Intervista a Carlo Ratti: “Studiare come il mondo attorno a noi potrebbe essere” | Ingegneri.info

Intervista a Carlo Ratti: “Studiare come il mondo attorno a noi potrebbe essere”

Intervistiamo Carlo Ratti a margine del suo intervento l festival “Passepartout” di Asti. Per parlare di ’Internet delle cose (IoT), Big Data, architettura e nuove frontiere della ricerca

Carlo Ratti - per gentile concessione del fotografo Constantin Pletosu
Carlo Ratti - per gentile concessione del fotografo Constantin Pletosu
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Abbiamo intervistato Carlo Ratti, a margine del suo intervento intitolato “Tra città e campagna: il secolo della rivoluzione urbana” tenutosi al Festival Passepartout di Asti, organizzato dalla Biblioteca Astense “Giorgio Faletti”. Professor of the Practice presso il Massachusetts Institute of Technology (Cambridge, USA), presso il medesimo ateneo è anche Direttore del Senseable City Laboratory e dell’Italy Program, cui abbina il titolo di Honorary Adjunct Professor presso il Royal Melbourne Institute of Technology (Australia). E’ titolare dello studio Carlo Ratti Associati, avente sede principale a Torino e distaccamenti a Boston e a Londra, attivo nei campi dell’architettura, del design e della ricerca applicata. Un dialogo coinvolgente, che interessa temi quali l’Internet delle cose (IoT), i “Big Data”, l’architettura e le nuove frontiere della ricerca.

Da anni lei insegna al MIT, confermata, nel 2018, la 1a Università mondiale per reputazione accademica e citazioni scientifiche dall’autorevole QS Ranking. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi ad aver svolto gran parte della propria ricerca all’estero? Come viene percepito il suo lavoro in Italia?
Personalmente non credo molto alle classifiche, soprattutto quando riguardano le università. Penso, infatti, sia importante considerare i parametri con cui viene stilato il ranking.
Per quanto riguarda fare ricerca all’estero, sono dell’idea che i benefici siano più legati alla fortuna di trovare un ambiente interessante e ricco di interazioni, piuttosto che al luogo in cui la ricerca è svolta. In fin dei conti, ci sono ottimi posti anche in Italia. Credo che uno degli aspetti fondamentali per la ricerca sia collaborare: le ricerche più importanti oggi, come quelle di Nature, sono infatti quelle che mettono insieme discipline diverse.
Quanto alla mia percezione del lavoro in Italia, mi rimane difficile dare un commento unico, perché si rischia di cadere nella generalizzazione, che non è mai qualcosa di positivo. L’Italia, come scrive il mio amico Giuliano da Empoli, è un Paese in bilico tra “futuristi” e “gondolieri”. I primi sono quanti si proiettano nel futuro, gli altri sono i nostalgici del passato che non vorrebbero cambiare mai. Credo che, tra questi due scenari, il mio lavoro si collochi più in quello con lo sguardo rivolto al domani.

In uno scenario che vede una sempre più crescente relazione tra tecnologie della comunicazione, mobilità, ambiente ed efficienza energetica, come si fa a misurare la qualità dell’architettura oggi? E quanto conta l’idea rispetto alla realizzazione?
Se dovessi definire cosa significa per me design, citerei quanto detto da Herbert Simon nel libro The Sciences of the Artificial: “la scienza studia il mondo così com’è, il design come il mondo potrebbe essere”. Quest’idea di studiare come il mondo attorno a noi potrebbe essere è, secondo me, l’aspetto chiave del concetto di progettazione in generale, il quale mette insieme l’architettura, il planning, l’ingegneria ecc.
Partendo da questa premessa, direi che l’architettura è qualcosa che riesce a fornire risposte nuove, in grado di immaginare il mondo come potrebbe essere, stimolando approcci dal basso e promuovendo sforzi collettivi. Un esempio di questo, tra tanti, è il progetto della scuola di Cavezzo nel quale abbiamo collaborato con Renzo Piano: un progetto “giusto” come lo ha definito Renzo, perché in grado di coinvolgere la comunità. Questo aspetto dovrebbe essere, a mio parere, uno dei fulcri di qualsiasi concezione progettuale, poiché in grado di far sbocciare, e cogliere, le tante opportunità presenti nello spazio che ci circonda, in modi condivisi. Penso, poi, sia fondamentale la realizzazione, perché è quella che ci permette di misurare se, effettivamente, quell’ipotesi fosse vera oppure no. Anche l’idea, però, è importante, poiché può consentire ad innescare un dibattito. Perciò, prendere un’idea e renderla pubblica è il modo per iniziare un dibattito, il quale ci permette di sentire il polso e vedere la reazione delle persone. Dunque, comunicare l’idea, raccontarla, è importante perché ci consente di aprire una dinamica “open-source”.

