Chi lavora con il BIM oggi? Opportunità e lacune di una professione in crescita | Ingegneri.info

Chi lavora con il BIM oggi? Opportunità e lacune di una professione in crescita

Un estratto dal nuovo libro “I professionisti del Bim”, che propone un punto di vista aggiornato e ricco di testimonianze preziose su una questione importante: le nuove figure che affiancano (o trasformano) il quotidiano del progettista, tra problemi e potenzialità

Clinica Stella Maris, a Pisa - climate sensitive design computazionale; render di progetto, per gentile concessione di Heliopolis21 Architetti Associati, estratto dal libro “I professionisti del BIM” (2017)
Clinica Stella Maris, a Pisa - climate sensitive design computazionale; render di progetto, per gentile concessione di Heliopolis21 Architetti Associati, estratto dal libro “I professionisti del BIM” (2017)
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Introdotto anche come misura raccomandata nel nuovo Codice Appalti, il BIM (Building Information Modeling) rappresenta la più importante innovazione in corso all’interno del settore AEC. Se fino a qualche anno fa una cultura del Bim sembrava ancora lontana dall’essere implementata in un Paese come l’Italia, così fortemente connotato da realtà medio-piccole in termini di dimensioni, oggi l’adozione del processo Bim si è standardizzata e merita uno sguardo più complesso e analitico. In particolare, l’introduzione del Bim ha comportato la creazione di figure professionali specifiche, che integrano competenze provenienti da mondi apparentemente distanti (architettura, ingegneria, progettazione informatica, graphic design ecc.), ma delle quali è ancora difficile costruire una mappa rigorosa, vista la connotazione fortemente votata all’innovazione di chi vi lavora.

A creare un quadro aggiornato e non squisitamente manualistico sul tema è il nuovo eBook “I professionisti del BIM” di Fabrizio Aimar, che per Wolters Kluwer ha già pubblicato la trilogia “Edifici alti e grattacieli”. Tra i maggiori osservatori delle innovazioni di processo nella progettazione contemporanea, Aimar ha raccolto le testimonianze dirette di sei studi che utilizzano il Bim già da anni per comprendere a fondo chi sono i Bim Manager e i Bim Specialist, che profilo professionale definiscono e quali sono le esperienze pregresse che li portano a occupare questi ruoli oggi (va detto, profondamente ambiti dalle aziende del settore). Gli studi intervistati sono di grande prestigio, come ad esempio: Thornton Tomasetti, BIG, Zaha Hadid Architects, Milan Ingegneria, Heliopolis21, etc.

Di seguito, cliccando sul Box, potete acquistare il volume. A seguire, riportiamo un estratto integrale dall’eBook dedicato alle “Problematiche del BIM attraverso i software”.

In merito al Bim, il Building Information Modeling, quali potrebbero essere le principali lacune da colmare in connessione al suo avvento nel settore AEC (Architecture, Engineering & Construction)?
In primo luogo, una di queste pare essere il sistema di rendering associato. Esso richiede lunghe tempistiche per l’elaborazione dell’intera scena del modello digitale, nonostante il Ray Tracing ne ottimizzi i tempi di calcolo e, pertanto, venga impiegato dalla maggior parte dei programmi di renderizzazione.
In seconda battuta, resta da esplorare il ruolo del Facility Management, soprattutto connesso al mercato Italiano.

Il Facility Management è la gestione operativa di tutti servizi necessari e funzionali all’ottimale espletamento delle attività ospitate all’interno di ogni singolo edificio, attraverso un approccio integrato.
Esso si avvale di analisi strategiche volte a definire il metodo migliore al fine del raggiungimento di tali obiettivi valutando questioni pratiche legate, ad esempio, alla distribuzione delle risorse, all’esternalizzazione dei servizi connessi e alla scelta del fornitore.
Tuttavia, puntare il dito contro singoli aspetti pare sì necessario ma frammentario, e pertanto è giusto compiere un piccolo passo indietro al fine di inquadrare con più nitidezza una potenziale questione di fondo, da indagare con risolutezza al fine di porvi rimedio.

Tra gli ostacoli alla sua espansione vi è senza dubbio lo sforzo iniziale che dovrebbe compiere un’impresa edile, un fornitore o uno studio di progettazione, nel passare dal tradizionale CAD (Computer-Aided Design) al BIM (Building Information Modeling).
Tali freni agiscono eminentemente decelerando l’entusiasmo iniziale tramite strumenti monetari e cronologici, spostando l’attenzione sui costi da sostenere per i corsi di aggiornamento professionale e sulle tempistiche necessarie all’apprendimento.
D’altro canto, però, la possibilità per i professionisti di ottenere una certificazione da parte terza, in grado di attestare con veridicità il possesso di quelle competenze, sta movimentando il mercato del lavoro verso una domanda settoriale precisa e informata.

