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Bim obbligatorio negli appalti? Certo, anzi no

Dietrofront in pochi giorni: l’ultima bozza del nuovo Codice Appalti ne prevede solo la possibilità, senza vincoli tassativi

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Stando all’ultima versione (22 febbraio) della bozza del nuovo Codice degli Appalti, pare che la paventata introduzione, tra i requisiti obbligatori della progettazione, di strumenti di Building Information Modeling (Bim), sia stata declassata a semplice facoltà, da parte di alcune Stazioni Appaltanti, di chiedere l’uso di modelli di rappresentazione digitale in 3D solo per certe opere in edilizia e nelle infrastrutture. Con buona pace delle recenti dichiarazioni del Ministro Delrio e di quanto previsto dalla Direttiva Europea 2014/24/UE.

Su questo e su altri aspetti, si spera che l’approvazione dello schema del provvedimento da parte del Consiglio dei Ministri faccia chiarezza sugli indirizzi dell’esecutivo. Per ora, il testo esclude che il Bim possa diventare obbligatorio ma stabilisce che, sei mesi dopo l’entrata in vigore del nuovo Codice Appalti, solo “le Stazioni Appaltanti che attuino buone pratiche di utilizzo e dispongano di idonei sistemi di monitoraggio” possono chiedere prioritariamente l’uso del Bim per i lavori complessi di importo superiore alle soglie comunitarie (5.225.000 euro per i lavori, 135.000 euro per i servizi e i concorsi di progettazione aggiudicati dalle amministrazioni governative, 209.000 euro per i servizi e i concorsi di progettazione aggiudicati dalle altre amministrazioni).

Per sapere quali sono le buone pratiche e i sistemi di monitoraggio necessari per poter chiedere il Bim, dovremo attendere uno specifico decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit). Il messaggio evidente è che il Bim non sarà più di un optional sottoposto a valutazioni sulla tipologia delle opere e dei servizi da affidare e al loro importo, senza una tempistica certa e circoscritta. Qualcosa di ben diverso dalle assicurazioni del Ministro Delrio, che aveva parlato di un periodo sperimentale di dodici o quattordici mesi prima che il Bim diventi obbligatorio.

Questa clamorosa (se confermata) rinuncia a introdurre negli appalti metodi di progettazione collaborativi che integrano in un unico strumento le informazioni relative ai vari aspetti della progettazione, riducendo tempi, errori, costi e rischi (di tutti i tipi), può giustificarsi solo considerando che il sistema italiano degli appalti nel suo complesso (stazioni appaltanti, committenti, imprese, professionisti, fornitori) non è pronto per poter operare con il Building Information Modelling.

La questione, dunque, è come gestire il passaggio a strumenti tecnologici avanzati in un momento di scarsità di risorse e avvilimento professionale. Una forzatura normativa rischierebbe di trasformare il Bim nell’ennesima “certificazione” all’italiana priva di sostanziale innovazione nelle pratica corrente. D’altra parte, la norma cardine del sistema come il Codice degli Appalti non può restare nel vago e non dare precise indicazioni su come percorrere una strada inevitabile, se si vuole restare nel mondo, e ricca di opportunità, se costruita con intelligenza.

Occorre un piano con tempi certi e metodologie condivise, linee guida nazionali, su cui fare formazione durante una congrua fase di sperimentazione sostenuta dalle istituzioni e dalle professioni. In gioco c’è il valore del progetto e la capacità degli attori coinvolti nella realizzazione di un’opera di puntare sulla qualità e l’integrazione delle competenze. Il Bim non è la soluzione di tutti i problemi, ma fa parte della soluzione, non dei problemi.

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