La liquidazione di Stretto di Messina Spa: una storia di ordinaria follia amministrativa | Ingegneri.info

La liquidazione di Stretto di Messina Spa: una storia di ordinaria follia amministrativa

La Corte dei Conti ricostruisce l'annosa vicenda, individua le criticità e raccomanda un intervento del legislatore per ridurre i tempi del contenzioso e i costi di gestione, che ancora nel 2016 superavano il milione e mezzo di euro.

Lo Stretto di Messina
Lo Stretto di Messina
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La Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti, con la deliberazione 20 ottobre 2017, n. 14/2017/G ha approvato la relazione concernente Lo stato della liquidazione di Stretto di Messina Spa.
La relazione affronta la questione di come garantire il pubblico interesse nella chiusura ex lege della società Stretto di Messina Spa, obiettivo che ha ampiamente disatteso il termine di un anno, stabilito nel 2013. Secondo la Corte dei Conti si rende opportuno un ulteriore intervento del legislatore per giungere ad una più celere liquidazione, dal momento che la mancata estinzione determina un rilevante onere finanziario per il mantenimento in vita della concessionaria.
Come si è arrivati alla liquidazione
Il progetto preliminare del ponte sullo stretto di Messina fu approvato con delibera Cipe n. 66 del 1° agosto 2003; la sua realizzazione fu affidata, per il 60 per cento, a finanziamenti da reperirsi sul mercato dei capitali e, per il restante 40 per cento dell’investimento, a risorse di Stretto di Messina SpA, società pubblica concessionaria. Nel periodo 2004-2006, Stretto di Messina svolse la gara per l’individuazione del contraente generale per l’affidamento delle progettazioni e della realizzazione dei lavori e stipulò il contratto con i vincitori della gara, per un importo di 3.879.599.733 euro.
Furono previste due fasi operative: la prima, consistente nella stesura del progetto definitivo, e la seconda, eventuale – successiva all’approvazione del Cipe, all’allocazione delle risorse pubbliche e all’impegno delle banche finanziatrici all’erogazione delle risorse private – concernente la progettazione esecutiva e la consegna dei lavori. Poco dopo, la procedura subì una sospensione, non essendo stata più ritenuta l’opera prioritaria dal Governo. In considerazione del nuovo indirizzo politico, Stretto di Messina comunicò, il 25 settembre 2007, che non avrebbe dato avvio alle prestazioni contrattuali, provocando la rivendicazione dei danni da parte del contraente generale. Il Parlamento eletto nel 2008 ed il Governo da esso espresso ritornarono sulla decisione del 2006, riaffermando la natura prioritaria dell’opera. In tale contesto, Stretto di Messina stipulò, il 25 settembre 2009, un nuovo accordo con il contraente generale.
In mancanza dell’approvazione del progetto definitivo e del relativo finanziamento, il 4 ottobre 2012 il contraente generale chiese la revisione delle condizioni contrattuali. Tuttavia, prima della scadenza del termine per il recesso, il Dl n. 167 del 2 novembre 2012 dettò nuove norme sulla sostenibilità del piano economico-finanziario dell’opera, introducendo, a tutela della finanza pubblica, disposizioni per garantire una particolare cautela nella verifica della sostenibilità del piano economico-finanziario, in considerazione della condizione di tensione dei mercati finanziari internazionali.
Fu previsto che Stretto di Messina ed il contraente generale avrebbero dovuto stipulare, entro il l° marzo 2013, un atto aggiuntivo al contratto per l’attuazione delle disposizioni citate e che l’atto fosse trasmesso, nei trenta giorni, alle competenti commissioni parlamentari.
La trattativa tra Stretto di Messina Spa ed il contraente generale trovò una serie di ostacoli, avendo manifestato quest’ultimo la volontà di recedere. Stretto di Messina Spa, il 19 novembre 2012, negò la validità del recesso, invitando il contraente generale ad adempiere ai propri obblighi. Si aprì quindi un contenzioso amministrativo.  In assenza di un accordo fra le parti, con Dpcm del 15 aprile 2013, Stretto di Messina Spa fu posta in liquidazione.