Allo stato attuale dei fatti, le figure professionali formate sono tre:
il BIM Specialist. Egli/ella intende occuparsi della creazione e dell’implementazione del modello tridimensionale, così come della consecutiva esportazione della documentazione bidimensionale e dei dati utili al computo.
Inoltre, coadiuva anche nelle analisi tecniche di tipo strutturale, impiantistico ed energetico;
il BIM Coordinator. Egli/ella riveste il ruolo di coordinatore delle professionalità sopra citate, coinvolgendole all’interno del processo progettuale.
Il fine è quello di garantire l’applicazione dei corretti standard negli endo-processi connessi, sviluppando e aggiornando i contenuti del software relativi alla commessa, quali le sue librerie;
il BIM Manager. Egli/ella è responsabile del coordinamento in fase di progettazione delle 2 figure professionali menzionate in precedenza, abilitato alla gestione e all’aggiornamento del modello BIM circa le discipline concorrenti.

Inoltre, sovraintende alla verifica generale del modello, localizzando le interferenze e affidando al medesimo team l’onere della loro revisione.
Tali certificazioni posseggono, indicativamente, una validità di durata triennale e sono rinnovabili per il medesimo arco temporale.
Dunque, in buona sostanza, l’adozione del BIM da parte di tutti gli attori della filiera si presenta di una certa complessità, in quanto sottintende un cambiamento culturale che passa attraverso due principi fondamentali.

Tale passaggio richiede ai professionisti un forte investimento educativo, soprattutto agli Studi di Architettura. Occorre, dunque, acculturare la filiera sul tema dei processi collaborativi, sul cambiamento organizzativo legato al BIM e sulla rilevanza del tema manageriale.
Il primo è l’acquisizione di nuove competenze tecniche, mentre il secondo intende modificare energicamente i processi gestionali che coinvolgono la progettazione, la realizzazione e la manutenzione delle opere.
Ad esempio, in altri Paesi del continente europeo tra cui la Gran Bretagna, il suo utilizzo è praticamente di prassi comune: è infatti “facoltàdelle stazioni appaltanti richiederlo per lavori che superino la soglia comunitaria di 5,225 milioni di euro.
Appare così significativo affermare come la matrice manageriale del BIM richieda la creazione, e la presenza, di figure di problem solving all’interno delle commesse.
Tuttavia, vi è da dire, con un certa palpabile prevedibilità, che solo chi saprà cogliere al meglio questa sfida potrà guardare al futuro, adeguandosi alle nuove richieste imposte dal comparto.
Tra i possibili output a cui l’impiego del BIM potrà aprire, vi possono essere differenti campi e applicazioni, riconducibili sia alla filiera del processo edificatorio che a quella gestionale e del real estate.

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I processi digitali connessi all’utilizzo del BIM all’interno dello studio ZHA (per gentile concessione di Zaha Hadid Architects)

A seguire, alcuni brevi spunti di riflessione utili per intuire futuri orizzonti avverabili nello sviluppo di queste dinamiche:
– il modello BIM e le applicazioni cloud: ad esempio, la possibilità di dislocare le informazioni di cantiere su cloud in tempo reale.
Grazie a tale opportunità, oggi un operatore può muoversi in cantiere con il proprio tablet, eliminando il ciclo della carta e disponendo sempre dell’ultima versione aggiornata del progetto;
– il Facility Management: riduzione degli imprevisti a livello di building mantainance dopo l’ultimazione dei lavori, calendarizzando i vari cicli manutentivi del fabbricato durante l’intero periodo utile di vita (ad esempio, previsioni di serraggio delle giunzioni bullonate, verifica delle saldature e dei cicli di verniciatura legate alla carpenteria metallica, ecc.);
– gli strumenti Open BIM, ossia la massima interoperabilità tra le diverse discipline.

Esistono tuttavia dei problemi non trascurabili quali il copyright e la divisione dei rischi, che debbono essere risolti.
Il primo è di possibile appianamento tramite l’adozione di contratti e permessi di accesso ai files di lavoro al fine di creare/leggere/scrivere, mentre il secondo con percorsi di appalti a rischio condiviso tra i diversi partners;
– la riduzione dei costi di progettazione, grazie alla sensibile diminuzione nel numero delle richieste di varianti, così come di possibili contenziosi tra le parti;
– l’aumento della competitività delle imprese italiane di costruzioni all’estero, riducendo gli sfridi legati alle lavorazioni e all’approvvigionamento di materiale potenzialmente inutilizzato o anche non compatibile;
– i BIM managers dovranno monitorare costantemente il flusso informativo, al fine di poter gestire anche la parte contrattuale, la manutenzione, ecc. Attualmente le università italiane non preparano queste figure con cicli completi.

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