Startup Survey: ecco come si innova in Italia | Ingegneri.info

Startup Survey: ecco come si innova in Italia

L'indagine del Ministero dello Sviluppo economico e dell'Istat fotografa la composizione e le necessità degli imprenditori dell'innovazione possibile

Quante startup ci sono in Italia? Lo dice il Mise
Quante startup ci sono in Italia? Lo dice il Mise
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In Italia si fa presto a dire startup: ma chi sono, cosa rappresentano e soprattuto come si sostengono le startup che puntano ad innovare il mercato dei beni e dei servizi partendo dal Bel Paese?  In 72 pagine lo rivela Startup Survey 2016, la prima indagine censuaria promossa dal Ministero dello Sviluppo Economico e dall’Istituto Nazionale di Statistica. Un lavoro lungo e certosino, che si affianca alla corposa serie di dati e di direttive strutturati dal Mise,  per rendere più facilmente accessibili le informazioni ai gruppi informali che vogliono dare vita ad una nuova impresa, come le policy di sostegno alle startup innovative, disponibili online.

La Survey è stata ideata nell’ambito del Comitato tecnico di monitoraggio e valutazione previsto dalla disciplina nazionale sulle startup innovative – lo Startup Act italiano introdotto con il decreto legge 179/2012 (per conoscere nel dettaglio la normativa sulle startup Ingegneri.info propone questo interessante articolo).

Quante sono le startup in Italia

Mentre scriviamo le startup innovative in Italia sono 8711. L’Istat, braccio operativo del Mise in questa Survey, ha individuato con sistema censuario 2.250 startup innovative sulle 5.150 imprese iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese dedicata a questo specifico target al 31 dicembre 2015. Su startup.registroimprese.it
è possibile scaricare gratuitamente un database, disponibile in formato rielaborabile e aggiornato settimanalmente, con i dati relativi alle imprese destinatarie dello Startup Act italiano. Inoltre il Mise cura quattro rapporti trimestrali di monitoraggio riguardanti i trend demografici e la performance economico-finanziaria delle startup. Ma questi dati di tipo quantitativo non bastavano a fare una fotografia delle startup made in Italy, eco perché è stata avviata dall’Istat questa indagine di tipo qualitativo. Il questionario è stato somministrato alle startup con la tecnica di acquisizione CAWI (Computer Assisted Web Interviewing), con un meccanismo soft di verifica della coerenza delle risposte. La raccolta dati è durata circa due mesi, facendo registrare un tasso di risposta del 43,7 per cento.

Oggetto dell’indagine della Startup Survey

La rilevazione statistica ha riguardato diversi aspetti di natura socio-economica tipici del fenomeno della nuova imprenditoria innovativa italiana, con l’obettivo di comprendere cosa c’è dietro le startup, che tipo di formazione hanno e da dove provengono questi nuovi imprenditori e raccogliere le loro opinioni e suggerimenti sulle
varie misure che compongono lo Startup Act italiano, con il fine ultimo di istruire futuri interventi
normativi.
Il questionario è stato strutturato con quesiti a risposta multipla: in pochi casi l’intervistato è chiamato a inserire valori puntuali, e in uno solo gli viene posta una domanda a risposta aperta. L’indagine si articola in quattro sezioni, riguardanti:

