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Che cosa resta della Legge di Moore?

Il diagramma che ha accompagnato l’industria dei microcircuiti non è più valido: la fine di un’era o l’inizio del futuro?

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Nell’aprile del 1965, la rivista “Electronics” pubblicò un articolo di Gordon Moore, uno dei fondatori della Intel, destinato a fare la storia dell’elettronica, fino a diventare una vera e propria leggenda. E come la maggior parte delle leggende, ciò che ne scaturì subisce ancor oggi la molteplicità delle versioni che “il racconto del racconto” comporta. La tesi dell’articolo di Moore sosteneva che i progressi della tecnologia dei semiconduttori avrebbero dato origine a una nuova era per i circuiti integrati, e che soprattutto, basandosi sull’analisi di un periodo campione di circa 7 anni (1959-1965), lui era in grado di stabilire l’evoluzione della cosiddetta scala di integrazione per un arco di tempo molto lungo.

Quale che fosse l’interpretazione reale della tesi presente in quell’articolo, leggenda o no, di certo essa prende, a tutte le latitudini, sempre lo stesso nome: la Legge di Moore.
Naturalmente un enunciato ufficiale della Legge non è mai esistito, ma la sua prima versione diceva, più o meno, che ogni 12 mesi la complessità dei microcircuiti sarebbe raddoppiata. Col passare del tempo, e con nuove prove sottomano, il periodo dei 12 mesi passò a 24, per finire, ad andamento stabilizzato, a 18.

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Gordon Moore nel 1980 (foto: Intel)

Pur tra tanti scetticismi, e dimostrazioni di inapplicabilità, la Legge di Moore per decenni ha consentito ai produttori di processori di spingersi fino a realizzare le più sofisticate tecnologie da tenere nel palmo di una mano.

Raccontata fin qui questa storia sembra quasi contenere un lieto fine, ma soprattutto abbastanza distante dall’avere conseguenze sulla vita di tutti giorni (invece no, anche per una semplice questione di costi, con i quali abbiamo tutti a che fare, usando la tecnologia 24/7).

Il lieto fine, infatti, non c’è, la Legge di Moore non è più valida, non può più continuare a esistere. A dirla tutta sono più di dieci anni che lo si sostiene, ma l’articolo pubblicato il 9 febbraio scorso sul settimanale “Nature” non lascia spazio a ulteriori deroghe: nel torno di un lustro la Legge sarà morta.

A breve l’americana Semiconductor Industry Association (SIA) e un’altra manciata di associazioni che accorpano produttori di semiconduttori di tutto il mondo pubblicheranno un documento ufficiale in cui spiegheranno che per raggiunti limiti fisici la Legge di Moore non è più applicabile.

Oggi i microcircuiti più complessi sono larghi 14 milionesimi di millimetro, e ci si potrebbe spingere fino a farli diventare larghi 2 (si è prossimi a grandezze atomiche), ma senza garanzia di stabilità, né di dissipazione del calore.

In realtà lo stesso Moore aveva previsto simili scenari, ma la voracità informatica ha sempre allontanato il problema, fino al recente aumento del mobile computing, che anziché potenza richiede una certa versatilità (nonché velocità) delle prestazioni. Il processore di un tablet, ad esempio, deve poter contare su diversi tipi di funzionalità wireless (bluetooth, 802.11b, 802.11g, GSM, ecc.) difficili da ottenere su un singolo microcircuito. Ciascuna di queste funzioni è così diversa dall’altra che non possono essere comprese su un unico strato di silicio (il materiale unico dell’industria elettronica, che – nonostante la ricerca – a oggi non ha un successore). Alcuni fornitori si trovano ad affrontare la sfida a testa alta, cercando di integrarli in ogni caso, mentre altri stanno cercando nuovi modi per combinare più chip con molteplici funzioni in un unico modulo. Quale di questi due approcci alla fine vincerà resta da vedere, ma è certo che le esigenze mobile avranno un impatto definitvo sull’eredità della Legge di Moore, cercando di preferire l’ottimizzazione delle prestazioni a una ricerca inesausta della velocità.

Dalla Intel dichiarano, infatti, che la Legge semplicemente si evolverà perché le richieste del consumatore manterranno lo stesso coefficiente di esigenza, pertanto la Legge continuerà a esistere finché l’industria potrà rispondere a quella esigenza con nuovi dispositivi e nuove funzionalità.

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