La corruzione nella green economy: "bruciati" 2,5 milioni di MW rinnovabili | Ingegneri.info

La corruzione nella green economy: “bruciati” 2,5 milioni di MW rinnovabili

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Se nel 2011 la corruzione ha consumato 2,5 milioni di MW prodotti da fonti rinnovabili, oscurando 30 milioni di metri quadri di fotovoltaico, pari al fabbisogno annuo di 800.000 famiglie,  lo scenario attuale presenta una minaccia soprattutto nelle nuove fonti energetiche emergenti, quali le biomasse.

Per quel che riguarda la logistica e la mobilità, i risultati sono stati differenti: la disponibilità relativa di fondi pubblici e, soprattutto, la mancanza di sistemi di elargizione a bassa selezione (incentivi), ha limitato la nascita di nuovi e estesi fenomeni corruttivi e fraudolenti, registrati invece nel settore delle energie rinnovabili.

Si chiude con la presentazione degli esiti della ricerca “Corruzione e frode nella green economy” la prima parte del progetto Green Clean Market, sostenuto nell’ambito della Siemens Integrity Initiative, promosso e coordinato da Transparency International Italia con il supporto del centro studi Rissc, la partecipazione del Servizio anticorruzione e trasparenza del Dipartimento della funzione pubblica e il Patrocinio del Ministero dell’Ambiente. La ricerca si è prefissata di individuare le principali criticità nelle correlazioni fra green economy e corruzione, si è focalizzate soprattutto sui segmenti delle energie rinnovabili e della logistica e mobilità di merci e persone.

È ormai noto che lo sviluppo delle energie rinnovabili (Fer), sostenuta con uno stanziamento significativo di incentivi, finanziamenti e agevolazioni fiscali, soprattutto nel periodo 2005-2010, e in particolare nell’eolico e nel fotovoltaico, ha creato un sistema speculativo e criminale alimentato dagli interessi di soggetti sia pubblici sia privati. La criminalità organizzata tradizionale ha immediatamente colto le potenzialità offerte dalle energie rinnovabili, sia per consolidare il proprio potere politico a livello territoriale sia per ottenere vantaggi per le aziende controllate, rinforzando così una realtà criminale sempre più strutturata e radicata a livello locale, al sud come al nord.

Nella logistica si conclamano i fenomeni di dumping sociale, sfruttamento del lavoro nero e di manodopera clandestina, violazioni della normativa a tutela della sicurezza sul lavoro, atti di concorrenza sleale attuati attraverso cartelli di imprese e accordi sui prezzi da praticare per orientare gli appalti, si intrecciano con gli interessi del crimine organizzato che, da tempo, è attivo soprattutto nella logistica di basso livello.

L’infiltrazione in questo settore permette, infatti, non solo di generare profitti attraverso attività apparentemente lecite, ma anche di riciclare il denaro sporco e di creare efficienti sinergie con le attività di traffico e le attività intraprese in altri settori-chiave dell’economia mafiosa, quali le costruzioni, il movimento terra e la realizzazione di lavori edili collegati ad appalti nel settore pubblico.

Nella mobilità, invece, la centralità dell’iniziativa pubblica rappresenta il maggiore driver di rischio criminale di questo settore perché limita e condiziona l’iniziativa privata, aprendo a forme di illegalità alimentate spesso dalla commistione-conflitto di interessi, dalla disponibilità dei politici e degli amministratori locali a ricevere denaro – o benefici di altra natura – orientando o manovrando anche l’attività istituzionale. In alcune aree del Paese, poi, esiste una correlazione diretta tra criminalità organizzata ed aziende municipalizzate.

L’ambito economico più funzionale alla sostenibilità in cui risulta essere più radicato il rischio di corruzione e di frode è quello delle infrastrutture e delle grandi opere. Nel breve-medio termine, le opportunità criminali saranno legate in particolare ai fondi di provenienza comunitaria e, nello specifico, alle situazioni in cui l’allocazione e la spesa delle risorse saranno contingentate da scadenze imminenti.

La seconda fase del progetto, che durerà da gennaio 2014 a dicembre 2015, propone soluzioni mirate per contrastare il quadro sopra descritto e proseguirà in 9 aree-pilotaSiracusa, Bari, Salerno, Pisa, Torino, Milano, Padova, Trento, Bolzano -, dove soggetti pubblici e privati hanno adottato uno specifico documento di indirizzo su tale tematica. Le azioni attuative derivano dalle 21 raccomandazioni messe a punto da Transparency International sulla base dei dati emersi dalla ricerca e promuoveranno il coinvolgimento e la partecipazione attiva della società civile, delle istituzioni, delle imprese, del sistema educativo e universitario, dei media, rispetto a specifiche tematiche. Le aree-pilota sono i territori di e altre potranno aggregarsi.

Gli attori del pubblico/privato coinvolti per ogni area si opereranno per l’applicazione graduale di protocolli di protezione dell’integrità dei mercati della green economy – le “21 raccomandazioni”-  e di declinazioni  della legge 190/2012 in temi specifici, pur focalizzandosi in maniera concertata su formazione, adozione di strumenti di contrasto, ottimizzazioni normative, indagini di approfondimento: pubblic procurement (Siracusa), smart city (Torino), Finanza (Milano), attrazione degli investimenti (Salerno), collaborazione mediterranea (Bari), regolazione dei mercati (Pisa), focus su pmi (Padova), collaborazioni infra-istituzinali (Bolzano), ruolo delle professioni nella prevenzione (Trento).

Il progetto dunque mira a sensibilizzare soggetti pubblici e privati per una maggior presa di coscienza del problema nelle sue dimensioni reali e misurabili da parte di tutti gli attori del processo stesso, ovvero le istituzioni, le imprese e le associazioni di categoria, al fine di focalizzarsi nella definizione delle misure mirate e attuazione di politiche preventive, senza dimenticare l’importanza della creazione di un contesto di consapevolezza e supporto nell’opinione pubblica.

La ricerca e le informazioni analitiche sul progetto Green Clean Market sono disponibili al sito: http://www.greencleanmarket.org.

 

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