Il capitale umano delle startup innovative

I 4.363 soci operativi nelle imprese che hanno risposto alla Survey sono uomini nell’82% dei casi e hanno un’età media di 43 anni. Hanno conseguito un titolo di studio pari o superiore alla laurea triennale nel 72,8% dei casi, per lo più in materie tecnico-ingegneristiche ed economico-manageriali, con una concentrazione molto più alta di soci con master e dottorato tra le startup che presentano il codice Ateco Ricerca e Sviluppo (R&S). Essere parte di una startup secondo l’indagine del Mise, significa anche aver raggiunto un minimo di coerenza con il proprio percorso di studi: la Survey infatti evidenzia come la maggior parte dei soci laureati (88%) dichiari di svolgere mansioni coerenti con il proprio percorso di studi e come il 50% di coloro che hanno avuto esperienze professionali prima di fondare una startup (l’87,1% dei soci) svolga nella stessa delle attività in linea con i precedenti impieghi. La quasi totalità dei soci (96%) dichiara altresì di conoscere almeno un’altra lingua oltre l’italiano (l’inglese nella maggior parte dei casi, seguito dal francese e dallo spagnolo), mentre la metà ha fatto esperienze di studio o lavoro in altri Paesi.
Il radicamento territoriale dei soci appare molto elevato: per l’83% la regione sede della startup è la medesima nella quale sono state condotte le principali esperienze formative o lavorative. I contesti familiari di provenienza si caratterizzano per una forte eterogeneità: meno della metà (40,5 %) dei rispondenti dichiara di avere un padre imprenditore o lavoratore autonomo, percentuale che scende al 16% se si considera la madre.
Dal punto di vista motivazionale, la ragione soggiacente all’avvio dell’impresa che ricorre con maggiore frequenza è la realizzazione di prodotti o servizi innovativi, seguita dall’ambizione di avviare un’impresa di successo e redditizia. Infine, la metà dei soci dichiara che l’avvio della startup non ha ancora prodotto effetti significativi sul proprio reddito.

Quali sono le motivazioni per creare una startup? (Fonte Startup Survey 2016)

Quali sono le motivazioni per creare una startup? (Fonte Startup Survey 2016)

Spostando la lente sui dipendenti delle startup innovative, emerge come il 59,4 per cento delle imprese intervistate ne impieghi almeno uno, per un totale di 5.704. Circa la metà di essi è di età compresa tra i 25 e i 34 anni, e circa tre su quattro sono uomini. Da notare che quasi 1.500 dipendenti sono soggetti a forme contrattuali atipiche, per lo più contratti a progetto, e che l’incidenza dei dipendenti donna è decisamente più bassa tra i dirigenti che tra gli impiegati e i tirocinanti. Il titolo di studio più diffuso è il diploma di scuola superiore e l’area professionale quella tecnologico-ingegneristica. Come per i soci, il radicamento territoriale risulta molto pronunciato, mentre la coerenza tra mansioni ricoperte e ambito di studio aumenta con l’aumentare del livello di istruzione.
Analizzando le variazioni territoriali e settoriali a seconda del genere e dell’età emerge che vi sono in proporzione più soci donna nelle startup del Centro e del Mezzogiorno e in quelle operanti nel settore R&S (soprattutto per le classi di età 25-34 e 35-44 anni) e Consulenza gestionale, mentre la prevalenza maschile è più forte nei settori Software (particolarmente per la classe di età 45-64 anni) e Macchinari. Quest’ultimo, insieme alle Altre attività di consulenza, tende a presentare soci più maturi (over 45), mentre gli under 35 sono relativamente più concentrati nei settori dell’Elaborazione dati e del Design. Il rapporto presenta un approfondimento circa le caratteristiche socio-economiche dei soci effettuato mediante una cluster analysis, giungendo a profilare 5 raggruppamenti sulla base di variabili sociodemografiche quali genere, età, titolo di studio, conoscenza di almeno una lingua straniera ed esperienza all’estero.

