Assintel presenta l'identikit dell'impresa digitale 'made in Italy' | Ingegneri.info

Assintel presenta l’identikit dell’impresa digitale ‘made in Italy’

wpid-17498_impresadigitale.jpg
image_pdf

Giovani, numerose e ‘liquide’: sono le imprese del made in Italy digitale, per la prima volta al centro di un’analisi che descrive caratteristiche, potenzialità, limiti e atteggiamento nei confronti del mondo del lavoro. A realizzare questo identikit è Assintel Digitale, nuova verticalizzazione dell’associazione nazionale delle imprese dell’Ict partner di Confcommercio, che ha censito 230 mila soggetti censiti, di cui 173 mila considerabili a pieno titolo come ‘nuove imprese digitali’. Un ‘magma’ che tocca gli ambiti del servizi web, mobile, internet delle cose, software, big data, consulenza, nuovi social media, design, multimedia e digital entertainment, finanza 2.0. E che nonostante la grande varietà di applicazioni, è difficile classificare in modo tradizionale, in quanto “organizzazioni liquide, che fanno della creatività e dell’innovazione anche sociale la loro ragion d’essere”, come spiega il rapporto.

Nato nell’86% dei casi dopo il 2000, queste giovani Pmi racchiudono oltre i 58% di laureati e il 18% di dottorati, con organizzazioni flessibili dove un terzo dei lavoratori ‘sceglie’ di essere atipico. Cubano 54 miliardi all’anno, pari al 3,9% del Pil, e sono in crescita, nonostante la crisi: come numero d’imprese, in aumento del +9,3% nel triennio nero 2009/12, come addetti totali, +13,7%, e soprattutto come previsioni di fatturato 2013, in crescita per il 68%.

“Sono la punta di diamante della nostra imprenditoria e tengono agganciata l’Italia alla modernità”, spiega Giorgio Rapari, presidente Assintel. “I dati della ricerca danno luce ad uno scenario mai indagato e tuttavia decisivo per la nostra economia: in Italia esiste un universo fluido di nuove imprese che, nonostante la crisi strutturale, funzionano. Portatrici di innovazione, sono le punte di diamante di una nuova imprenditoria che dobbiamo riconoscere e valorizzare, perché contribuisce in maniera decisiva all’innalzamento del nostro Pil e della nostra competitività”.

La ricerca, sviluppata dallo Studio Giaccardi e Associati, è stata presentata nei giorni scorsi a presso la Camera di commercio di Milano, città non casuale considerando che la sua provincia è la prima in Italia per ‘densità digitale’, pari all’8%.

Le imprese digitali hanno mediamente 17 collaboratori e un fatturato di 1 milione di di euro, ma il 44%, essendo giovanissime, si colloca sotto i 100 mila euro l’anno. Il 75% di esso è nel b2b e l’87% è generato in Italia. Nel 2013 le previsioni sono controcorrente rispetto al buio del Paese: in crescita nel 68% dei casi e stabili per il 28%.

Il 63% delle imprese risulta essere “digital native”, cioè nato sui nuovi paradigmi digitali, ed è mosso in primo luogo da passione e incontri professionali precedenti; il restante 37% deriva da una evoluzione delle “vecchie” imprese It. A livello di identità societaria, due terzi sono srl, sebbene il modello organizzativo sia per lo più “liquido”: il 60% delle imprese è infatti strutturato sul singolo processo/commessa ed è per lo più informale. Protagonista assoluto dell’organizzazione e della comunicazione interna è il web, vera piattaforma di collaborazione per l’85% di esse. Il 33% lo utilizza anche per vendere online.

Ma chi è il lavoratore digitale tipico? Comprensibilmente è giovane, nel 67% dei casi under 35, cifra che sale al 72% nelle imprese native digitali; maschio, per il 64% dei casi, laureato, nel 65%, o addirittura con master/dottorato/Phd, nel 12%, e con alle spalle nel 29% dei casi un’esperienza lavorativa all’estero. Oltre un terzo dei lavoratori digitali ha un contratto atipico, CoCoPro o partita Iva. Il cosiddetto posto fisso, a tempo indeterminato, resta predominante solo per le imprese tradizionali It based, più grandi e organizzate, mentre è un non-luogo per quelle native digitali, solo per il 26% dei casi: i costi dello Stato sul lavoro per le loro organizzazioni piccole e liquide sono troppo alti. In esse molto spesso il titolare è factotum e i carichi di lavoro diventano critici.

A fine 2012 sono oltre 620 mila gli addetti digitali, in crescita di quasi 75 mila unità (+13,7%) rispetto all’inizio della crisi nel 2009. Un dato interessante che emerge dal rapporto è che ad essi si aggiunge oltre un altro terzo di professionisti atipici, cioè oltre 250 mila persone strutturali nei processi produttivi della nuova impresa digitale, che abbiamo stimato attraverso l’indagine di campo.

Intervistati in merito alle maggiori criticità riscontrate, gli imprenditori ‘digitali’ indicano al primi posti il costo dello Stato sul lavoro, l’accesso al credito bancario ma soprattutto i vecchi modelli “fordisti” di offerta finanziaria, e l’ancora scarsa disponibilità in Italia di investimenti privati.

Ci sono poi i problemi di tipo organizzativo: troppo carico di lavoro su poche persone, mancanza sul mercato di competenze tecniche e manageriali adeguate, e parallelamente una scarsa offerta formativa adeguata alle loro esigenze.

Copyright © - Riproduzione riservata
Assintel presenta l’identikit dell’impresa digitale ‘made in Italy’ Ingegneri.info