© Daniele Iodice

© Daniele Iodice

In che modo la trasformazione fisica dei dati può contribuire alla mitigazione della crisi climatica? Che importanza avranno i sensori, e gli attuatori, nell’economia energetica di una città e come vi state concretamente muovendo voi su tale tema?
Oggigiorno, una spaventosa quantità di energia è sprecata per riscaldare o raffreddare uffici e case vuoti, o solo in parte occupati. Per questo motivo, abbiamo pensato di lavorare su tale asimmetria, sincronizzando la presenza umana con il controllo climatico. Questa è l’idea dietro i nostri progetti di mitigazione climatica, come “Local Warming” e “Cloud Cast”, con i quali ci siamo concentrati, rispettivamente, sul riscaldamento e il raffreddamento. Concetti che sono stati implementati nella rinnovata sede di Fondazione Agnelli a Torino, inaugurata solo pochi giorni fa. Presso la Fondazione Agnelli, con lo studio Carlo Ratti Associati, abbiamo realizzato un sistema di riscaldamento, raffreddamento e illuminazione personalizzato: una “bolla termica” che segue l’individuo ovunque si trovi nell’edificio, rispondendo ai suoi bisogni. Simulazioni realizzate sul sistema mostrano che i consumi energetici potrebbe essere ridotti fino al 40 per cento.

In che modo, e come, i big data possono aiutare l’architettura e la società nei fenomeni legati agli atti terroristici? Pensando agli eventi passati, vi è la possibilità di gestire in modo ottimizzato i flussi di persone in preda al terrore e quali misure concrete, per il contrasto di tali atti, possono essere sondate nella progettazione dello spazio pubblico?
Con i “big data” si può conoscere molto meglio ciò che accade attorno a noi, e già oggi sono tantissime le applicazioni, dalla sostenibilità alla mobilità.
Nel caso di attacchi terroristici o emergenze, credo che ciò di cui avremo assolutamente bisogno siano informazioni in tempo reale: “Cosa è successo?”, “Dove?”, “Cosa deve fare ciascuno di noi?”. Le risposte a queste domande possono essere trovate facilmente. Le informazioni in tempo reale si sommano, infatti, a resilienza e flessibilità: meglio sappiamo ciò che sta accadendo e meglio saremo in grado di reagire.
Ad esempio, quando vi è stato l’attentato terroristico a Boston, in cui uno degli assalitori, passando nel campus del MIT, ha ucciso una guardia molto vicino a noi, quel giorno tutti abbiamo seguito in tempo reale le informazioni su cosa fare o non fare. Dunque, le informazioni in tempo reale ci permettono di gestire meglio le emergenze, non c’è dubbio.

Treepedia - confronti - courtesy of MIT Senseable City Lab

Treepedia – confronti – courtesy of MIT Senseable City Lab

Un altro tema prioritario per le “smart cities” europee è la salute dei propri cittadini, sostenuto da politiche urbane volte alla sua tutela (ad esempio, abbattimento di polveri sottili, incremento del verde urbano ecc.). Il progetto “Underworlds”, da lei sviluppato al MIT, si pone l’obiettivo di monitorare la condizione della salute di una città mediante lo studio dei germi presenti nei suoi sistemi fognari. Quali sono gli esiti di tale studio e in che termini può portare benefici al sistema sanitario di un Paese?
“Underworlds” è un progetto sperimentale: gli obiettivi sono quindi diversi e volti a comprendere al meglio la salute di una popolazione, di una comunità. Tra questi, vi è quello di riuscire ad individuare le epidemie prima che insorgano, come, ad esempio, il virus dell’influenza prima che le persone lo contraggano. Vi è, dunque, uno scopo di previsione, al fine di coadiuvare il servizio sanitario nazionale al monitoraggio della salute di una popolazione partendo da uno stato di fatto. A questo aspetto se ne aggiungono altri, come, ad esempio, tali dati possano aiutare a sviluppare nuove terapie. Le fogne, a tal proposito, sono state per il progetto “Underworlds” un tesoro di informazioni, perché rappresentano un universo di virus e batteri, in cui è possibile capire quali siano le relazioni che intercorrono tra essi e i loro “antagonisti” naturali (i cosiddetti batteriofagi). Con “Underworlds” abbiamo voluto misurare i microbiomi, non solo a livello individuale ma anche ad un livello urbano. Le fogne costituiscono una finestra sul sistema sanitario, fornendo numerose informazioni sul nostro stile di vita, dai tipi di cibi che mangiamo alle malattie da cui siamo affetti. Potremmo dire che le fogne sono un interessante aggregatore di informazioni sulla salute di un individuo. Inizialmente, il progetto ha guardato alle influenze e gastroenteriti, come la salmonella, per poi allargare il raggio d’azione ai benefici che il monitoraggio e la diffusione dei dati sulla salute delle persone potrebbero avere sul nostro sistema sanitario.
Siamo ottimisti sul fatto che saremo in grado di costruire una solida piattaforma tramite cui monitorare non solo i cambiamenti nella salute delle persone, o la resistenza ad alcuni vaccini, ma anche la presenza di eventuali minacce chimiche.

© MIT Senseable City Lab and Alm Lab

© MIT Senseable City Lab and Alm Lab

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