Ingegneri, l’innovation journey nelle professioni giuridiche è appena iniziato | Ingegneri.info

Ingegneri, l’innovation journey nelle professioni giuridiche è appena iniziato

Stato dell’arte, trend, investimenti e prospettive dell’utilizzo di ICT tra avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro. I dati dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione digitale del Politecnico di Milano

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Ospitiamo l’approfondimento di Claudia Morelli, giornalista e curatrice di “Avvocatoquattropuntozero”, la rubrica di riferimento su Altalex.com per l’innovazione tecnologica e digitale nella professione giuridica.

Multidisciplinarietà, contaminazione e scambio di competenze sono al centro della rivoluzione digitale. Possiamo forse convenire che nel settore dei “saperi professionali” e delle professioni liberali è proprio questo il primo effetto disruptive.
L’acquisizione non solo delle conoscenze tecnologiche ma anche della capacità di saperle applicare ed inserire in un processo di organizzazione e di erogazione dei servizi professionali è una sfida che ciascun professionista oggi vive sulla propria pelle. E non senza disagi.
Succede allora che anche ambiti tradizionalmente impermeabili tra di loro, come quello delle professioni giuridiche e di quelle cosiddette tecniche, ritrovino “intersezioni di insieme” a cui bisognerebbe guardare come una opportunità e un vantaggio reciproco.
Con questo spirito Ingegneri.info pubblica questo articolo che parla dei “colleghi” avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro.
L’obiettivo è – tramite gli unici dati organizzati, del Politecnico di Milano – fare emergere proprio quelle “intersezioni di insieme”, focalizzando i “bisogni” tecnologici” delle professioni giuridiche rispetto ai quali il ruolo degli ingegneri può rilevarsi strategico.
D’altra parte, sempre più spesso ci imbattiamo in gruppi di lavoro, riflessione, sviluppo, laboratori dove le diverse conoscenze partecipano e si mescolano.
Non sappiamo ancora quale sarà “il professionista” di domani; ma sappiamo anche che i “compartimenti stagni” non funzionano più.
Questo articolo, in fondo, è un tentativo di “rimescolamento”.
Buona lettura!

Le professioni giuridiche scoprono la tecnologia: il percorso è segnato ormai; ma lento.
Se dovessimo azzardare una fotografia di sintesi di questi ultimi tre anni, lo scatto restituisce proprio l’immagine di una pletora di professionisti pressocché fermi; una minoranza decisamente in movimento; e qualche mosca bianca che già pianifica con decisione il futuro dello studio.
La fotografia la scattiamo grazie ai dati che l’Osservatorio Professionisti e Innovazione digitale del Politecnico di Milano raccoglie ogni anno, unico hub che indaga il difficile rapporto tra ICT e il mondo delle professioni di avvocato, commercialista e consulente del lavoro.
Basterebbero riportare in fila i titoli dei rapporti editati dal 2012 per capire quanto lenta ma continua sia l’evoluzione. Eccoli: “Commercialisti e ICT-prospettive per una professione in trasformazione” 2012; “Se parliamo di professionisti, in realtà parliamo di imprese “(2013); “Professionisti digitali: un valore per le imprese clienti” (2014); “Professionista, oggi apriresti uno studio?” (2015); “Professionista X.0…a ciascuno il suo!” (2016); “Professionisti, un futuro in costruzione” (2017). Non vi pare che lo start non sia valso per la maggioranza?
Crescono gli investimenti in ICT ma solo se il titolare di studio si convince. Eppur si muove, se gli investimenti crescono: le tre professioni hanno investito 1.172 milioni di euro nel 2017, +2,6% rispetto all’anno precedente. Gli avvocati sono i professionisti che spendono di meno (5.300 euro) ma registrano la crescita di investimenti più elevata (+15%), mentre gli studi multidisciplinari dedicano il budget più alto (14.100 euro), seguiti da commercialisti (8.800 euro) e consulenti del lavoro (8.700 euro). Le stime 2018 parlano di un ulteriore rialzo a 1.217 milioni euro. Gli studi che prevedono il maggior incremento del budget dedicato all’innovazione sono quelli multidisciplinari (che lo aumenteranno nel 44% dei casi), seguiti da commercialisti (43%), consulenti del lavoro (29%) e avvocati (25%).
Quello che il rapporto non evidenzia, ma che secondo me è un dato significativo, è la differenza tra la percentuale di aumento di investimento delle professioni (+2,6% tra i 2016 e 2017) rispetto a quello delle imprese (+ 1,9%). Il rapporto non ne indaga i motivi, ma possiamo azzardare che da una parte, le ragioni risiedono dalle leggi nazionali che hanno imposto adempimenti telematici (si pensi ai processi telematici per gli avvocati e alla fatturazione elettronica che riguarderà tutti); dall’altra, che risiedano in una vitalità inespressa del mondo professionale forse per una incapacità “storica” di aggredire il cambiamento. A conforto di questa mia impressione, cito altri dati dell’Osservatorio e relativi ai fattori abilitanti l’investimento in ICT.
I principali fattori che incoraggiano l’investimento sono law driven, dunque “imposti” (ben il 54%), l’obiettivo di raggiungere maggiore efficienza nello studio (60%) e il miglioramento del servizio reso (49%). Se analizziamo i soggetti, le persone il cui consiglio spinge i professionisti a investire, questi sono …loro stessi. E’ il titolare di studio, dunque, che prende l’iniziativa (27%) ed appena il 2% accetta un consiglio da un fornitore.

