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La Sonda Cassini si è spenta: dalla storia al tuffo finale

Ha scoperto sulle lune Titano e Encelado, tratti atmosferici simili a quelli della Terra e indizi sulla presenza di acqua. Uno strumento di ricerca unico, lanciato in orbita il 15 ottobre 1997

La sonda Cassini al lavoro nello spazio
La sonda Cassini al lavoro nello spazio
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Un tuffo tra gli anelli di Saturno, alle 12.55 (ora italiana) del 15 settembre 2017. Se ne è andata bruciando come una stella cadente la sonda Cassini, dopo quasi 20 anni di onorato servizio nello spazio. Un risultato storico per questa fotoreporter d’eccezione, che fino all’ultimo instante ha inviato a terra materiale utile agli studiosi e immagini bellissime degli anelli e delle lune di Saturno. Una scelta precisa, quella della Nasa, di far bruciare nell’atmosfera del pianeta la sonda Cassini, evitando di intaccare le lune, in particolare Titano e Encelado, due delle dodici lune scoperte dalla sonda nel suo incursioni tra gli anelli del sesto pianeta del nostro sistema solare.

Di Titano gli studiosi ritengono che abbia un’atmosfera ricca di azoto e metano: secondo gli astronomi si avvicina alla composizione primordiale dell’atmosfera terrestre prima dell’accumulo di ossigeno, mentre i rilevatori di Cassini hanno scoperto su Encelado idrogeno molecolare. Sotto la superficie di questa luna quindi potrebbe esserci un oceano d’acqua.
Dopo sette anni di viaggio e tredici di attività la sonda ha inviato a terra, attraverso la sua grande antenna di 4 metri di diametro progettata e costruita in Italia dalla Thales Alenia Space, una mole di informazioni che terrà occupati gli scienziati per i prossimi anni per scoprire i dati mancanti sulla formazione di Saturno e sui suoi anelli. L’operatività della sonda Cassini è stata estesa per nove anni rispetto al previsto.

LA STORIA

Ben 5600 chili al lancio e 3 miliardi di dollari per inviarla nello spazio: una collaborazione iniziata nella seconda metà degli anni ’80 tra la Nasa, l’Agenzia spaziale europea e l’Agenzia spaziale italiana. La sonda Cassini-Huygens fu lanciata da Cape Canaveral il 15 ottobre del 1997 a bordo di un vettore Titan IV- Centaur che la portò, dopo un lungo viaggio con fly-by intorno a Venere, Terra e Giove ad inserirsi in orbita intorno al pianeta degli anelli il 1 luglio del 2004. A Natale dello stesso anno il satellite Huygens si distaccò e il 14 gennaio seguente iniziò la discesa, frenata da tre paracaduti in sequenza, tra le nubi di Titano, una delle lune di Saturno. Il lander acquisì dati per le due ore e mezzo della discesa ed un’altra mezzora sulla superficie, quanto le batterie di bordo consentirono, ma tanto bastarono per far vedere un mondo mai neppure immaginato dove le rocce sono di ghiaccio e la superficie è formata da una mistura di idrocarburi. Un paio di anni dopo il radar di Cassini mostrò al mondo l’esistenza di laghi e mari di metano liquido al polo nord. Cassini, la cui operatività era inizialmente prevista essere di quattro anni ha lavorato a una distanza di quasi un miliardo e mezzo di chilometri, il suo segnale radio per giungere sulla Terra ha impiegato mediamente 60 minuti. La sonda Cassini ha compiuto nel suo ventennale viaggio 7,9 miliardi di chilometri, ha inviato 635 gigabyte di dati e 453.048 foto a terra.

La missione prese il nome dall’astronomo italiano Gian Domenico Cassini che, verso la fine del Seicento, ebbe un ruolo fondamentale nello studio di Saturno e dei suoi anelli e da Christian Huygens che, chiamato da Cassini, nel frattempo diventato il primo direttore dell’Osservatorio di Parigi, lavorò con lui e che scopri l’esistenza di Titano. Gian Domenico Cassini, una pura coincidenza ma significativa, morì nel 1712 il 14 settembre.

IL TUFFO FINALE

Gli strumenti di Cassini hanno dato le ultime informazioni, fondamentali, man mano che la sonda si è avvicinata al tuffo finale. La camera ha inviato sulla Terra le conclusive dettagliate e ravvicinate immagini prima di essere spenta, NIMS e VIMS, strumenti con l’Italia protagonista, hanno funzionato fino all’ultimo. Il contatto radio si è spento pochi secondi prima che Cassini si dissolvesse nell’atmosfera di Saturno, inviando alla Nasa ulteriori dati. Il cammino finale della missione aveva sulla Terra diversi ‘occhi’ attenti a seguirne le ultime tracce. Tra questi, posizionata in provincia di Cagliari, c’era la Sardinia Deep Space Antenna (SDSA) dell’Agenzia spaziale italiana, ultima arrivata ma tra le più potenti antenne che fanno parte del Deep Space Network.
Cassini ha esteso in modo esponenziale la nostra conoscenza del sistema solare – ha detto il presidente dell’Asi, Roberto Battiston – questa missione, inoltre, è un esempio del miglior linguaggio della scienza, il linguaggio della cooperazione internazionale e della condivisione dei dati scientifici, essenziale per il successo delle esplorazioni spaziali. L’Agenzia spaziale italiana ha una grande tradizione di collaborazione con le più importanti agenzie spaziali del mondo, e gli accordi che abbiamo fatto per la Sardina Deep Space Antenna, che entrerà nel Deep Space Network della Nasa, innalzano ad un livello superiore la capacità spaziale italiana. Una prova di questa capacità l’abbiamo avuta il 22 agosto con il primo collegamento tra Cassini e la Deep Space Antenna. Potremmo definirla una storia d’amore scientifica: due strumenti italiani che si sono “baciati” dopo vent’anni ad oltre un miliardo di chilometri di distanza”.

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