in funzione dei dati che saranno forniti dagli Stati membri sulla base dei criteri indicati dalla Corte, dovrà fissare un nuovo quantitativo massimo annuo di quote, che potrebbe essere superiore o inferiore a quello determinato prima della sentenza.

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