Ben van Berkel di UNStudio: "è l'intensità ciò che rende attraente un progetto" | Ingegneri.info

Ben van Berkel di UNStudio: “è l’intensità ciò che rende attraente un progetto”

Intervista a Ben van Berkel, fondatore di UNStudio: un dialogo sui temi della ricerca applicata, delle tecnologie, dell’uomo e sul futuro prossimo

Ben van Berkel - profilo © Els Zweerink - courtesy Politecnico di Milano
Ben van Berkel - profilo © Els Zweerink - courtesy Politecnico di Milano
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Intervistiamo Ben van Berkel presso il Politecnico di Milano, a margine della 6a edizione delle Conferenze di Novembre, organizzata con il coordinamento scientifico del Prof. Matteo Ruta e in collaborazione con la fondazione tedesca Sto Stiftung. L’architetto olandese, laureatosi nel 1987 presso l’AA di Londra, ebbe tra i propri insegnanti anche la compianta Zaha Hadid; è fondatore di UNStudio, studio di progettazione composto da circa 200 persone provenienti da 27 Paesi differenti. Ha progettato icone contemporanee dell’architettura, come l’Erasmus Bridge di Rotterdam e il Mercedes-Benz Museum a Stoccarda, oltre ad altre opere come la Moebius House, la stazione centrale di Arnhem e l’Università di Architettura e Design di Singapore. Con lui parliamo di ricerca applicata nei campi dell’architettura e di come le tecnologie possano aiutare la vita dell’essere umano, senza tralasciare il vero senso dell’estetica.

Ben van Berkel - lecture © Politecnico di Milano

Ben van Berkel – lecture © Politecnico di Milano

Knowledge-based design. In che modo ciò che acquisite dalla progettazione e costruzione di un vostro progetto informerà le commesse successive dello studio? Avete messo a punto iter o modalità specifiche che seguite a riguardo?

Sai, quello che faccio, a volte, è di sperimentare idee particolari in progetti su piccola scala, come nel design di padiglioni o, diciamo, di una casa. Ne parlerò dopo (all’interno della lecture che ha seguito l’intervista, ndr) di come la forma dettata dalla torsione, o la costruzione di un modello matematico, possano migliorare il comportamento rispetto ad una muratura standard. Sai, ho imparato che se si introduce una torsione dimensionale dell’elemento, con particolare riguardo al modo in cui le forze possano agire sul perimetro di questo, è possibile ottenere un risultato interessante in una colonna, per esempio. Ma l’ho verificato in progetti più piccoli, rifacendomi a modelli progettuali seguiti da un piccolo test. Progettando quel modello per elementi particolari, lo abbiamo ridimensionato e, pertanto, avvicinato all’impiego in altri progetti. Questo è il motivo per cui abbiamo definito modelli di pensiero e progettuali, in cui l’ambiente fisico va di pari passo con la pratica, così come vi è vicinanza con la modellazione sperimentale teorica.

Lei afferma come la resilienza, da sola, non sia sufficiente ad affrontare la progettazione di un edificio, ma dev’essere sempre affiancata dallo studio di modelli comportamentali, sia personali, sia comunitari. In che modo la vostra progettazione studia e tiene conto della relazione che gli utenti hanno con l’ambiente costruito? Ci può fare degli esempi?

Sono molto interessato a nuovi modelli di design, così come a condurre nuovi esperimenti rispetto all’ambiente che ci circonda. E’ importante prestare attenzione alla localizzazione fisica e, solo dopo, alla forma costruttiva. Ma non solo. Molti architetti guardano al contesto, anche se prima studiano l’altezza delle cose, le infrastrutture ecc. Io invece, molto spesso, esamino il comportamento delle persone. Ed ora, questi lo si può approfondire grazie ai group data e alla loro analisi. Li indago e con ciò riesco a comprendere il tipo di gruppo di utenti che fruisce di una stazione, ad esempio, o di una particolare porzione della città. Cerco anche di capire che tipo di infrastrutture utilizzino i diversi gruppi di utenti, ossia cosa fanno gli studenti, cosa si muovono le persone per spostarsi da casa a lavoro, o dal luogo di lavoro alla casa in cui passeranno il fine settimana. Dopodiché, guardo a tali gruppi e penso a come poterli mettere in relazione nell’articolazione di uno spazio pubblico. Mi interessa molto il modo in cui le persone stanno utilizzando, o il pubblico sta usando, la città o un edificio. Spesso, ho cercato di trovare un’organizzazione o un modello e solo dopo, forse, viene l’architettura. Quindi, è un rapporto molto più introverso, se possiamo chiamarlo in questo modo.

Ben van Berkel - lecture © Politecnico di Milano

Ben van Berkel – lecture © Politecnico di Milano

Nella nostra società, ove le tecnologie giocano sempre più un ruolo dirompente, sembra sempre più aver senso parlare di come la forma non segua, né preceda il processo, ma piuttosto come essa sia in costante divenire. Lei è d’accordo su tale approccio, di tipo morfogenetico?

