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La fusione nucleare e’ piu’ vicina?

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Ottenere energia pulita tramite la fusione nucleare – ossia riproducendo le reazioni che avvengono negli astri – è inseguito da decenni e, secondo molti, sarà l’asse portante per lo sviluppo sostenibile del pianeta, trattandosi di un’energia a basso costo e potenzialmente illimitata, oltre che compatibile con l’ambiente.

Un passo avanti in questo processo arriva dagli Stati Uniti e, precisamente dal Lawrence Livermore National Laboratory dell’Università della California, dove gli scienziati sono riusciti a produrre una quantità di energia superiore a quella necessaria a innescare la fusione.

È la prima volta che accade, benché la quantità ottenuta sia pari ad appena l’1% di energia in più di quella bruciata per accendere la reazione. Secondo il team, si tratta comunque di un progresso nella dimostrazione della fattibilità scientifica della fusione tramite confinamento inerziale.

I ricercatori coordinati da Omar Hurricane, tra i quali c’è anche l’italiano Riccardo Tommasini, hanno seguito infatti la strada del confinamento inerziale, ossia il processo in cui l’innesco delle reazioni di ignizione avviene per riscaldamento e compressione di un combustibile, costituito da una miscela di deuterio e trizio nella forma di microsfera solida. L’approccio europeo alla ricerca sulla fusione nucleare – espresso nell’esperimento Iter – si concentra invece sulla tecnologia del confinamento magnetico.

Gli scienziati statunitensi hanno utilizzato il laser Nif – National ignition facility, composto da 192 fasci che sono riusciti ad avviare la reazione di fusione riscaldando la miscela di deuterio e trizio. Durante questo processo di ignizione il combustibile è stato compresso fino a farlo implodere e la resa di fusione è stata quindi aumentata fino a un fattore dieci rispetto ai tentativi precedenti.

L’esito resta comunque di modeste dimensioni e appare ancora lontano il raggiungimento dalla fase che viene chiamata “accensione“, dove si genera più energia di quanta se ne consumi di quella usata per confinare i nuclei della miscela di deuterio e trizio.

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