Chi sono i tre ingegneri premiati per le migliori tesi di dottorato al Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari? | Ingegneri.info

Chi sono i tre ingegneri premiati per le migliori tesi di dottorato al Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari?

Nanotubi di carbonio, memorie resistive e simulazione fluidodinamica al centro delle tesi di dottorato dei tre ingegneri premiati, che si sono distinti per l'alto valore del loro studio in ambito informatico e ingegneristico industriale

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Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari – DIEF di Unimore – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia ha premiato tre ingegneri per le migliori tesi dei corsi di Dottorato in “Ingegneria Industriale e del Territorio” e “Information and communication technologies“. La cornice della premiazione è stato l’evento “[email protected]“, dedicato ai dottorati industriali e alle alte competenze per una nuova imprenditorialità, che ha richiamato l’attenzione delle istituzioni e delle rappresentanze del mondo dell’imprenditoria a comprendere e discutere il valore dell’attività didattica svolta attraverso i corsi di laurea e dottorati di ricerca del DIEF.

Tre i migliori tesisti: l’ing. Alessandro D’Adamo e l’ing Matteo Strozzi premiati ex aequo, con un assegno del valore di 1.250 euro, dal direttore del Corso di Dottorato in Ingegneria Industriale e del Territorio, prof. Paolo Tartarini, e l’ing. Francesco Maria Puglisi premiato, con un assegno del valore di 2.500 euro, dal direttore del Corso di Dottorato in “Information and communication technologies” prof. Giorgio Matteo Vitetta. I tre ingegneri si sono distinti per l’alto valore del loro studio in ambito informatico ed ingegneristico industriale.

I nanotubi di carbonio – afferma l’ing. Matteo Strozzi – sono stati scoperti nel 1991 nei laboratori di ricerca della NEC Corporation (Giappone) dal prof. Iijima, che per primo ha analizzato la sintesi di strutture molecolari di carbonio in forma di tubi aghiformi. I nanotubi di carbonio, descritti come microtubuli elicoidali di carbonio grafitico, raggiungono delle frequenze naturali nell’ordine dei THz, e pertanto, vengono utilizzati come risonatori ad elevata sensibilità all’interno di un grande numero di dispositivi nano-elettro-meccanici, quali sensori, oscillatori, rilevatori di carica e dispositivi di emissione di campo. In particolare, la riduzione delle dimensioni e l’aumento della rigidezza di un risonatore a nanotubi di carbonio amplificano le sue frequenze di risonanza e riducono il consumo energetico, migliorandone la sensibilità. Le proprietà meccaniche ed elettroniche dei nanotubi di carbonio, che sono strutture discrete, possono essere studiate mediante spettroscopia di Raman, simulazioni di dinamica molecolare, analisi agli elementi finiti e modelli continui elastici equivalenti”.

“In un mondo dove le dimensioni dei dati scambiati è in aumento esponenziale – afferma il prof. Francesco Maria Puglisi – c’è un forte bisogno di dispositivi affidabili capaci di memorizzare grandi quantità di dati. Nuovi concept di dispositivi stanno emergendo in questi anni, tra i quali spiccano per semplicità e performance le memorie resistive. Probabilmente nei prossimi anni questi dispositivi verranno introdotti sul mercato ed in questo contesto si colloca lo scopo della ricerca che è duplice: il primo capire in dettaglio i meccanismi fisici alla base del funzionamento di questi dispositivi innovativi per favorirne il miglioramento delle prestazioni e fluidificarne la possibile introduzione sul mercato; il secondo sviluppare un modello semplice, ma che includa al tempo stesso tutti i meccanismi necessari a descrivere il comportamento del dispositivo in modo affidabile. Questo modello potrà essere usato dai progettisti che, domani, verranno chiamati a progettare circuiti basati su questi dispositivi innovativi”

Le sempre più stringenti normative contro l’inquinamento urbano – afferma l’ing. Alessandro D’Adamo – spingono la progettazione dei moderni motori per autoveicoli verso innovativi concetti di progettazione al fine di ridurre i consumi di combustibile e ottenere le medesime prestazioni con motori di cilindrata sempre più ridotta. La simulazione fluidodinamica rende possibile lo studio di fenomeni come lo sviluppo della combustione e l’insorgenza di combustioni anomale, dannose per il motore, senza la necessità di realizzare fisicamente un prototipo del motore stesso. Si rende quindi possibile lo studio di numerose configurazioni virtuali e la costruzione soltanto della migliore di queste. La ricerca condotta ha permesso di considerare la complessità degli aspetti chimici coinvolti in maniera efficiente nelle simulazioni fluidodinamiche ed il metodo presentato si è dimostrato in grado di prevedere il danneggiamento del motore su una vasta gamma di motori di produzione e da competizione. I risultati presentati hanno portato prestigiose aziende motoristiche a implementare il modello sviluppato nella progettazione dei futuri motori”.

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