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Ingegneria biomedica e clinica, il futuro della professione

Intervista a Sergio Cerutti, docente del Politecnico di Milano, all'indomani del riconoscimento ministeriale delle due professionalità ingegneristiche ad alta complessità scientifica

Sergio Cerutti, docente del Politecnico di Milano e presidente della Commissione di Bioingegneria dell’Ordine degli Ingegneri di Milano
Sergio Cerutti, docente del Politecnico di Milano e presidente della Commissione di Bioingegneria dell’Ordine degli Ingegneri di Milano
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Un doveroso riconoscimento per un settore in rapida espansione, con interessanti prospettive future e che richiede competenze scientifiche e tecniche all’avanguardia. La legge dell’11 gennaio 2018 n. 3Delega al Governo in materia di sperimentazione clinica di medicinali nonché disposizioni per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della Salute”, pubblicata in Gazzetta Ufficiale lo scorso 31 gennaio, ha finalmente permesso di dar vita ad un elenco specifico ed ufficiale degli ingegneri biomedici e clinici nel Sistema Sanitario Nazionale. Un risultato da tempo atteso dai professionisti del settore, una battaglia vinta dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri che da anni rivendicava il riconoscimento di un albo ad hoc. E non nasconde certo la sua soddisfazione il professor Sergio Cerutti, docente del Politecnico di Milano e presidente della Commissione di Bioingegneria dell’Ordine degli Ingegneri di Milano.

Professor Cerutti, finalmente il Decreto Lorenzin mette nero su bianco l’esistenza dell’ingegneria biomedica e clinica. Quali sono i risvolti principali di questo provvedimento?

“E’ la prima volta che nell’ambito delle professioni sanitarie vengono menzionati gli ingegneri biomedici e clinici e questo dimostra, seppur in maniera tardiva, l’interesse del Ministero della Salute verso queste professioni che stanno diventando sempre più autorevoli e necessarie nel settore”.

Insomma, secondo lei si trattava di una decisione non più derogabile?
“Certamente. Basta verificare i contesti di intervento dei colleghi per capirne le competenze nella sanità. L’ingegnere clinico garantisce un’assistenza di alto livello alle tecnologie utilizzate nelle strutture ospedaliere, oltre ad una gestione concreta delle varie pratiche cliniche. L’ingegnere biomedico è una figura centrale nella ricerca in biomedicina e in appoggio ai biologi, senza dimenticare la capacità del professionista di verificare, analizzare e tradurre i sistemi informativi per la preparazione dei percorsi terapeutici. Va ricordato, tra l’altro, che si tratta di due figure presenti da anni nella sanità italiana: oggi vedono riconosciuto in maniera ufficiale il loro ruolo”.

Ingegneri che nel resto d’Europa e del Mondo sono stati riconosciuti da tempo…
“Purtroppo in Italia scontiamo una serie di intoppi e rallentamenti burocratici che di fatto hanno bloccato per tanto tempo un decreto sacrosanto. All’estero gli apparati normativi sono più elastici e meno complicati, questo è un dato di fatto”.

Fatta la legge, ora quali devono essere i passi successivi?
“Ora è necessario approntare un decreto attuativo che definisca le caratterische e i requisiti delle due professionalità per essere inserite nell’abo apposito. Il Cni e l’Ordine degli Ingegneri di Milano hanno avanzato da tempo agli organi competenti una serie di proposte che spero davvero vengano prese in considerazione: si va chiaramente dall’obbligatorietà della laurea in ingegneria all’esperienza maturata negli ospedali e nei presidi ambulatoriali”.

Quindi ad un giovane che si avvicina all’ingegneria consiglierebbe di laurearsi nelle specializzazioni di biomedicina e clinica?
“Sono le professioni del presente e sicuramente del futuro. A maggior ragione con la nascita di un albo dedicato e quindi una loro collocazione certificata nel mondo del lavoro, non solo in ambito pubblico, penso agli ospedali, alle Asl e alle cliniche di ricerca, ma anche e soprattutto nel privato e nel contesto dell’industria farmaceutica: gli ingegneri biomedici e clinici sono fondamentali e hanno competenze che fanno gola a multinazionali, soprattutto per quanto concerne la ricerca scientifica e le applicazioni tecnologiche”.

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