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Un robot ha costruito la facciata di una galleria a Shanghai

La galleria Chi She a Shanghai di Archi-Union Architects è uno spazio di 200 mq introdotto da una facciata di mattoni grigi realizzata da un robot con braccio meccanico. Ma è anche un bell'esempio di rifunzionalizzazione di un magazzino

© Shengliang Su
© Shengliang Su
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Non è né il primo né l’ultimo degli esempi di impiego del robot in attività edilizie o costruttive, ma è certamente un esempio efficace delle sue potenzialità. Completata a settembre a Shanghai, la galleria d’arte Chi She è un progetto dello studio Archi-Union Architects che recupera rifunzionalizza in modo innovativo un vecchio magazzino in un’area ex industriale lungo le rive del fiume Huangpu.

Nato a Shanghai nel 2003 da Philip F. Yuan, lo studio Archi-Union si specializza nella ricerca e nello sviluppo di nuove possibili commistioni tra progettazione digitale e sistemi costruttivi tradizionali, mettendo insieme tecnologia e artigianato, macchine a controllo numerico e materiali della tradizione, seguendo la parallela strada tracciata dal curriculum del suo fondatore, docente alla Tongji University e fra i promotori della Digital Architectural Design Association. Le architetture realizzate dallo studio, in tutto una ventina che spesso sono intervenute sul costruito, giocano con le forme e i volumi, impostando spesso strutture tridimensionali complesse come paraboloidi iperbolici e superfici a doppia curvatura, e sperimentano le possibilità costruttive ed espressive offerte dal cemento armato (come nella scultorea Tea House realizzata nel cortile degli uffici dello studio), o ricorrono al legno affiancato al cemento per ampliare un edificio trasformato in studio e showroom di un artista della ceramica.

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La Tea House realizzata nel 2012 nel cortile della sede dello studio è ricavata dalla rifunzionalizzazione di un vecchio deposito il cui tetto era collassato

 

La piccola galleria di Shanghai, 200 mq in totale di superficie interna suddivisa in più livelli, è stata commissionata per diventare laboratorio, spazio espositivo, luogo per eventi e per l’organizzazione di workshop a servizio del collettivo di artisti Chi She, da cui prende il nome. Il progetto interviene rifunzionalizzando una preesistenza collocata in un’area oggi in piena trasformazione, il West Bund, che, da luogo destinato alla produzione aeronautica, è oggi luogo particolarmente frequentato dagli abitanti della città più popolosa del pianeta per le aree verdi ritagliate lungo le rive del fiume. Da qualche anno, è al centro dell’attenzione anche per una vocazione del tutto nuova che lo sta facendo diventare un hub artistico e culturale, animato dal West Bund Art Center, e un luogo destinato al tempo libero e allo svago, agli affari e all’intrattenimento grazie al controverso e pluri-griffato progetto del Dream Center, distretto commerciale esteso per oltre 15 ettari che ospiterà la nuova sede della Oriental DreamWorks (all’interno di due torri progettate dagli statunitensi Kohn Pedersen Fox) che sorgerà in mezzo a ristoranti, bar e negozi, uffici, un teatro (l’IMAX Theatre firmato dai danesi 3XN, qui l’intervista al fondatore) e il Dream Dome (Schmidt Hammer Lassen).

La galleria Chi She realizza internamente un ampio ambiente a base rettangolare, a cui si accede da un unico ingresso collocato su un fianco lungo del vecchio capannone, affiancato da un nucleo servizi posizionato su una delle teste. Questo si sviluppa su due livelli collegati da una scala e accoglie una sala mensa-riunioni con cucina a scomparsa, i servizi e, sopra un soppalco con struttura in acciaio, un’altra piccola sala riunioni.

Lasciando invariato il perimetro disegnato dai muri esterni, il progetto sostituisce il tetto e realizza un involucro nuovo che diventa l’elemento caratterizzante sia dell’edificio che della sua nuova funzione. La nuova copertura, eliminando l’asse originario, unico e longitudinale, di un più tradizionale tetto industriale a due falde, imposta un tetto plurifalda che sembra accartocciarsi e si alza in corrispondenza del blocco servizi, sulla cui parete nord ricava un’ampia finestra. È sorretto da una struttura in legno che, esternamente rivestita di più tradizionali coppi laterizi, all’interno è completamente a vista. Un complesso e scenografico sistema di illuminazione impostato su una coppia di binari sorretti da una struttura metallica a tiranti consente ai corpi illuminanti di essere equidistanti dalla pavimentazione in battuto di cemento e dare un’illuminazione più uniforme.

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Il robot in azione © Yuchen Hu

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Schema applicativo della costruzione della facciata attraverso il braccio robotico © Archi-Union

Sull’esterno, il ruolo della tecnologia e dei robot in aiuto all’architettura si mostrano in tutta la loro evidenza, unendosi e rivisitando la tradizione. Recuperando i mattoni grigi che componevano la parte demolita del precedente edificio, una nuova facciata dalle superfici che si allargano e restringono come fossero riflesse da uno specchio deformante si sovrappone alla parete perimetrale originaria, sorretta da una struttura metallica a cui si ancorano i suoi elementi. Le convessità e le concavità della superficie, al pari del pattern disegnato dalla particolare giacitura dei mattoni, sono progettate e realizzate da un robot con braccio meccanico che, guidato e controllato da un computer, ha posato gli elementi realizzando una parete che si protende in corrispondenza dell’ingresso, inquadrato da fogli di lamiera che ne seguono la curvatura.

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