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I bisogni tecnologici emergenti. L’analisi delle tecnologie prescelte può essere utile al fine di comprendere il mercato “più maturo” e quello “prospect”.
La firma elettronica è arrivata a saturazione mentre – strano, a ridosso dell’obbligo della fatturazione BtoB dal primo gennaio 2019, la fattura elettronica è presente solo nel 42%; il 37% dei professionisti si dichiara interessato e il 13% non sa ancora cosa è (!).
Mi sembra più utile in questa sede indicare i “margini di sviluppo” delle singole tecnologie, sommando la percentuale di coloro che sono interessati ad appropriarsene e quella di coloro che ne sono ignari (ma potenzialmente interessati).
Videochiamate: 35%; e-learning 36%; software per il controllo di gestione 38%; conservazione digitale dei documenti 60%; gestione elettronica documentale 58%; portale per la condivisione di documenti 47%; workflow 58%; software per la gestione dei crediti 45%; portale per la gestione dei documenti 47%.
Anche il cloud è una tecnologia che si avvia alla “maturità”: il 46% dei professionisti ha già trasmigrato in tutto o in parte sul cloud, non solo grazie alla Pec ma anche per l’archiviazione digitale dei documenti.

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Percentuali di “scopertura” altissime, invece, si registrano per le tecnologie più avanzate: Business intelligence 62%; CRM 56%; Intelligenza artificiale 57%.
La riflessione che possiamo trarre da questi dati è che le professioni “giuridiche” cercano soluzioni per la più efficiente e razionale gestione dei documenti e per dare efficienza allo studio (ricordate, lo abbiamo segnalato anche sopra). E questo è un mercato ancora in via di sviluppo. Invece si dichiarano ancora molto lontane da un utilizzo più spinto, a fini di sviluppo di business, delle tecnologie più all’avanguardia.
Investimenti in ICT e redditività. Un argomento convincente utilizzabile con i professionisti dell’area giuridica per convincerli dei vantaggi dell’innovazione è senz’altro quello legato all’aumento della redditività dello studio (sia in termini di diminuzione dei costi che di aumento del fatturato). D’altra parte, gli stessi professionisti dichiarano che maggiore è il tasso di innovatività maggiore è stata la redditività registrata. In caso di innovatività “alta”, la redditività è stata uguale o superiore al 10% per il 79% del campione.
Il maturity model. Quest’anno l’Osservatorio ha realizzato un modello che può servire non solo per “collocare” i singoli studi all’interno del processo di innovazione per capirne lo stadio effettivo; ma anche per tracciare una strada di miglioramento progressivo.
Il fattore Q indica il posizionamento medio attuale degli studi.