Le criticità riscontrate
La relazione della Corte dei Conti rileva innanzi tutto le condizioni contrattuali di particolare favore nei confronti della parte privata, che pur avendo dichiarato il proprio recesso – contestato dalla parte pubblica per assenza dei presupposti – prima della scadenza del termine per il suo esercizio,  ha potuto beneficiare di una rimodulazione del diritto di recesso e nuove condizioni in precedenza non previste a favore della parte privata. In questo nuovo contesto, si colloca la richiesta di danni del contraente generale che fece seguito alla comunicazione di Stretto di Messina Spa, il 25 settembre 2007, di non poter dar corso alle prestazioni contrattuali per il mancato finanziamento pubblico da parte del Cipe. Ciò ha prodotto conseguenze rilevanti, essendo state concordate condizioni originariamente non previste.
Tali conseguenze risultano, secondo la Corte dei Conti, “contrarie ai principi di proporzionalità, razionalità e buon andamento dell’agire amministrativo, tenuto anche conto che quanto eventualmente ottenuto in sede giudiziaria ritornerebbe agli azionisti dopo l’estinzione della società”.
Peraltro, non risultano iniziative della Presidenza del Consiglio dei ministri e del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, oltre a quelle di resistenza in sede giudiziaria, per porre fine al contrasto con la concessionaria ed ridurre l’onere annuo per il suo mantenimento in vita, onere che risulta ancora rilevante: i costi di gestione sono scesi sotto i due milioni solo nel 2015, e restano sopra il milione e mezzo per il 2016. Il commissario liquidatore riceve un compenso di 160 mila euro annui, mentre per professionisti esterni si sono spesi nel 2016 288mila euro.
La Corte dei Conti lamenta che non ci siano iniziative volte a rendere più celere la liquidazione della concessionaria, tanto più necessarie in quanto, prevedibilmente, le pendenze giudiziarie si protrarranno per un lungo periodo; ciò in violazione del dettato normativo che impone la chiusura della società entro un anno.
Il Ministero delle infrastrutture, condividendo “pienamente l’avviso espresso” dalla Corte, sostiene che ogni iniziativa volta alla cessazione della gestione commissariale è rimessa in via esclusiva al Ministero dell’economia e delle finanze e alla Presidenza del Consiglio.
Anas, invece, ritiene non “opportuna la chiusura della procedura di liquidazione, visti i riflessi pregiudizievoli sul rilevante contenzioso riferito all’attivo patrimoniale nei confronti delle parti private (il contraente generale e il project management consultant), verso le quali è stata avanzata richiesta di risarcimento danni per responsabilità contrattuale ed extracontrattuale.
La liquidazione della società resta, quindi, un tema in sostanziale sospensione, nell’attesa che si concluda il contenzioso che, in diverse sedi, la vede coinvolta e impegnata in una rilevante (e costosa) attività di supporto ai legali con informazioni, note e documenti . A tutto ciò vanno aggiunte le attività e relativi costi che la società deve effettuare in adempimento di norme di legge, quali, in particolare, in materia di revisione legale dei conti, prevenzione della corruzione, trasparenza, responsabilità amministrativa delle società insedepenale. Si prevede, inoltre, l’attivazione di nuovi contenziosi da parte di terzi privati, finalizzati all’ottenimento di risarcimenti derivanti dai vincoli espropriativi a suo tempo deliberati dal Cipe nell’ambito della realizzazione dell’opera.
La relazione della Corte dei Conti raccomanda un ulteriore intervento del legislatore per giungere ad una più celere liquidazione ed abbattere l’onere finanziario per il mantenimento in vita della concessionaria; nel frattempo, considerata l’assenza di attività, se non quella di resistenza in giudizio (affidata, peraltro, ad avvocati esterni), è necessario procedere ad un ulteriore abbattimento dei costi societari.

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