Sì, sono d’accordo con questo. Questa è una domanda che a che fare con la natura della tecnologia. Proprio ieri, abbiamo lanciato una nuova compagnia (la startup UNSense http://unsense.com/, ndr), una società legata all’uso delle recenti tecnologie. Credo che la tecnologia avrà un’influenza molto rilevante sulle persone, come già accennato prima, ed è di mio interesse già da molto tempo. Ora, con le nuove tecnologie, puoi misurare più precisamente la qualità della radiazione luminosa, ad esempio. Puoi anche trovare nuovi modi per comprendere i cambiamenti propri della persona, consci dei mutamenti biologici che intercorrono tra bambini e anziani. Alcuni bambini potrebbero percepire meno il freddo rispetto ad altre persone, così come esserci una differenza tra uomini e donne. Ciò è biologicamente provato e comporta reazioni diverse a temperature differenti, per esempio, così come rispetto all’aria condizionata e alla sua qualità. Quindi, io la ritengo la bellezza dell’oggi, che è possibile riadattare singolarmente per ogni persona facente parte di un gruppo di individui presenti in una stanza, poiché è proprio lì che hai bisogno di tale sviluppo tecnologico.

In alcune interviste, lei afferma che se l’edificio non produce una “immagine residua”, non è buona architettura. In che modo, secondo lei, l’estetica può creare una buona architettura?

Sì, questa è una domanda difficile, sulla natura dell’estetica. Ed è molto interessante. Credo che la filosofia dell’estetica sia sempre mutata, specialmente nella storia della cultura italiana. Per esempio, andando molto indietro nel tempo, vi sono stati periodi di rilievo nel Rinascimento e poi nel Barocco, così come in quello Rococò, anche se nasce praticamente al di fuori della cultura italica. Ma la “bellezza dell’estetica” è così: è in continuo cambiamento. Sai, oggi la società apprezza il lavoro di Philip Glass o la musica moderna, altamente contemporanea. E lì si può forse trovare l’estetica. Io, di mio, interessato come sono ad analizzare cosa sia l’estetica contemporanea, penso possa avere a che fare con la sezione aurea, ma forse è più che altro è in connessione a qualcosa. Vi è un altro modo di parlare di questo tipo di estetica. Se sei attratto da un libro, così come da un film che hai visto e senti il bisogno di tornare a loro a tal punto che, a volte, hai detto a te stesso “Mi piace tornare a quel film”, allora questo è ciò che intendo per “immagine residua”. Quindi, se in passato hai ammirato una buona opera d’arte e questa ti rimane impressa nella mente, questo è quello che io chiamo “immagine residua”. E’ ciò che hai portato a casa e che ti piacerebbe vedere di nuovo, per ri-analizzarla, poiché non hai compreso appieno l’attrazione della stessa. Quindi, la cosa interessante di oggi è che fare architettura non sia unidimensionale. E’ trovarvi invece altri 7 livelli di lettura, per cui ti piacerebbe tornare a vederla. Ed è per questo che l’intensità del lavoro è molto importante. E’ l’intensità ciò che lo rende attraente, io credo.

Arnhem Central Station © UNStudio

Arnhem Central Station © UNStudio

Lei spesso si definisce come un architetto sperimentale e delle transizioni. In accordo con la sua natura, quali sono le sfide costruttive e progettuali del prossimo futuro che la interessano maggiormente? In una previsione di scenario, secondo lei quali sfide verranno realmente vinte dalle città mondiali entro il 2030?

È una bella domanda! Come sai, a me interessa non solo la nuova tecnologia. Penso che la tecnologia “smart”, al pari del concetto di città intelligente, sia interessante, ma spesso è legata a modelli molto pratici e di efficienza, ossia a come possiamo lavorare o vivere meglio, come tutto può essere automatizzato. Io ritengo, però, che non sia il futuro. Penso che sia più importante dare una direzione e un senso. Questo significa dare qualità connessa all’individuo. Se analizzi le condizioni dell’aria, ad esempio quella dello spazio in cui ci troviamo, scoprirai che probabilmente non è così positiva, perché non è molto ben filtrata. A volte, è persino peggiore la qualità dell’aria indoor rispetto a quella esterna. Quindi, ritengo che in futuro si debba pensare di più alla salute negli edifici, di quanto tempo hai trascorso in ambienti malsani, al pari di quanto parliamo (molto) di pianificazione urbana. Trovo decisamente strano che progettisti e architetti non parlino di ambienti interni, poiché, come dicevo, sono anche peggio di quelli esterni! Quindi, reputo che migliorare il tema della salute grazie alla tecnologia sia qualcosa, per il futuro, a cui pensare. In realtà, il tema non è nuovo, perché gli architetti se ne sono sempre stati interessati, come Le Corbusier, Aalto … ma molti altri, invece, sembrano accontentarsi di questo concetto di ambiente malsano. Ora, con le nuove tecniche tutto è più stimolante, in quanto puoi abbinare, collegare questi punti e dimostrare che le qualità dei materiali che scegliamo, o la luce che prediligiamo, regoli il nostro ambiente. Noi trascorriamo, così come altri nel mondo occidentale, circa il 60/70% in ambienti chiusi, in quanto lavoriamo e viviamo, tutto il giorno, in ambienti interni.

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