3D-Printed Habitat Challenge, un concorso per la conquista di Marte (e dello spazio) | Ingegneri.info

3D-Printed Habitat Challenge, un concorso per la conquista di Marte (e dello spazio)

Promosso dalla NASA, e con un budget di 2,5 milioni di dollari, è in tre fasi e sta sviluppando un habitat completo, stampato 3d utilizzando materiale di recupero terrestre ed extraterrestre. E ha attirato anche Norman Foster

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Un habitat completo stampato 3d con materiale di riciclo (terrestre ed extraterrestre) e pensato per avvicinare la conquista umana di Marte e dello spazio: è questo l’obiettivo di “3D-Printed Habitat Challenge”, concorso in tre fasi promosso dalla NASA (e dal suo Centennial Challenges Program) in collaborazione con la Bradley University (Illinois) a cui sta (fruttuosamente) partecipando anche Foster + Partners California che, in collaborazione con Branch Technology, si è da poco aggiudicato la prima parte della seconda fase dopo avere ottenuto il secondo posto al termine della prima.

Lanciato nel 2015 con un budget complessivo di 2,5 milioni di dollari, 3D-Printed Habitat Challenge ha finora prodotto tre proposte vincitrici e varie menzioni e due ex aequo, che stanno gradualmente percorrendo la lunga strada verso l’individuazione delle soluzioni architettoniche, tecniche e tecnologiche per la realizzazione di una struttura che potrebbe ospitare i primi uomini su Marte, diventando il primo passo della colonizzazione dello spazio.

Il valore della competizione è confermato, oltre che dall’impegno economico e dal livello del promotore, anche dalla stessa partecipazione di Foster, che non ha mai celato la sua attrazione verso lo spazio e lo sviluppo di sistemi di stampa 3d per la sua conquista: già nel 2012 lo studio britannico era infatti stato parte di un consorzio promosso dall’ESA (European Space Agency) che aveva sviluppato e sperimentato in laboratorio le tecniche e le fasi della realizzazione di una base lunare parzialmente stampata 3d da robot a partire dalla regolite e in grado di ospitare fino a quattro persone.

La prima fase della competizione lanciata dalla NASA, la Design Competition, si era conclusa a settembre 2015 e aveva premiato con 40.000 dollari complessivi le tre migliori proposte di un concept architettonico per un habitat spaziale che potesse sfruttare al meglio le possibilità offerte dai sistemi di stampa 3d e robotici all’interno di un gruppo di trenta finalisti, riconoscendo anche diverse menzioni. Ice House di SEArch/Clouds Architecture Office (Pratt Institute, Carnegie Mellon University, Columbia University, Princeton University e Parsons School of Design) si era aggiudicato il primo premio con una proposta che sfrutterebbe la presenza dell’acqua e le basse temperature del pianeta per creare un involucro multistrato pressurizzato di ghiaccio. Il gruppo Gamma comprendente Foster + Partners, secondo, sviluppa il precedente lavoro con l’ESA e basa il suo sistema di stampa 3d sull’utilizzo della regolite marziana come materiale di base a protezione di moduli gonfiabili. LavaHive, infine, mette insieme il recupero di materiali e strutture delle navicelle spaziali e una tecnica costruttiva che utilizza come materiale primario la lava poi solidificata.

 

La prossima richiesta vedrà i partecipanti alla fase 2, integrati da nuovi gruppi che possono aggiungersi se in possesso di determinati requisiti, impegnati nella realizzazione di una seconda importante parte di una struttura, sottoposta a taglio e flessione e sempre stampata 3d: un elemento trave. Le partecipazioni dovranno essere definite per la fine di maggio.

La fase 2 si completerà entro l’anno, mentre lo svolgimento della terza, e conclusiva, la On-Site Habitat Competition che porterà al prototipo dell’habitat, è ancora in via di definizione.

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