Come si finanziano le startup innovative

Trovare i soldi è sempre un grande problema: secondo la Survey al momento della fondazione il 73,2% delle imprese ha fatto principalmente ricorso alle risorse proprie dei soci fondatori e che tale fonte è utilizzata da circa la metà delle startup anche al momento della rilevazione, benché in misura decrescente. Solo il 10% delle startup rispondenti non vi fa affatto ricorso. Quasi nullo l’apporto delle donazioni di amici e parenti, perché tali attori tendono a proporsi più come soci che come meri finanziatori. Una quota minoritaria delle imprese è stata avviata mediante finanziamenti pubblici (nel 35 dei casi di origine nazionale, nel 7,7% di fonte regionale o locale), soprattutto nelle regioni meridionali, ma il ricorso alle risorse pubbliche diventa più significativo per le imprese più mature, soprattutto se impegnate in attività di R&S.
Solo l’8,2% delle startup innovative ha ricevuto in fase di costituzione finanziamenti in equity da società di venture capital, business angel o altre imprese, percentuale che sale leggermente al momento della rilevazione (11,2% ). È interessante notare come un gruppo di startup pari al 7,2% del totale operi con risorse provenienti in maggioranza da investitori esterni: si tratta in gran parte di imprese con fatturato alto e già presenti da qualche anno sul mercato, a conferma della preferenza dei fondi di venture capital per questa tipologia di startup. Infine, la quasi totalità delle imprese non ha richiesto credito bancario all’avvio, ma l’accesso a tale strumento di finanziamento aumenta visibilmente con la maturazione dell’impresa in termini anagrafici, di forza lavoro impiegata e, ancora di più, di fatturato (49,7% delle startup con produzione superiore a 500mila euro ha ricevuto prestiti bancari, contro il 21% di quelle che si attestano sotto i 100mila euro).

Copertura del fabbisogno finanziario delle statup (Fonte Startup Survey 2016)

Copertura del fabbisogno finanziario delle statup (Fonte Startup Survey 2016)

Il questionario rileva altresì preferenze e approccio degli startupper alle fonti di finanziamento, con l’obiettivo di mettere alla prova la tesi, ricorrente nel dibattito mediatico e nella letteratura scientifica, della dicotomia tra finanziamento a debito e in equity. La survey sembra in realtà smentire la presunta contrapposizione nelle preferenze verso l’una e l’altra tipologia: ben il 65,7 per cento delle imprese rispondenti, infatti, dichiara che il finanziamento ottimale di cui necessitano è un mix tra equity e debito; solo un quarto vorrebbe finanziarsi esclusivamente tramite equity e meno del 10 per cento solo a debito.
Tra quest’ultime prevalgono le startup con valori della produzione alti. Le tipologie di investitori preferite sono i fondi di venture capital (42,9 per cento) e le aziende (42,8 per cento), mentre solo un sesto delle startup rispondenti raccoglierebbe finanziamenti tramite l’equity crowdfunding, per lo più imprese con valori della produzione contenuti e costituitesi dopo l’entrata in vigore del regolamento Consob in materia (2013).
È interessante notare come, paradossalmente, a fronte di un interesse generale dichiarato verso il finanziamento in equity, la maggior parte delle startup (68,4%), dopo la fondazione, non abbia cercato nuovi finanziamenti da fondi di venture capital, business angel o tramite l’equity crowdfunding, quasi a suggerire che questa soluzione sia più auspicata che effettivamente perseguita. Rileva altresì come la ricerca di tale tipologia di finanziamento sia decisamente più diffusa (53,8% delle imprese) tra le startup che hanno beneficiato dei servizi degli incubatori certificati di startup innovative, definiti ai sensi del decreto legge 179/2012 come quelle società che presentano uno storico consolidato nei servizi di sviluppo aziendale. Quasi la metà delle imprese che non cercano attivamente capitale di rischio (43,9%) ritiene di avere risorse finanziarie sufficienti, mentre il 14,9% non considera il proprio
business adatto a ricevere tale tipologia di finanziamento.

Motivazioni del rifiuto alle offerte da parte degli startupper (Fonte Startup Survey 2016)

Motivazioni del rifiuto alle offerte da parte degli startupper (Fonte Startup Survey 2016)

Per quanto riguarda il rapporto delle startup con gli altri attori dell’ecosistema dell’innovazione, in
particolare incubatori certificati, università e imprese mature, risulta che la gran parte delle imprese (72,6%) non è stata mai localizzata presso un incubatore certificato, che il 21,6 per cento delle imprese lo è al momento della rilevazione e che la restante parte lo è stata in passato.

