Il Bim e l'Italia: intervista a Vittorio Caffi | Ingegneri.info

Il Bim e l’Italia: intervista a Vittorio Caffi

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Dopo aver parlato con l’architetto e ricercatore Alberto Pavan, proseguiamo la nostra indagine sulla recente direttiva europea European Union Public Procurement Directive (Euppd), e su quanto potrà influenzare positivamente il mercato degli appalti pubblici nei Paesi membri, in particolare rispetto alla sollecitazione all’uso di strumenti informatici per la progettazione e gestione degli interventi quali il Bim (Building Information Modeling).

È proprio lo stato dell’arte del Bim in Italia e le sue potenzialità per il mercato nel futuro l’oggetto principale dell’intervista di questa settimana, rivolta all’architetto Vittorio Caffi, ricercatore del Dipartimento di architettura, ingegneria delle costruzioni e ambiente costruito (Abc) del Politecnico di Milano, ed esperto in modellazione Cad/Bim.

 

Architetto Caffi, parlando dell’Italia, a che punto è la diffusione del Bim e quali ritiene siano i limiti più grossi (di ordine pratico ma anche ‘culturale’) che ne ostacolano l’adozione nel settore dei contratti pubblici?

Gli operatori del comparto edilizio italiano mostrano un crescente interesse nei confronti di questa tecnologia, e molti hanno cominciato a dotarsi di sistemi Bim. Tuttavia, l’efficace utilizzo del Bim nel settore pubblico, ma anche in quello privato, è legato a diversi fattori: la disponibilità di figure professionali in grado di utilizzare al meglio lo strumento Bim; la disponibilità di tutti gli operatori (dal committente all’esecutore) a fare affidamento sull’informazione trattata con le nuove tecnologie anziché quelle tradizionali; la disponibilità al lavoro collaborativo e interdisciplinare nonché alla condivisione dell’informazione tra i diversi operatori del processo, premessa fondamentale per sfruttare al meglio le potenzialità offerte dal Bim; l’adozione di tecnologie Bim interoperabili, che garantiscano lo scambio di informazione tra operatori a prescindere dalle specifiche piattaforme software utilizzate.

Come ritiene che il Bim abbia modificato la professione dell’ingegnere delle costruzioni oggi e/o dell’architetto, rispetto alle competenze che gli erano richieste dieci/quindici anni fa?

Il Bim è uno strumento e come tale non modifica le competenze richieste per una corretta progettazione. Piuttosto, offre un’occasione per gestire diversamente e meglio tutto il processo edilizio: con riferimento alla curva di Mac Leamy, ampiamente nota agli esperti del settore, un processo basato sul Bim impone al progettista di fornire le indicazioni complete per garantire che la fase di realizzazione di un intervento proceda senza inconvenienti di sorta: le decisioni devono essere già tutte definite nel progetto e non lasciate al cantiere, come ancora spesso accade.

Ovviamente, è necessario che il professionista acquisisca, direttamente o grazie alla consulenza di specialisti, la capacità di avvalersi degli strumenti Bim e delle potenzialità offerte da questa tecnologia.

Quanto la formazione specialistica del settore della progettazione in Italia si è lasciata permeare dalla rivoluzione paradigmatica messa in atto dal Bim?

Il Bim è da tempo oggetto di attenta sperimentazione da parte dell’università italiana: le esperienze, con impostazione e grado di approfondimento diversi, sono le più disparate. Personalmente, sono più di dieci anni che, nei corsi che seguo e nell’attività di ricerca svolta presso il Politecnico di Milano, propongo le tecnologie Bim. Nel 2006, presso il dipartimento Best, oggi confluito nel dipartimento Abc, abbiamo tenuto uno dei primi corsi di formazione dedicati al Bim interoperabile, intitolato “Dal Cad al Bim”, finanziato con fondi europei: alcuni degli studenti del corso oggi lavorano per studi internazionali di progettazione che da tempo hanno adottato la tecnologia Bim. Esperienze analoghe sono destinate a trovare sempre più spazio nell’ambito dei corsi istituzionali, anche con la definizione di nuovi percorsi formativi che vedranno sempre più integrate le nuove tecnologie con i curricula tradizionali.

Il quadro di norme dell’Europarlamento può stimolare gli Stati membri a ri-legiferare a livello nazionale, ma come è noto non può porre limiti sovranazionali. Rispetto all’Italia, quali ritiene che debbano essere i più urgenti ammodernamenti della normativa? Quali gli ‘intoppi’ burocratici e legislativi da superare?

Per rispondere a questa domanda è opportuno fare riferimento ai paesi che già da tempo hanno deciso di incentivare l’utilizzo del Bim negli appalti pubblici. Il primo ostacolo da superare è certamente l’estrema frammentazione ed eccessiva complessità delle normative per la pianificazione territoriale e per l’edilizia. I paesi che hanno adottato con successo procedure Bim, sono partiti da un approccio teso a semplificare l’articolazione legislativa e a unificare le regole sul territorio nazionale. Questo è a mio avviso uno dei punti cardine che il legislatore deve affrontare.

È inoltre opportuno tenere presente il problema degli standard Bim: è necessario, cosi come hanno fatto i paesi leader del settore, definire linee guida che indichino strategie e procedure corrette per un utilizzo efficace di tecnologie Bim interoperabili, che garantiscano lavoro collaborativo e flusso dell’informazione tra operatori diversi.

 

 

 

L’Arch. Vittorio Caffi ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Ingegneria ergotecnica edile con una tesi dedicata alle Information Technologies per il processo edilizio. Dal 2003 è stato professore a contratto per corsi di modellazione Cad/Bim del Politecnico di Milano, presso il quale è tuttora ricercatore a contratto nel Dipartimento di architettura, ingegneria delle costruzioni e ambiente costruito (ABC).

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