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Quello che però credo sia significativo evidenziare è ancora una volta la spinta alla dematerializzazione documentale (37%) e l’offerta dei servizi professionali ancora collegata al settore tradizionale se pur con spostamento progressivo verso la specializzazione. La gestione dei clienti avviene ancora in massima parte in maniera tradizionale (45%) ed è il passaparola il driver principale.
Con riferimento all’Innovation journey, val la pena di sottolineare ancora una volta come nel 51% esso sia promosso da normative cogenti e nel 26% al fine di recuperare efficienza. Appena il 7% è marketed oriented.
Ed è il titolare dello studio che se ne occupa.
Parallelamente al collegamento virtuoso tra tasso di innovatività e redditività, l’Osservatorio registra che la (minima) percentuale di studi virtuosi vanta un portafoglio di clienti di dimensioni decisamente maggiore rispetto ai colleghi meno innovative e un fatturato in crescita che nel caso degli studi multidisciplinari e dei consulenti del lavoro è stato calcolato in crescita di oltre il 200%.

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Le start up “professionali”. Un ambito nel quale l’esperienza attuale – se pur ancora per piccoli numeri – ci dice che la “contaminazione” dei team è già realtà è quella delle start up. Personalmente conosco almeno due start up legal fondate da ingegneri.
E certamente il fenomeno è destinato a crescere.
Per la prima volta l’Osservatorio ha registrato l’ingresso di nuove imprese innovative nel settore professionale: sono 405 le startup individuate a livello internazionale che offrono soluzioni in questo settore, che impattando prevalentemente sugli studi legali (40%), con sede principalmente negli Stati Uniti e in Europa, per un finanziamento complessivo di quasi 1,5 miliardi di dollari e un investimento medio di circa 3,6 milioni di dollari. Fra queste, 18 sono italiane.
Per quanto riguarda l’ambito applicativo, le soluzioni più finanziate sono quelle relative ai servizi (quasi 700 milioni di investimento complessivo e al secondo posto per finanziamento medio con 3,5 milioni di dollari), poi viene l’ambito processi (644 milioni complessivi, ma al primo posto per investimento medio con 4,5 milioni), e per ultime le soluzioni che riguardano i canali (112 milioni raccolti globalmente e quasi 1,8 milioni di finanziamento medio).
La maggior parte delle startup fornisce servizi che impattano sulle attività legali (40%), seguono le imprese innovative che realizzano soluzioni trasversali su più professioni (30%), startup per le attività dei commercialisti (22%), dei consulenti del lavoro (10%) e dei notai (7%). In un caso su due (49%) le soluzioni offerte dalle startup si concentrano su servizi come la consulenza legale, la proprietà intellettuale, la compliance, il recruiting e l’accounting; il 35% punta a migliorare i processi degli studi come la security, la gestione documentale e il workflow; il 16%, infine, cura di più gli aspetti legati ai canali che gli studi usano per raggiungere nuovi potenziali clienti come i social network e i marketplace. Due terzi delle startup analizzate (65%) aiutano gli studi professionali nella relazione col cliente (22%), nel miglioramento dell’efficienza interna (37%) e nell’apertura di nuovi business (6%), mentre il 35% offre soluzioni che portano a una disintermediazione fra l’utenza e i professionisti.
Sono 18 le startup italiane, di cui otto finanziate per un totale di 8,6 milioni di dollari raccolti e un investimento medio pari a quasi 1,1 milioni di dollari. Una startup italiana su tre (7) offre soluzioni trasversali alle diverse professioni, le categorie più servite sono commercialisti (4) e avvocati (5), le rimanenti servono i consulenti del lavoro (2). I canali sono l’ambito su cui convergono più startup, con ben 8 realtà che forniscono soluzioni legate alla gestione dei marketplace, seguito dai servizi (7), come l’accounting (4), il recruiting (2) e la proprietà intellettuale (1), e da soluzioni che puntano a migliorare i processi interni come il workflow (1) e la gestione documentale (2). La maggioranza delle startup (14) offre soluzioni di supporto agli studi, con un’offerta indirizzata a migliorare la relazione con i clienti (6), a incrementare l’efficienza interna (4) e a esplorare nuovi business (4), mentre 4 si configurano come un fattore di disintermediazione fra utenza e studi professionali.

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