L’innovazione delle startup

Gran parte delle imprese (il 74%) ha realizzato innovazioni di prodotto o servizio, mentre le innovazioni di processo, realizzate dal 37,1% delle startup, sono più diffuse tra le classi di fatturato più alte. Nella maggioranza dei casi (65 %) si tratta di forme di innovazione incrementale, ossia migliorativa di un prodotto o di un processo già esistente; il 48,5% delle startup dichiara invece di aver introdotto prodotti del tutto nuovi.
Dala Survey risulta che gran parte delle startup (79%) sostiene costi in R&S. A tale tipologia di spese viene dedicata una parte significativa del budget aziendale: in media il 47% dei costi totali annui, percentuale di molto superiore alla soglia minima del 15% che, insieme alla presenza di personale altamente qualificato e alla titolarità di strumenti di tutela della proprietà intellettuale, rappresenta uno degli indicatori di innovatività richiesti dalla definizione normativa di startup innovativa.

 Incidenza delle spese in R&S sul totale delle spese per ripartizione territoriale - Anno 2015 (Fonte Starup Survey 2016)

Incidenza delle spese in R&S sul totale delle spese per ripartizione territoriale – Anno 2015 (Fonte Startup Survey 2016)

I mercati di riferimento dei prodotti e servizi delle startup sono in gran parte le altre imprese italiane mentre sul fronte delle strategie di protezione dell’innovazione, l’indagine del Mise e dell’Istat rileva che il 17,8% delle startup sia titolare di una privativa industriale, il 12,8% depositario e il 9,2% per cento licenziatario. Per contro, dalla survey emerge anche come più della metà delle imprese (58%) non adotti alcun meccanismo formale di tutela della proprietà intellettuale (es. brevettazione) e come circa un quarto non persegua nemmeno strategie informali di protezione. Tra queste ultime, la più diffusa è il segreto industriale (46,8% dei casi), seguito dalle strategie di lead time (21,2%). Le imprese che non hanno adottato meccanismi informali di tutela motivano la propria scelta perlopiù con la convinzione che l’innovazione apportata dalla propria impresa non possa essere appropriata da terzi; un quarto dichiara invece di non avere innovazioni suscettibili di tutela e un altro quarto non conosce strategie utili allo scopo.

Il punto di vista degli startupper

L’ultimo capitolo della survey racconta con i numeri il rapporto dei fondatori di startup innovative con la policy nazionale loro dedicata. I quesiti puntano ad indagare se gli imprenditori sono effettivamente a conoscenza delle varie agevolazioni disponibili e delle modalità di fruizione delle stesse.

Grado di conoscenza delle misure agevolative (Fonte Startup Survey 2016)

Grado di conoscenza delle misure agevolative (Fonte Startup Survey 2016)

Alle startup che hanno dichiarato di utilizzare le misure proposte è stato richiesto di esprimere una valutazione, su una scala da 0 a 5, dell’impatto che esse hanno avuto sull’attività di impresa. Le misure che raccolgono i giudizi più positivi sono, ancora una volta, il Fondo di garanzia per le Pmi (valutazione media 4,33) e il CIR&S (4,02), nonché gli incentivi per gli investimenti in equity.
La survey si conclude con una domanda a risposta aperta: “Come a tuo avviso il legislatore potrebbe
potenziare il quadro normativo in cui operano le startup innovative? Su quali aspetti della vita d’impresa
dovrebbe intervenire?”. Le circa mille imprese che hanno compilato questo campo hanno chiesto un migliore
accesso al credito bancario (21,4% dei rispondenti), imposte e incentivi fiscali (24,8%), e proposte in merito all’alleggerimento di adempimenti e altri oneri burocratici (27,9%).

Dagli startupper arriva la richiesta di  introduzione di esenzioni temporanee da imposte e contributi previdenziali nei primi anni di attività, l’attivazione di forme di finanziamento a fondo perduto, o comunque di limitare il ricorso a bandi cash-negative – ossia quelli in cui l’erogazione del finanziamento arriva sotto forma di rimborso di spese già sostenute, la cui logica dunque presume che le imprese detengano già una qualche disponibilità finanziaria per anticipare i costi d’investimento.

La Startup Survey completa è scaricabile qui.

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